Cugini di Campagna: il nostro tour non finisce mai
di Luigi BologniniQuesta intervista si apre con la sua chiusura, un episodio a margine che però spiega tante cose sul tema della stessa. Autostrada Salerno-Reggio Calabria. Di ritorno da un concerto, i Cugini di Campagna si fermano in un autogrill per un panino, un caffè e per rispondere alle nostre domande senza essere interrotti dalle varie gallerie che uccidono il segnale del telefonino. La gente vede entrare la band vestita come d’ordinanza, zeppe ai piedi, vestiti sgargianti e a stelle e strisce, e si azzittisce, ammirata. «E questa è una delle cose che più ci piace in assoluto nel fare tour: tutti che ci guardano e sorridono in silenzio, ci riconoscono, ci salutano, ci chiedono selfie, e alcuni di noi manco sapevano cosa fossero, i selfie, ce l’ha spiegato Marco Mengoni alle prove di Sanremo facendosene uno con noi. La situazione è la stessa identica quando saliamo sul palco in piazza e partiamo col concerto. Ci possono essere bar e ristoranti che lavorano, stand che vendono lumache, lampascioni,…
Questa intervista si apre con la sua chiusura, un episodio a margine che però spiega tante cose sul tema della stessa. Autostrada Salerno-Reggio Calabria. Di ritorno da un concerto, i Cugini di Campagna si fermano in un autogrill per un panino, un caffè e per rispondere alle nostre domande senza essere interrotti dalle varie gallerie che uccidono il segnale del telefonino. La gente vede entrare la band vestita come d’ordinanza, zeppe ai piedi, vestiti sgargianti e a stelle e strisce, e si azzittisce, ammirata. «E questa è una delle cose che più ci piace in assoluto nel fare tour: tutti che ci guardano e sorridono in silenzio, ci riconoscono, ci salutano, ci chiedono selfie, e alcuni di noi manco sapevano cosa fossero, i selfie, ce l’ha spiegato Marco Mengoni alle prove di Sanremo facendosene uno con noi. La situazione è la stessa identica quando saliamo sul palco in piazza e partiamo col concerto. Ci possono essere bar e ristoranti che lavorano, stand che vendono lumache, lampascioni, braciole e zeppole di carnevale, gang di motociclisti, gruppi di genitori coi figli sul passeggino: tacciono tutti, o se aprono bocca è per fare il coro insieme a noi», dicono i Cugini: Ivano Michetti (chitarra e basso), il fratello Silvano (batteria e percussioni), Nicolino Luciani (voce e tastiera), Tiziano Leonardi (tastiera).
Stavolta, in autogrill, il silenzio viene rotto proprio all’atto finale dell’intervista. Per congedarsi, i quattro si lanciano in un’Anima mia a cappella, che si chiude con gli applausi del pubblico: da un capo del telefono lo scrivente e la madre (che è riuscita a riconoscerli, e sono soddisfazioni), dall’altro i clienti del bar autostradale. «E noi non riusciamo a rinunciare a queste sensazioni, alla magia di un Rustichella sbocconcellato alle due di notte mentre si guida verso casa, a un letto diverso ogni notte dove buttarsi dopo aver riempito una piazza, agli occhi di chi ci guarda o ci ascolta e si mette a cantare con noi».
Quasi una droga.
«Non va troppo lontano dalla realtà. Non lo facciamo per soldi, anzi per fortuna abbiamo investito tutti in appartamenti dove – quando decidessimo di smettere – ci faremo rinchiudere buttando via la chiave proprio per non ricadere in tentazione. E cioè nella voglia di vivere ancora tutte queste fantastiche sensazioni, senza mai smettere. Che è un po’ il problema della tossicodipendenza, come sa».
E a che livello di dipendenza siete? Insomma, quante volte in un anno, figlioli?
«Nel 2023, 152 concerti, quest’anno forse anche oltre. Meno di 80-100 all’anno mai fatti».
State ovviamente scherzando.
«Non ci permetteremmo mai. Suonare è la cosa più bella e seria della nostra vita. E abbiamo sempre tantissime richieste. Certo, il Sanremo dell’anno scorso è stato un boom, così come ai tempi di Anima mia: lì fai il colpo, poi lo gestisci e lo vedi scendere per anni, ma sempre lentamente e senza mai che si possa intravvedere uno stop».
Che tecnica avete, proprio a livello organizzativo?
