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Marco Tullio Giordana: “Ormai non ho più nulla da nascondere”

una scena di La vita accanto 
Una bambina con una macchia sul volto, la famiglia che non regge alla vergogna. Nella storia del suo nuovo film, “La vita accanto”, Marco Tullio Giordana ha ritrovato traumi personali. Intervista
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Roma. «Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono, sta al suo posto, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni. Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi». Leggendo La vita accanto di Mariapia Veladiano prima di vedere il film di Marco Tullio Giordana (dal 22 agosto al cinema, in anteprima al Locarno Film Festival dove il regista riceverà un Pardo Speciale alla carriera) c’è la curiosità di scoprire come sarà trasferita sullo schermo una bruttezza così tragica che, dalla nascita di Rebecca, la protagonista brutta, fa esplodere il disagio e la follia in una famiglia altoborghese vicentina molto rétro.

Nel romanzo, la sua è una bruttezza totale, senza segni particolari; nel film, che sfronda molto, c’è un colpo d’ala: l’elemento deturpante diventa un angioma, una grande macchia rossa sulla guancia destra e più giù, che assume il portato simbolico del caso, dalla colp…

Roma. «Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono, sta al suo posto, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni. Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi». Leggendo La vita accanto di Mariapia Veladiano prima di vedere il film di Marco Tullio Giordana (dal 22 agosto al cinema, in anteprima al Locarno Film Festival dove il regista riceverà un Pardo Speciale alla carriera) c’è la curiosità di scoprire come sarà trasferita sullo schermo una bruttezza così tragica che, dalla nascita di Rebecca, la protagonista brutta, fa esplodere il disagio e la follia in una famiglia altoborghese vicentina molto rétro.

Nel romanzo, la sua è una bruttezza totale, senza segni particolari; nel film, che sfronda molto, c’è un colpo d’ala: l’elemento deturpante diventa un angioma, una grande macchia rossa sulla guancia destra e più giù, che assume il portato simbolico del caso, dalla colpa alla vergogna. L’idea c’è già nella prima sceneggiatura scritta anni fa, con Gloria Malatesta, da Marco Bellocchio, passato in seguito ad altri progetti, come spesso succede nella storia delle produzioni. Ma questa non si è perduta: è stata affidata dal Bellocchio produttore a un amico di lunga data e condivise sensibilità come Giordana. Che dice: «Ho letto la sceneggiatura prima del romanzo e ho trovato l’angioma una soluzione geniale: il problema di questa bambina è la difformità, ma al cinema non puoi avere un protagonista mostruoso, a meno che non sia in un film come Elephant Man o Dietro la maschera. E dovevi trovare una neonata mostruosa, una bambina di cinque anni mostruosa».

Qualcosa come la figlia di Fantozzi, che poi era un uomo. Dunque: la macchia rossa c’era già, ma, prendendo in mano il film, lei che significato le ha attribuito?
«Qui entriamo in un territorio molto personale. Io ho avuto una sorella che è mancata quando era molto giovane, 22 anni, non aveva un angioma, però aveva dei problemi. Io so, in famiglia, che cosa vuol dire il silenzio, la deformità, la vergogna di essere tenuti a parte. Io ho visto cos’è, come faceva soffrire, oltre che lei, anche noi altri fratelli. Questo mi sembra il tema».

Quanti fratelli eravate?
«Con lei cinque».

Sembra l’infanzia di Bellocchio, coi problemi psichici del fratello.
«Infatti si capisce anche perché Marco avesse amato il libro».

E forse anche perché ha chiamato lei a dirigere il film: sapeva di sua sorella?
«No, non lo sa nessuno. È la prima volta che ne parlo pubblicamente».

Lo posso scrivere o no?
«Sì, sì, ormai sono nella metà della vita in cui non devo nascondere più niente. C’è stata la tentazione, rimossa, di fare un calco dei film di Bellocchio: avrei anche saputo farlo. Ci ho pensato, perché io quei suoi temi li conosco e poi sono di Crema, 40 chilometri dalla sua Piacenza, c’è quel mondo lì. Però mi sembrava più giusto, onesto, fare una cosa mia».

Ma, in questo film, qual è il punto di svolta fra lei e Bellocchio?
«Più che l’oppressione dell’ambiente, il cattolicesimo, cose che ho vissuto anch’io, ma con effetti diversi perché Marco e io apparteniamo a generazioni diverse, la cosa che mi interessava di questo personaggio è la sua determinazione appena scopre di avere un talento. Oltre a questo, direi che la svolta è il tema dell’incesto: alluso nel libro, eluso da Bellocchio e centrale, invece, per me».

