Tribute: la mia banda suona il rock. Degli altri
di Michele GravinoSotto il cielo dell’estate italiana ci sono ottime probabilità che, entro un raggio di pochi chilometri da dovunque vi troviate adesso, sia in corso una festa del santo patrono, una sagra di un qualunque prodotto tipico o esotico, un biker-raduno, una rassegna musicale sulla spiaggia. Migliaia, milioni di lampadine da accendere, di sedie e panche da spostare, di salsicce da arrostire. Pubblico in pantaloncini e ciabatte, adolescenti in tempesta ormonale, anziani, famiglie con bambini. Non è sempre facile fargli alzare lo sguardo dal piatto, convincerli a venire sotto al palco a ballare o a cantare in coro. Ci sono ottime probabilità che a riuscirci sia una tribute band.
Premessa terminologica: si definisce cover band un gruppo che spazia qua e là nella storia della musica – o di u…
Sotto il cielo dell’estate italiana ci sono ottime probabilità che, entro un raggio di pochi chilometri da dovunque vi troviate adesso, sia in corso una festa del santo patrono, una sagra di un qualunque prodotto tipico o esotico, un biker-raduno, una rassegna musicale sulla spiaggia. Migliaia, milioni di lampadine da accendere, di sedie e panche da spostare, di salsicce da arrostire. Pubblico in pantaloncini e ciabatte, adolescenti in tempesta ormonale, anziani, famiglie con bambini. Non è sempre facile fargli alzare lo sguardo dal piatto, convincerli a venire sotto al palco a ballare o a cantare in coro. Ci sono ottime probabilità che a riuscirci sia una tribute band.
Premessa terminologica: si definisce cover band un gruppo che spazia qua e là nella storia della musica – o di un periodo, o di un genere – per riproporre grandi successi altrui. Quello che hanno sempre fatto i ragazzi alle prime armi o i pianisti di pianobar. Il tribute – “omaggio” in inglese – è un’evoluzione del concetto: si tratta di dedicare un intero spettacolo – a volte un’intera vita – a un unico gruppo o artista, spesso riproducendone, oltre alla musica e alla voce, anche l’aspetto fisico, i costumi, le movenze sceniche, gli effetti speciali. Con gradi diversi di filologia o, se vogliamo, di maniacalità. I romani ReQueen hanno rinunciato ai baffi di Freddie Mercury («somigliava più a SuperMario» dicono ridendo del cantante Antonio Capraro) ma sul palco sfoggiano una replica perfetta della chitarra usata da Brian May e persino un microfono d’epoca: «Se ne trovano a minor prezzo e suonano anche meglio, ma la resa non è la stessa». Eleonora Costanzo, leader delle Celebrity Stars, completa la sua trasformazione in Katy Perry con un paio di lenti a contatto blu. Ago, frontman dei Moonskin, prima di ogni concerto si fa disegnare sul petto gli stessi tatuaggi di Damiano dei Måneskin – ma temporanei. Mentre Roberto Pambianchi, da un quarto di secolo in giro per piazze e teatri a cantare e suonare Lucio Battisti, disdegna trucco e parrucco: «Sono pelato, embè? Mica servono testa riccia e un foularino per fare Battisti. Non sono un imitatore. Però io della musica di Lucio sono invasato. Se mi chiedi che cosa c’è al minuto 1.03 di una tale canzone so risponderti».
Chi ha copiato per primo
Gabriele Pizzuti, impresario di lungo corso, faccia e piglio da Walter Matthau romano, ha una curiosa teoria sulla nascita del fenomeno: «Viene tutto dall’America Latina. Lì non avevano una grande tradizione musicale, e quindi ci copiavano: tanto erano lontani, nessuno li scopriva. Noi abbiamo per così dire reimportato quella mancanza». Pizzuti sostiene di gestire 230 band – «copro tutto: locali, teatri, feste patronali, sagre della porchetta o della tellina...». Lo incontro al Sessantotto Village, manifestazione che per buona parte dell’estate attira in un parco della periferia romana almeno un migliaio di persone a sera. Tra uno stand della birra e un maxischermo con gli Europei, sul palco si sono alternati tribute classicissimi – Pink Floyd, Ligabue, Deep Purple, Pooh – e show un po’ più di nicchia, come un insospettato clone degli Stadio. Chi sono? «C’è di tutto, molti sono dilettanti – ho una tribute band di Eros Ramazzotti dove il cantante fa il chirurgo, un altro il bancario, ma suonano insieme da tanti anni e si divertono. Altri sono diciamo semiprofessionisti, si alternano tra tribute e band originali, di giorno magari insegnano musica e nelle sere d’estate rimediano quegli 80, 100, 150 euro a testa che permettono un po’ di arrotondare. Poi ci sono anche artisti completi: Pambianchi con il suo Battisti o Emma Re, che qui ha fatto l’omaggio a Mina ed è stata tra le poche straniere a cantare a un evento per le Olimpiadi di Pechino 2008». Stasera, venerdì 2 agosto, replicheranno insieme i grandi duetti Mina-Lucio.
