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Il Luce compie cent’anni: la storia dell’istituto che portò al cinema il fascismo. E poi seppe liberarsene

La prima pietra. Roma, 10 novembre 1937: tra gerarchi e prelati, Benito Mussolini inaugura il cantiere della nuova sede dell’Istituto Luce, nell’attuale piazza Cinecittà a Roma (Archivio Istituto Luce) 
Nacque nel 1924 con ideali progressisti, ma venne subito catturato dalla retorica del regime. Breve viaggio negli “spot” dove la propaganda utilizzava tutto. Anche piante e animali
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Roma. Come vivevano gli insetti sotto il fascismo? Mah, in alveari e formicai il solito tran tran, sempre un po’ le stesse facce. Rivisti a un secolo di distanza sono comunque deliziosi quei filmati entomologici degli anni Venti. Li aveva realizzati in precedenza il regista-pioniere Roberto Omegna, poi vennero acquistati dal Sic (Sindacato di istruzione cinematografica), piccola società anonima che sarebbe stata embrione del gagliardo Istituto Luce.

Formidabile pure l’incursione nella privacy della mantide religiosa: «È la tigre degli insetti... Sotto la bellezza delle forme nasconde la ferocia della sua natura... Carnivora, voracissima di preda viva» recitano le didascalie su sfondo di fascio littorio. E poi documentari su polpi, meduse, farfalle, bachi da seta, ragni... Attraverso le immagini, l’incipiente regime cominciava a tessere la sua tela. Non per niente il Luce nasce nel 1924, traumatico anno spartiacque: il delitto Matteotti ha stravolto la pubblica opinione e in termini di…

Roma. Come vivevano gli insetti sotto il fascismo? Mah, in alveari e formicai il solito tran tran, sempre un po’ le stesse facce. Rivisti a un secolo di distanza sono comunque deliziosi quei filmati entomologici degli anni Venti. Li aveva realizzati in precedenza il regista-pioniere Roberto Omegna, poi vennero acquistati dal Sic (Sindacato di istruzione cinematografica), piccola società anonima che sarebbe stata embrione del gagliardo Istituto Luce.

Formidabile pure l’incursione nella privacy della mantide religiosa: «È la tigre degli insetti... Sotto la bellezza delle forme nasconde la ferocia della sua natura... Carnivora, voracissima di preda viva» recitano le didascalie su sfondo di fascio littorio. E poi documentari su polpi, meduse, farfalle, bachi da seta, ragni... Attraverso le immagini, l’incipiente regime cominciava a tessere la sua tela. Non per niente il Luce nasce nel 1924, traumatico anno spartiacque: il delitto Matteotti ha stravolto la pubblica opinione e in termini di consenso bisogna pararne i contraccolpi. Presto arriveranno le “leggi fascistissime”, la stretta autoritaria che getterà le fondamenta della dittatura. E tuttavia, all’origine, la cinematografia di Stato non è riducibile al solo intento propagandistico.

Cervello dell’impresa fu Luciano De Feo (1894-1974), avvocato e giornalista di cultura liberale. Anche con la tessera del Pnf in tasca, non sarà mai un fascista se non di facciata e circostanza. Nella “settima arte” De Feo scorge innanzitutto un potente strumento pedagogico di acculturazione delle masse, operaie, contadine. Le cose non andranno esattamente secondo i suoi desiderata progressisti. Nelle dittature educazione e propaganda non arrivano fatalmente a fondersi? Ma siamo appena nell’anno II del Ventennio e, malgrado il nuovo potere si vada imponendo a pugnalate e pestaggi, non tutti ne hanno ancora afferrato ambizioni e pericolosità.

I lavori per la demolizione della Spina di Borgo a Roma, 1937 (Archivio Istituto Luce) 

