La mostra più pazza del mondo
di Alba SolaroUna delle stanze della mostra Namedropping, al Mona Museum di Hobart, in Tasmania, offre al visitatore un’allettante possibilità: dare il proprio nome a quello spazio. Basta pagare pochi dollari con un’apposita app, e il nome comparirà immediatamente su un’insegna digitale rossa affinché tutti possano vederlo. Almeno finché qualcun altro non pagherà una somma un po’ più alta, e allora a comparire sarà invece il suo, di nome. Un giochino perfido, non c’è che dire; fa assaporare la vertigine di dare il tuo nome alle cose ma poi te la toglie perché, in definitiva, chi sei? Sei il visitatore di una mostra fuori dai canoni che spiega bene come il “namedropping” , la pratica di buttare là i nomi di gente nota per far capire che si fa parte di “quel mondo”, sia essenzialmente una questione di potere; o sei qualcuno, o sei la quantità di soldi che ti può permettere di diventare qualcuno.
Una delle stanze della mostra Namedropping, al Mona Museum di Hobart, in Tasmania, offre al visitatore un’allettante possibilità: dare il proprio nome a quello spazio. Basta pagare pochi dollari con un’apposita app, e il nome comparirà immediatamente su un’insegna digitale rossa affinché tutti possano vederlo. Almeno finché qualcun altro non pagherà una somma un po’ più alta, e allora a comparire sarà invece il suo, di nome. Un giochino perfido, non c’è che dire; fa assaporare la vertigine di dare il tuo nome alle cose ma poi te la toglie perché, in definitiva, chi sei? Sei il visitatore di una mostra fuori dai canoni che spiega bene come il “namedropping” , la pratica di buttare là i nomi di gente nota per far capire che si fa parte di “quel mondo”, sia essenzialmente una questione di potere; o sei qualcuno, o sei la quantità di soldi che ti può permettere di diventare qualcuno.
Tra i pezzi in mostra fino al 21 aprile 2025 c’è un foglio a quadretti incorniciato, col testo di Starman scritto a mano da David Bowie nel 1972. David Walsh, fondatore del Mona (Museum of old and new art), ci tiene a far sapere di averlo pagato circa 386 mila dollari e poco importa che Starman non sia tra le sue canzoni preferite. Il possesso ci colloca nell’aura del personaggio. Per capirci, un piumino è solo un piumino. Ma Power Vest 6, dell’artista neozelandese Simon Denny, altro pezzo in mostra, smette di essere tale (marca Patagonia, comprato di seconda mano) quando scopri che le sciarpe di seta verde e blu pavone che lo rivestono erano di Margaret Thatcher. Allo stesso modo, 16:32, 26.05 del vietnamita Danh Vo può sembrare solo un bel lampadario di cristalli parte di un’installazione: Ma è quello che penzolava nel salone dell’Hotel Majestic di Parigi dove il 27 gennaio ’73 fu firmato l’accordo che segnava la fine della guerra in Vietnam.Il namedropping si fa storia, che cambia le vite come quella di Danh Vo, nato nel ’75 e fuggito in Danimarca coi genitori a quattro anni.
Marchi che ossessionano
Quattro sono anche gli anni di lavoro che ci sono voluti per mettere insieme i 250 pezzi distribuiti in 15 sale che compongono la mostra, una chiassosa selezione di nomi e brand che comprende la maschera che Heath Ledger indossava in Ned Kelly e il primo, preziosissimo in-folio delle opere di Shakespeare, pubblicato nel 1623 (delle 750 copie originali ne restano solo 235). E ancora, l’elenco manoscritto di piante da giardino di Charles Darwin, le ceramiche di Pablo Picasso, l’autografo di Miles Davis, la ruota della bicicletta di Marcel Duchamp, la spilla Big Mac di Emma Bugg realizzata con un vero hamburger comprato nel 2015 e perfettamente conservato; un pupazzo di Oliver Twist che l’artista britannica Cornelia Parker ha tagliato a metà con la lama della ghigliottina che si dice abbia mozzato la testa di Maria Antonietta. Una stanza buia ha accolto Once Upon a Time in Shaolin (2014), sesto album del collettivo rap Wu-Tang Clan, il disco più prezioso del mondo perché ne esiste una sola copia, chiusa in una preziosa valigetta d’argento (venne comprato dal businessman Martin Shkreli per due milioni di dollari): «Ce lo hanno concesso solo per due settimane, un privilegio per chi ha potuto ascoltarlo» racconta Jarrod Rawlins, uno dei cinque co-curatori. «Quando abbiamo cominciato a ragionare con David Walsh sul potere dei nomi, dei marchi, perché ne siamo ossessionati, come l’evoluzione umana ne è stata modellata, ci siamo resi conto che avremmo potuto esporre qualsiasi cosa».