La forza dell’algoritmo
Sapete come funziona: è bastato inserire “tribute band” nella schermata di ricerca di Facebook per essere quotidianamente invitato a decine di eventi ai quattro angoli della Penisola. Impossibile orientarsi, e questo articolo non può e non vuole dare giudizi di valore. Del resto, chi mai per esempio riuscirebbe a fare una classifica delle infinite tribute band di Vasco Rossi? A distinguere tra i Bollicine, i Liberi Liberi, gli InfraRossi, i Colpa d’Alfredo e i Colpa del Blasco, i Vascombriccola e i Kombricola, gli Asilo Republic e gli Asilo Repubblic? Serve un Virgilio, o un Caronte, che mi faccia da guida, e pazienza se è in conflitto d’interessi.
Il caso e la potenza dell’algoritmo mi portano verso Rovigo, dove Rudi Caniato, con la sua agenzia Live for Music, regna su un piccolo impero di una sessantina di show. Attraversando in auto la notte veneta per passare dalla festa della birra di Fenil del Turco (Ro) alla sagra del Carmine di Villatora di Saonara (Pd), Caniato mi racconta di quando, a vent’anni, fu catapultato alla Rai di Roma per un provino: non lo presero, ma quelle ore passate al cospetto di Pippo Baudo segnarono per sempre il suo destino. Dopo aver militato in una «cover band punk-ska bolognese», è passato all’organizzazione. Mi spiega che, oltre alle cover e alle tribute band, vanno forte anche i format, spettacoli con ballerini, dj ed effetti speciali focalizzati su un genere o un periodo storico: «È l’ora degli anni Novanta».
E poi ci sono i multitribute, di cui rivendica con orgoglio la paternità. Come lo show delle già citate Celebrity Stars, cantanti-ballerine che coprono la musica al femminile dagli Abba a Rihanna (le ha appena volute Briatore al Twiga); o il Rockstar Show, che ora sta animando la festa padovana del Carmine («Carmineeee! Su le maniiiii!»). Sul palco si alternano un Angus Young degli Ac/Dc, un Freddie Mercury in versione casalinga baffuta e poi in quella più classica con la giacca gialla, un Axl Rose, un Bon Jovi, un Kiss mascherato. Suonano e cantano le hit delle band senza risparmiarsi. E poi, giù dal palco, restano a tirar fuori la lingua per i selfie con i fan.
Caniato sorride, gira video, posta incessantemente sui social e continua a parlare dei “cavalli di razza" della sua scuderia. Come quel Roy Paladini che con la sua interpretazione di Michael Jackson ha vinto il Tali e quali Show di Carlo Conti su Rai 1 e adesso ha tutta l’estate sold out. O come i Liveplay, tribute dei Coldplay: «Ma noi preferiamo definirci experience» mi dice al telefono il frontman, Enrico Coin. «Ci conosciamo e suoniamo da sempre, dei Coldplay ci siamo innamorati nel 2013 cominciando in una taverna. Pian piano ci siamo ingranditi, e ora abbiamo uno show che riproduce in piccolo – ma neanche poi tanto – quelli della band: laser, fiamme, coriandoli, fuochi d’artificio, gonfiabili che si muovono su carrucole, il videowall, i droni. Un grosso investimento, ci muoviamo in dieci. Suoniamo anche all’estero, noi e un’altra tribute inglese per così dire ci spartiamo l’Europa. Una volta ci ha contattato un manager dalla Cina: voleva mettere a punto i dettagli del tour. Ci aveva visti sui social e ci aveva scambiati per i veri Coldplay».