Il germoglio di un pisello

Settembre ’24: si apre a Napoli la IV Fiera campionaria. Per far passare la sua idea didattica e trovarle finanziamenti, Luciano De Feo gioca d’astuzia vellicando la già più che manifesta megalomania ducesca: all’ingresso della mostra allestisce una specie di proto-maxischermo «per proiettare in piazza, a partire dalle nove di sera, il documentario Dove si lavora per la grandezza d’Italia seguito da un filmato sulle Opere del regime... Nella seconda serata di proiezioni, la folla di curiosi che si accalca davanti all’improvvisato cinematografo è enorme e finisce addirittura per ostacolare la circolazione provocando l’immediato intervento della guardia civica» scrive la storica Fiamma Lussana nel bel saggio Cinema educatore. L’Istituto Luce dal fascismo alla Liberazione (Carocci editore, 2018). Rientrato il tumulto, il lesto Mussolini fiuta l’affare e convoca immediatamente De Feo, il quale gli presenta alcuni dei filmati scientifico-naturalistici acquisiti dal Sic. Fra questi, La circolazione del sangue e La vita delle piante, che – racconterà De Feo – «perfettamente mostrava il germoglio di un pisello». È immaginabile che visionando documentari su vasi arteriosi e venosi, come pure su fittoni, cotiledoni, steli, calici e corolle, l’uomo di Predappio non vibrasse di eccitazione. Però Benito coglie al balzo le potenzialità della macchina-cinema, e la metterà in moto a passo di bersagliere.

Il Sic diventa subito la società partecipata L.U.C.E. (L’Unione Cinematografica Educativa) dopodiché, per regio decreto, si incorpora nel parastato col nome di Istituto Luce. Parte sotto diretto controllo di governo e partito. In seguito la sorveglianza passerà al Minculpop, il Ministero della Cultura popolare.

Arditi da spiaggia

Per il centenario del Luce, il Venerdì mi aveva chiesto un’operazione temeraria: una full immersion di 24 ore nei filmati d’epoca fascista. Ma, siccome tengo alla pellaccia, alla fine abbiamo patteggiato: invece dell’immersione a palombaro, mi sarei limitato a qualche tuffetto qua e là negli albori dell’Istituto, le cui peraltro mirabili teche sono ormai quasi integralmente accessibili online. Al netto dell’inevitabile impronta esotica e del titolo in latino, il lungometraggio muto Aethiopia (1924) ha il taglio giornalistico del racconto di viaggio. La spedizione verso il lago Tana è cofirmata dal regista Franco Martini e dal reporter-esploratore Guelfo Civinini. La retorica colonialista dell’Impero è ancora di là da venire.

Mussolini appare per la prima volta in un documentario muto targato Luce, Vita Nova, nel 1925. In redingote assiste a una parata militare. Il primo cinegiornale muto è del 1927, il primo sonoro di quattro anni successivo. Titolo: Concorso Dux. Una visita improvvisa del Duce al campo. Merita la visione. Se non altro perché dura poco più di tre minuti. In compagnia del fido sansepolcrista Renato Ricci, Mussolini balena in un campeggio estivo di giovani arditi. Indossa un elegante blazer su pantaloni bianchi, ma pure un berretto marinaro da Capitan Findus. In cima a una torretta si gode il panorama della folla ovazionante, ma non geometricamente inquadrata in coreografie e anzi tendente a un certo svacco. Tutti sbracati a terra. L’impressione è che faccia un gran caldo. A torso nudo o in canotta, i ragazzotti si proteggono la testa sotto asciugamani e fazzoletti, i più audaci sfidano l’ipertermia calcando il fez o addirittura il cappello degli alpini. Con gesti imperiosi un maestro munito di bacchetta dirige il coro, ma riesce a far scattare in piedi la moltitudine degli spiaggiati solo sulle note di Salve o popolo di eroi..., Giovinezza, giovinezza... eccetera. Complessivamente lo spettacolo non è granché marziale. E il suono in presa diretta non aiuta, gracchia, distorce inni e discorsi sino a renderne le parole incomprensibili. Per il futuro urgono insomma migliorie sul piano fonico.

Adunate, comizi e vipere

Intanto il fascismo di celluloide procede nella sua avventura. Nell’agosto del ’32 la prima edizione della mostra del cinema a Venezia. Nel ’35 dal Luce sgorga l’Enic (Ente nazionale industrie cinematografiche) che produrrà e distribuirà film quali il kolossal Scipione l’Africano di Carmine Gallone e La corona di ferro di Alessandro Blasetti. Negli anni 30 sorge anche il Centro sperimentale di cinematografia. Del gennaio ’36 è la posa della prima pietra degli studios di Cinecittà: «La cinematografia è l’arma più potente» assicura Lui.