Da dove avete cominciato, allora? «Dalla prima cosa che vedi entrando: una magnifica Holden Torana nera del 1977. È un’auto australiana fuori produzione ma che ai suoi tempi era uno status symbol, come poteva essere la Mustang per un consumatore americano». Lo spazio che la ospita è una sorta di garage con le pareti di legno, un tavolo da poker, il bersaglio per le freccette, le birre, un calendario di ragazze nude aperto su maggio/giugno 2008. «Abbiamo usato la Torana come metafora dell’intera idea, E a dire il vero, David spesso descrive il museo stesso come una Torana», perché è un’auto sexy, e il Mona è fondato sull’ossessione per arte, sesso e morte. Anzi, si potrebbe dire che tutto il Mona funziona come un gigantesco namedropping del suo fondatore.
Il Grande Gatsby dell’arte
David Walsh, classe 1945, sarebbe potuto essere una rockstar, il carisma basterebbe per farne anche dieci. Invece, essendo un genio matematico, è diventato ultra milionario facendo lo scommettitore di professione, e nel 2011 ha investito una parte del suo patrimonio per creare il Mona (che descrive come «una Disneyland sediziosa per adulti») su un isolotto in mezzo al fiume Hobart, nella capitale tasmaniana. Ci si arriva con uno speciale ferry che scarica i visitatori su un campo da tennis: il museo, immenso, è là, sottoterra (e dove potrebbe essere, vista l’ossessione per la morte?), si scende con l’ascensore. Non ci sono le etichette delle opere sui muri, Walsh le detesta, ai visitatori viene fornito un’iPad collegato alla app “The O” che dà tutte le informazioni, compresa una voce detta “gonzo” per le notizie più assurde e le opinioni del fondatore. Dei duemila pezzi della collezione, che mescolano anarchicamente opere antiche e dipinti moderni come il semi pornografico The Holy Virgin Mary di Chris Ofili, il pezzo forte è un’installazione che riproduce le funzioni di un intestino e fa la cacca tutti i giorni alla stessa ora: Cloaca del belga Wim Delvoye.
Sui lati dell’edificio si apre un giardino che ospita gli eventi musicali (ci hanno suonato da Nick Cave ai Mogwai) coordinati da una gloria dell’indie rock, il bassista dei Violent Femmes Brian Ritchie; sempre lui, sovrintende al Frying Pan, lo studio di registrazione all’interno del museo, che – a proposito di namedropping – ha come banco mixer il leggendario REDD.17 di Abbey Road: Walsh lo ha voluto a tutti i costi «perché sa di passione e di audacia».
Il mondo dell’arte invece non sa ancora bene come prendere questa sorta di Great Gatsby degli antipodi, talmente eccentrico da non essersi presentato all’inaugurazione della sua stessa mostra. Rawlins ricorda di averlo conosciuto in un bar che entrambi frequentavano, e da mercante d’arte ne era rimasto affascinato «perché Walsh non parlava come gli altri, anzi mostrava un disprezzo inaspettato per il mondo dell’arte». Diceva di aver costruito il suo museo «per assolvermi dal senso di colpa di aver fatto soldi senza lasciare un segno».
Namedropping è costata più di quanto molti musei pubblici possono permettersi, una quantità di denaro «che avrebbe potuto pagare gli integratori annuali di vitamina A per circa 1,8 milioni di bambini. È immorale spenderlo invece per questa indulgenza?» provoca Walsh. È una domanda retorica; possiamo sempre usare i soldi per ospedali e scuole invece che per arte e cultura, «ma la creatività» continua Rawlins «fa parte di un imperativo biologico a cui rispondiamo, che non possiamo controllare, non meno essenziale». Quello che ha spinto il cinese He Xiangyu a realizzare il suo Tank Project (2011–2013), un carrarmato flaccido, in pelle, copia a grandezza naturale di un T-34. Per prenderne le misure esatte, l’artista e il suo team si sono infiltrati per mesi in una base militare al confine con la Corea del Nord. Le pelli sono state poi assemblate e cucite da operai che di solito fanno le borse false e ora, allegoria dell’ossessione capitalista, splende in una sala del museo tappezzata con i loghi del Mona e di Louis Vuitton.
Sul Venerdì del 26 luglio 2024