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Massimo Giannini: ho fatto un sogno. E un incubo

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I had a dream. Ho sognato che il 5 novembre Kamala Harris stravinceva le presidenziali americane. E non per poche centinaia di migliaia di voti popolari, come era capitato a Nixon nel 1968. Oppure con meno voti popolari dell’avversario ma con più voti nei singoli Stati-chiave, come era capitato a Bush Jr nel 2000o proprio a Trump nel 2016, quando prevalse tra i Grandi Elettori (304 su 538) nonostante Hillary Clinton avesse preso quasi tre milioni di preferenze più di lui. Ho sognato che The Brat (il suo album preferito, di Charli XCX) schiantava di brutto The Donald, il tycoon miliardario condannato con 34 capi d’imputazione, evasore di tasse, corruttore di uomini e molestatore seriale di donne. Tipo Biden nel 2020, che bello pimpante e non ancora “deficiente” batté il “delinquente” con il record di voti popolari della storia americana: 69.759.833 preferenze (cioè più dei 69.498.516 incassati da Obama nel 2008). Sia chiaro: non ho sognato tutti questi numeri, sarei un pazzo.

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I had a dream. Ho sognato che il 5 novembre Kamala Harris stravinceva le presidenziali americane. E non per poche centinaia di migliaia di voti popolari, come era capitato a Nixon nel 1968. Oppure con meno voti popolari dell’avversario ma con più voti nei singoli Stati-chiave, come era capitato a Bush Jr nel 2000o proprio a Trump nel 2016, quando prevalse tra i Grandi Elettori (304 su 538) nonostante Hillary Clinton avesse preso quasi tre milioni di preferenze più di lui. Ho sognato che The Brat (il suo album preferito, di Charli XCX) schiantava di brutto The Donald, il tycoon miliardario condannato con 34 capi d’imputazione, evasore di tasse, corruttore di uomini e molestatore seriale di donne. Tipo Biden nel 2020, che bello pimpante e non ancora “deficiente” batté il “delinquente” con il record di voti popolari della storia americana: 69.759.833 preferenze (cioè più dei 69.498.516 incassati da Obama nel 2008). Sia chiaro: non ho sognato tutti questi numeri, sarei un pazzo.

Ma ve li rimetto in fila solo per sottolineare che nei miei anfratti onirici godevo soprattutto per il trionfo di Kamala tra la gente comune, che nel mio subconscio riabilitava quello sconfinato Paese di sciamani frustrati e suprematisti bianchi. Non vi sto neanche a dire perché sarebbe magnifico se la ex procuratrice della California riuscisse a piegare “il criminale”, come lei stessa lo ha definito nella sua prima uscita pubblica dopo l’abbandono di nonno Joe (la prima donna commander in chief dell’Impero, la prima nera presidente dopo Barack, eccetera eccetera). E riuscisse a farlo non in un’aula di giustizia e non “in nome del”, ma “grazie al” popolo americano che la vota in massa. Non dico che il mondo sarebbe salvo, inguaiato com’è tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina. Ma insomma, se c’è ancora una speranza, e non vogliamo che la povera Europa finisca schiacciata come un gatto in tangenziale, è che l’eroe sul predellino di Butler torni a godersi i suoi soldi e la sua pensione nel faraonico ranch di Mar-a-Lago, e lasci la Casa Bianca a una vice-presidente che ancora deve dimostrare tutto, ma che almeno sui fondamentali ci sta. Scusate il paragone un po’ forte: mi ricordo che Benigni tanti anni fa, per sfottere D’Alema e il paradosso della sua leadership potente ma respingente, diceva sempre in toscanaccio «c’ha la barca, c’ha ‘baffi, è ‘l più bravo di tutti». Kamala è donna, è nera, non è la più brava di tutti. Lo dicono persino i suoi supporter democratici. Ma ho sognato che c’è ancora tempo. E ho sognato pure che la funzione sviluppa l’organo: se la butti nella mischia, imparerà a starci in mezzo. Scusate il paragone ancora più forte: qualcuno avrebbe scommesso un euro, su un’altra donna, stavolta bianca bionda madre e cristiana, alla guida di una pur scalcagnata democrazia europea? Ho sognato anche questo: se ce l’ha fatta l’underdog della Garbatella, come può non farcela la ragazzaccia di Oakland?

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