Adunate, comizi, inaugurazioni di grandi opere, opifici e campagne industriose, culto dei caduti («Nell’esempio dei morti disciplina dei vivi») e delle glorie patrie... Se non lo fai per studio, la visione prolungata dei filmati di propaganda rasenta lo sport estremo. La palpebra si abbatte rapidamente e puoi tenerti sveglio solo con le metanfetamine dei camionisti o dei ravers. Meglio ripiegare sulle spigolature. In un documentario del 1929 si fa campagna di Prevenzione degli infortuni agricoli provocati da armi da taglio e dal morso delle vipere. Quali saranno mai le ricette del regime per evitare quegli incidenti? Andiamole a scoprire. Il filmato si apre con le immagini di un villico armato di roncola che, nell’atto della potatura, mena rabbiosi fendenti a una pianta. La sua furia è tale che lo sconsiderato finisce col ferirsi a una mano. Nella sequenza successiva un contadino non meno avventato si aggira scalzo tra le sterpaglie e una presunta vipera gli addenta un piede. Ma il fascismo una soluzione miracolosa ce l’ha, e all’Italia rurale insegna: benedetti agricoltori, quando usate attrezzi da taglio mettetevi i guanti; quando percorrete i campi infilate le scarpe. Semplice semplice.

Papa Pio XII tra la folla dopo il bombardamento di Roma, 1943 (Archivio Istituto Luce) 

I grappoli del consenso

Nel repertorio del Luce gli eventi religiosi non mancano di essere documentati, ma senza strafare. Quasi a contrappeso, si alimenta l’immaginario legato all’antichità greco-romana. Anche con celebrazioni di stampo neo-pagano. Nel filmato del ’32 Rievocazioni plastiche nel tempio di Nettuno assistiamo a un’esibizione bizzarra, a metà tra lo spettacolo di danza e il rito arcaico. Nella cornice dei templi di Paestum, una trentina di ragazze in tunica da ancelle fanno strane cose: zampettano, levano le braccia al cielo (invocando chi? Presumibilmente il vecchio Nettuno), e si struggono, si disperano atrocemente come afflitte dall’angoscia del Fato imperscrutabile. Musi lunghi, tetri. Altrimenti che tragedia greca sarebbe?

Abbinato al folclore, una sorta di fascio-paganesimo trapela pure dalle ricorrenti Feste dell’uva. Se ne tengono dalle «groppe selvose delle Langhe» al Meridione. Nella sagra organizzata a Roma, piazza di Siena, nell’anno XIII dell’èra, vediamo sfilare carri allegorici gremiti di ilari villanelle in costume laziale, accigliati figuranti in tenuta da centurioni, enormi aquile e cannoni di cartapesta. Ma soprattutto grappoli a vagonate. Montagne di grappoli che vengono scagliati sulla folla la quale se ne ciba ebbra e vorace nel delirio bacchico. Il consenso è una sbronza.

Torniamo a faccende più serie. Sommo obiettivo della palingenesi fascista è quello di fabbricare un Uomo, un Italiano Nuovo. All’istituto “biotipologico-ortogenetico” di Genova – «che tutela lo sviluppo fisico e psichico dei figli d’Italia», spiega un filmato del 1933 – 60 mila balilla sono sottoposti a test attitudinali. Con le moderne tecnologie se ne saggiano le capacità dinamiche per segmenti corporei. Braccio? Prova del lancio. Gamba? Prova del calcio. Degli adolescenti-cavia si valutano velocità, forza, resistenza, senso dell’equilibrio e del ritmo. Tutto ciò per farne cosa? Futuri «autisti, vogatori, aviatori». Ma alla cloche della Patria c’è Mussolini, aviatore e sportivo numero uno, che «nelle sue rare ore di riposo» si divide tra la guida degli idrovolanti, l’ippica, la scherma e lo sci, riferisce un cinegiornale del ’34. Aggiungendo: «particolarmente alta è poi la sua fedeltà al mare, che egli non dimentica nemmeno in questo periodo dei primi rigori autunnali». Segue nuotata ducesca.

Strano ma vero

Un capitolo a parte lo meriterebbe la rappresentazione fascista del mondo animale. Non quella dei documentari scientifici promossi da De Feo, ma quella in cui anche le bestie vengono mobilitate nello sforzo propagandistico. Si va dalle astruse battute di caccia alla volpe tramite dirigibile (1934) a un curiosissimo filmato del ’33 nel quale in onore di San Francesco viene «restituita la libertà a mille uccellini prigionieri». Contro i cacciatori di frodo, il monito del regime è: «Combattete ragazzi, quando sarete grandi, questa gente senza cuore». Dall’aquila littoria al passero evangelico. Uccellacci e uccellini. Altrettanto singolare è il reportage da Napoli, 1932, intitolato Dal deserto all’asta pubblica. La liquidazione giudiziaria di un circo. Si vendono all’incanto un gruppo di 59 leoni e due tigri («Prezzo base lire 310 milaaa!» grida l’imbonitore partenopeo), quattro pellicani, quattro foche ammaestrate col pallone in punta di muso.