«Diverse. Primo, una ventina di impresari, ognuno dei quali ci gestisce una regione, cioè le richieste che da lì pervengono. Non a caso il post Facebook che annuncia le nostre date è sempre lo stesso, preferiamo aggiornarlo progressivamente: siamo sempre noi, è il nostro essere never ending, come il tour di Bob Dylan. Secondo, non rifiutare nulla, a una condizione: che ci sia un palco di 10 metri per 12, che ci serve per gli strumenti. Non storciamo mai il naso di fronte a niente: sagre di frazione, feste di piazza, alberghi, ristoranti, eventi per prodotti tipici locali. Sui soldi un accordo lo si trova, l’importante è il palco: 10x12».
Ma così chissà in quante situazioni assurde vi sarete ritrovati.
«Gliene citiamo solo un paio, ci permetterà di non dirle i nomi precisi ma con tutti siamo restati amici, sembrerebbe una presa in giro. A una sagra della rana fritta fummo obbligati, proprio per dimostrare amicizia e simpatia, a mangiare ventuno rane a testa, e sottolineiamo ventuno. In una festa dell’anguria, mezzo cocomero a testa, benché scaglionato fetta dopo fetta nel corso della sera. E poi tante feste in Puglia, dalle quali torniamo con 7-8 chili in più in tre giorni perché se ti rifiuti di assaggiare un pasticciotto, un rustico, un panzerotto, uno gnummareddo non rischi l’incolumità, ma la cosa più terribile di tutte: essere considerato uno che non accetta l’ospitalità. Per il resto, davvero, in Italia si festeggia tutto e per festeggiare tutti ci hanno chiamati e ci chiameranno. Guardi, in Italia siamo noi e Vasco, il resto sono tutte bufale. Ah, a proposito, una volta in Campania ci regalarono una gigantesca mozzarella a testa: mangiarla in un paninone mentre guidavamo verso casa fu una magia irripetibile».
Non divagate e spiegate di Vasco.
«Molto semplice, e premettendo ammirazione totale alla persona e all’artista: facciamo gli stessi numeri del Modena Park del 2017, intorno ai 230 mila spettatori. Solo che lui li ha fatti in un colpo solo, noi sommando concertino su concertino su concertino...».A furia di girare l’Italia tornate spesso in posti dove eravate già stati? «E riusciamo anche a capirne le differenze col tempo. Senta questa. San Mango D’Aquino, Catanzaro. Piazza con un anfiteatro che ci sembrava che non ci fosse mai stato. Morale, in albergo vediamo da vecchie foto alle pareti che quarant’anni prima avevamo suonato in quella stessa piazza e l’anfiteatro non c’era davvero. L’avevano costruito dopo. E poi da altre foto lì accanto vediamo che avevamo suonato pure nell’albergo. Se gli alberghi hanno le strutture giuste ci si suona benissimo. E pure nei ristoranti».
Tipo orchestra che allieta il matrimonio?
«Ma no, tipo orchestra che recupera un concerto di piazza causa pioggia. Noi ci cauteliamo portando quattro copie diverse di ogni strumento, e cercando luoghi più riparati possibile. Ma quella sera niente: eravamo in Toscana, c’era un pieno clamoroso, ma anche un’acqua alluvionale. Il ristorante del borgo riuscì a ospitare tutti gli abitanti, doveva essere gigantesco. Con gli strumenti bagnati cantammo solo a cappella, a voce, mentre per tutta la sera giravano fra i tavoli meravigliosi piatti di spaghetti. Come ti dimentichi qualcosa del genere? E soprattutto: perché dimenticarla?».
Alloggi indimenticabili? Topaie? Case di sindaci o assessori? Hotel sette stelle?
«Sempre in Toscana un proprietario d’hotel ci aveva fatto costruire quattro dépendance sulla spiaggia, ma si era dimenticato il tecnico del suono, Ivano. Così decise di dormire sulla battigia. Fu svegliato da un’onda che gli piacque cosi tanto che la registrò. La si ritrova all’inizio di Conchiglia bianca».
Ricordate tutto. Anche il vostro primo concerto di piazza in assoluto?
«Ovvio. Piazza di Trevi a Roma».
Nel senso della fontana?
«Noi nasciamo negli anni Sessanta come voci bianche della Cappella Sistina. Poi ci mettemmo a cantare davanti alla fontana, sempre come voci bianche. Insuccessi spaventosi. Finché andammo dal ferramenta, prendemmo dei magneti tondi con fili di nylon. E lì i soldi li facemmo subito».
Insomma, li rubavate nella fontana.
«Li estraevamo, visto che altrimenti restavano lì. Come nel film di Totò, sì. Però poi ci comprammo quattro chitarre Fender. E da lì nasce tutto il resto. E ora se permette la salutiamo». E parte Anima mia. Solo che nessuno dei quattro torna a casa sua, tutti hanno davanti un altro viaggio e una città per cantare. Anche se questo è Ron.
Sul Venerdì del 2 agosto 2024