Qui tocca fare un minimo di sinossi, altrimenti perdiamo il lettore per strada. Anni Ottanta: nella monumentale casa del ginecologo Osvaldo (Paolo Pierobon) e della sua umbratile moglie Maria (Valentina Bellè) l’attesissima nascita di Rebecca, deturpata dall’angioma (Sara Ciocca e poi Beatrice Barison) fa scivolare la madre nella follia e tutta la famiglia nell’infelicità. Inquilina del piano di sopra, la zia Erminia (Sonia Bergamasco), gemella legatissima a Osvaldo e concertista di successo, si occupa della piccola, ne riconosce il talento musicale e l’avvia a una carriera da pianista.

Ma l’incesto fra i gemelli c’è o non c’è?
«È questo il fatto: la madre è convinta che ci sia, ed è il suo dramma, che maschera poi con l’ossessione per la macchia della figlia. E quando, in sogno o in consapevolezza inconscia, la figlia si rende conto che questa ossessione era della madre, non sua, guarisce. Quindi, che l’incesto ci sia o non ci sia, a noi non importa assolutamente niente. E questo vale anche per l’angioma che potrebbe anche non esserci mai stato: è una cosa che vedono tutti, ma che la bambina non sente, non vede».

Invece vede il fantasma della madre.
«I bambini credono ai fantasmi, li proiettano, si inventano amici che non esistono. Non è patologico. Una bambina che perde la madre la sogna. Sa, io ho perso mio padre quando avevo otto anni in un incidente aereo».

Quindi ha paura di volare?
«No, perché uno in famiglia basta. Due è statisticamente impossibile. Un fulmine colpì l’aereo appena decollato da Malpensa. All’epoca, nel ’59, fu il più grande disastro aereo italiano. Ancora adesso sogno a volte di incontrare mio padre: è come allora, si è rifatto una famiglia e non ci ha detto niente. Lo insulto. Questo per dire che i sogni rendono concreta una paura, una frattura, un dolore. Poi, da lì a immaginarseli come reali non ci vuole niente».

Perché ha spostato avanti di un decennio l’ambientazione, dai vaghi Settanta del romanzo?
«Non ne potevo più dei pantaloni a zampa d’elefante. E poi sarebbero tornati in ballo gli anni di piombo, la politica, tutte cose di cui non voglio più sentir parlare. Invece volevo illustrare un’epoca fintamente ottimista come gli Ottanta: euforia, investimenti, Borsa che sale, ricchezza per tutti».

I suoi attori dicono meraviglie di lei: sopra la media della gentilezza canonica dei press book.
«Ho avuto un cast meraviglioso, come sempre nella mia vita. Sono stato fortunato con gli attori, che mi piacciono perché fanno cose che io non saprei fare: io sarei timido, ormai con gli anni meno, ma anche troppo educato, reticente. Mentre gli attori sono spudorati. Quando cominciai, ero innamorato della macchina da presa e gli attori dovevano entrare nel disegno: fu Vittorio Mezzogiorno a dirmi che quel lavoro lo potevo fare col montaggio e, se lo guardavo, poteva darmi qualcosa in più».

«Gli attori sono bestiame» diceva Hitchcock, e qualche regista lo pensa ancora.
«È anche una civetteria, ma ricordo che quando andai sul set di Bernardo Bertolucci vidi come guidava gli attori: voleva sedurli tutti e pure il cestino della carta straccia, in caso. Bertolucci c’entra con la mia scelta di fare cinema. Prima volevo fare il pittore, ero andato a Parigi per una mostra di Francis Bacon, il mio idolo, di cui avevo visto per lo più stampe. Dal vivo, l’effetto fu drammatico: capii che non sarei mai diventato un pittore e, cercando un ponte da cui buttarmi giù comodamente, arrivai su quello di Passy dove c’era una troupe italiana e due ragazzi bellissimi, Bernardo e Vittorio Storaro, che giravano la prima scena di Ultimo tango. Quel formicolio stupendo mi fece pensare che forse il cinema era meglio della pittura. Poi, la sera, vidi La strategia del ragno e mi convinsi».

Lei fa molti documentari sul cinema.
«Il documentario mi piace perché deresponsabilizza. Non sai cosa dirà l’intervistato né cosa succederà, quindi registri e poi monti, cosa che mi piace sempre. Ora vorrei molto farne uno su Bellocchio, ma è recalcitrante. Credo per scaramanzia».

In questi giorni, a 84 anni, sta girando sotto il sole della Sardegna per i sopralluoghi della serie su Tortora: lei ha scoperto il segreto della sua vitalità?
«Sì, Marco deve vivere anche la vita di Camillo, il suo gemello suicida: una vita in un mondo parallelo, immaginario, simile al nostro, per cui c’è l’equivoco che qui c’è un registratore e là una sedia, ma lui, con gli occhi di Camillo, vede tutt’altre cose. Questo, però, io non ho mai osato dirglielo».

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