Vivamente sconsigliata agli animalisti anche la visione del filmato La fabbricazione del cappello di feltro di pelo, sponsorizzato dalla premiata ditta Borsalino. Nella sequenza iniziale vediamo un coniglietto saltellare brioso intorno a ciò che lo aspetta: il prodotto finito. Che provengano dall’Australia, dall’Argentina, dal Canada o dall’Europa, occorrono 5 conigli per fare un cappello, si precisa mostrando ammassi di pelo, e ricordando che il marchio Borsalino soddisfa le esigenze di tutte le teste, dal cow-boy del west al gaucho argentino, dal charro messicano ai boy scout di ogni latitudine. Ma anche la stravaganza vuole la sua parte. E perciò il Luce sciorina siparietti con scimmie-lustrascarpe, trote siamesi, o cani che cantano. Dovendo l’Italia fascista fornire di sé un’immagine austera, tutto quanto è “strano ma vero” si colloca fuori dai confini nazionali. Dunque largo ai maestri giapponesi di yo-yo in trasferta in Germania o al fachiro che a Vienna ipnotizza un gallo. Dagli Stati Uniti arrivano cortometraggi sulla gara per il record di lentiggini o sull’uomo volante che spicca il salto da un ponte e si schianta. Mentre è inglese Il bimbo più grasso del mondo (1935), un povero baby-obeso dalla motilità fortemente impedita che vediamo prima azzannare una lepre di peluche e poi distruggere a mazzate una torre di cubi-giocattolo. Prodezza che gli varrà in premio una barretta di cioccolato, e una bottarella calorica in più.

Ritorno alla realtà

Dai deragliamenti ferroviari alle calamità naturali, per tacere dei fattacci di nera (tipo il rapimento Lindbergh): sugli schermi del Luce gli eventi luttuosi o suscettibili di evocare disordine avvengono sempre all’estero, meglio se nelle vituperate «democrazie decadenti», Usa, Inghilterra, Francia. Sull’Italia splende un sole perenne. E quando piove, anche di brutto, è tutta poesia. Sulle soavi note di La biondina in gondoleta, di Venezia annegata sotto l’acqua alta si dice: Un originale aspetto della città dei Dogi dopo un furioso temporale (1933). Oltreché storicamente ridicolo, qualsiasi paragone con censure e censurette di TeleMeloni sarebbe sociologicamente sballato. Non foss’altro perché il cinema fascista era uno strumento giovane rivolto a un popolo giovane, mentre la tv – quella generalista perlomeno – è un Paese per vecchi. La propaganda continua a funzionare all’incirca nella stessa maniera, ma ha imboccato nuovi canali, digitali, conquistando il vasto orizzonte globale. Ed è infinitamente più pervasiva, totalitaria. Ce la portiamo sempre appresso: nello smartphone, nel pc.

La guerra che noi preferiamo era lo slogan delle bonifiche agrarie. Ma dal giugno ’40 la guerra non sarà più una metafora. E il linguaggio filmico del Luce non potrà non risentirne. I cinegiornali si fanno più cupi, ma anche più fedeli alla realtà. Già negli anni del conflitto «la materia prima del principale organo cinematografico statale sono la realtà vera e la vita vissuta del popolo italiano» scrive Fiamma Lussana. Non per niente quella temperie sarà la palestra del Neorealismo postbellico.Nella fase del consenso, con quel suo lessico tonante, un imparaticcio carduccian-dannunziano, l’Istituto aveva inscenato un’Italia mascelluta, febbrile, guerriera, tutta irretita (“mesmerizzata” si diceva allora) dallo sguardo spiritato del Dux che il grande schermo ingigantiva fino a farne l’occhio del Dio pantocratore cui nulla sfugge. Nelle mani del regime le originarie idealità emancipatrici di De Feo regredirono a infantilismo di massa. Allo stesso tempo però perfino le immagini della propaganda catturarono un’Italia perduta, meravigliosamente ancestrale nei suoi paesaggi, nei volti delle sue genti. Forte è la tentazione di scorrere i filmati Luce sulla raccolta delle pesche a Monselice, sull’infiorata di Genzano o su come si sposano i contadini in Tirolo. Però anche basta. Me ne frego.

Sul Venerdì del 26 agosto 2024

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