Coin è medico di famiglia, il lunedì mattina torna dai suoi pazienti di Piove di Sacco. Per altri i tribute sono un mestiere a tempo pieno, o quasi. Come i Beatbox, che riempiono i teatri con uno spettacolo sulla storia dei Beatles insieme a Carlo “Mr. Fantasy” Massarini. O i Pink Floyd Legend, in grado di allestire cinque show diversi per altrettanti Lp del gruppo di Waters & Gilmour e di attirare anche 2.000 paganti al Teatro romano di Verona. Oppure, con numeri più piccoli ma robusti, la Diapason Band di Alessandro Pozzato detto Poppa, che con 40 anni di attività è forse il più longevo tributo a Vasco Rossi.
«Giravo con i capelli lunghi e gli occhiali da sole ma non avevo mai cantato prima. Degli amici che facevano musica mi hanno detto: gli somigli, prova. Ed eccomi ancora qui a quasi sessant’anni, è il mestiere che mi dà da vivere. Io sono timidissimo ma sul palco mi trasfiguro, un’adrenalina pazzesca, vengono a vederci con gli striscioni, le bandiere, dopo tutto questo tempo ancora non ci credo». Ma è vero che Vasco vede male le tribute band? Sembra che abbia fatto causa a quelle che si pubblicizzano con la sua foto... «Ma no, è solo che giustamente non vuole dare patenti ufficiali, ma con me è sempre stato gentilissimo. Lui è lui e io sono io. È un servitore della patria. Lo dico sempre dal palco: “Dio benedica Vasco”».
Hanno invece solo tre anni di vita i Moonskin, tribute band dei Måneskin (che li hanno anche pubblicamente elogiati). È stato Alex Petroni, musicista (non a caso con una storica tribute degli U2, gli Achtung Babies) e manager, a organizzare il casting per trovare quattro cloni dei ragazzi romani. Ora i Moonskin coprono il circuito nazionale («ma mai sotto una certa soglia, se vai a un matrimonio o a una festa privata c’è sempre l’invitato che mette il video sui social e allora ti svaluti, non ne vale la pena») e anche quello dei tribute show internazionali. «Non capisco le critiche di chi fa le pulci sulla tecnica, di chi parla di pagliacciate: la musica è svago, è show, è emozione, alla fine decide sempre il pubblico» dice Petroni, e si capisce che sta parlando dei suoi cloni ma un po’ anche dei Måneskin originali.
La grande gara
Critiche e polemiche sui tribute show non mancano: non è un modo troppo facile di attirare il pubblico? Come fa a farsi conoscere chi vuole proporre materiale originale se locali e feste danno spazio solo ai cloni? Intanto però l’estate si chiuderà con il più grande contest del settore: “Risuoni”, dal 29 agosto a Belpasso, alle pendici dell’Etna. In sei serate più semifinali e finali si sfideranno nientemeno che 48 gruppi, siciliani e non solo. In programma gli omaggi più disparati: ai soliti Vasco, Liga, Madonna, Queen, ma anche ai Guano Apes, ai Matia Bazar, a Nek, a Gabbani…
Parlando con qualche protagonista delle scorse edizioni si torna alle origini del fenomeno tribute: tanta passione, parecchia ossessività, soprattutto voglia di divertirsi. Gianluca Salerno, urologo catanese, ha partecipato con moglie, fratello e migliore amico riuniti nei Negative Swabs, i Tamponi Negativi. Lui fa Elvis Presley; alla tecnica per sua stessa ammissione non impeccabile supplisce con l’energia sul palco e la cura del dettaglio: «Ho fatto venire dall’America una riproduzione perfetta del vestito che Elvis indossava nel famoso show televisivo del Natale ‘68. Anche se indossare pantaloni di pelle nel pieno dell’estate siciliana non è stata una scelta felicissima».
A “Risuoni 2022” Salerno è arrivato quarto. Vincitori, i Kiss U: anche loro sono catanesi e anche loro hanno in organico un professionista del settore medico, Gaetano Nicastro, area manager di un’azienda farmaceutica. «Dei Kiss mi piace soprattutto la teatralità, i costumi, naturalmente il trucco. La mia più grande soddisfazione è quando sono passato sotto il palco e mia madre non mi ha riconosciuto». Per lui, nessuna velleità di professionismo: «Facciamo qualche motoraduno, feste a Halloween e a Carnevale, e va bene così. Ho sempre saputo che l’arte non paga. Ma non capisco chi sostiene che le tribute band fanno male alla musica, che levano pubblico agli artisti originali. Non è che siccome esiste Cristiano Ronaldo io devo smettere di giocare a pallone».
Sul Venerdì del 2 agosto 2024