I veri alieni si trovano tremila metri sotto i mari
di Alex SaragosaPer scoprire gli alieni non c’è bisogno di catturare Ufo: basta mandare dei rover a scandagliare gli abissi oceanici, fra i 3.000 e gli 11.000 metri, e si trovano animali degni di mondi extraterrestri.L’ultima messe di scoperte è arrivata dal gruppo dell’ecologo marino Thomas Dahlgren, dell’università di Goteborg, che ha scandagliato un’area di fondale fra 3.500 e 5.000 metri, posto fra Hawaii e Messico, trovando dozzine di specie nuove alla scienza.«Sono soprattutto animali che si nutrono del materiale organico sul fondo. Fra questi ci sono due nuove specie di oloturie: una nuota in acqua grazie a una lunga coda e ha il corpo trasparente, tranne per l’apparato digerente, la seconda, che abbiamo chiamato Barbie, è rosa, e si sposta sui fondali su protuberanze con dita, con cui “assaggia” il suolo» dice Dahlgren.
Per scoprire gli alieni non c’è bisogno di catturare Ufo: basta mandare dei rover a scandagliare gli abissi oceanici, fra i 3.000 e gli 11.000 metri, e si trovano animali degni di mondi extraterrestri.L’ultima messe di scoperte è arrivata dal gruppo dell’ecologo marino Thomas Dahlgren, dell’università di Goteborg, che ha scandagliato un’area di fondale fra 3.500 e 5.000 metri, posto fra Hawaii e Messico, trovando dozzine di specie nuove alla scienza.«Sono soprattutto animali che si nutrono del materiale organico sul fondo. Fra questi ci sono due nuove specie di oloturie: una nuota in acqua grazie a una lunga coda e ha il corpo trasparente, tranne per l’apparato digerente, la seconda, che abbiamo chiamato Barbie, è rosa, e si sposta sui fondali su protuberanze con dita, con cui “assaggia” il suolo» dice Dahlgren.
Individuati anche nuovi anellidi, crostacei, un anemone di mare e vari tipi di “spugne di vetro”, colonie di cellule che filtrano l’acqua, difese da uno scheletro di silice semitrasparente.«Le spugne di vetro sono note anche per la loro estrema longevità: si è calcolato che alcuni esemplari nelle gelide acque antartiche abbiano circa 15mila anni, e visto che negli abissi l’acqua è altrettanto fredda, anche quelle che abbiamo filmato sono forse millenarie». Il che non le mette al riparo dall’uomo. «L’area che abbiamo esplorato è una delle 16 destinate a essere dragate da compagnie minerarie per estrarne noduli metallici. Ciò che abbiamo scoperto dimostra che questo tipo di attività farà sparire migliaia di specie animali meravigliose e ancora sconosciute» conclude Dahlgren.
In effetti, prima che si inventassero le tecniche per esplorarli, si riteneva che i fondali abissali fossero deserti di fango, dove compiere attività distruttive senza conseguenze. «Nulla è più lontano dal vero», spiega Francesco Filiciotto, ecologo marino dell’Istituto di scienze polari del Cnr, «e le zone abissali si stanno dimostrando ricche di vita e con tante specie nuove: sono un po’ come le foreste tropicali per i naturalisti del ‘700, ovunque ti giri vedi animali mai descritti».
Neve di mare
Eppure nei fondali oceanici non c’è luce, e quindi, in assenza di fotosintesi, poco ossigeno e cibo, le temperature sono gelide e la pressione cresce di un quintale per centimetro quadro ogni 1.000 metri. «Ma proprio perché “difficili” gli abissi sono attraenti perché poco affollati da competitori e predatori. Il cibo è scarso, ma continuo e gratuito: la catena alimentare lì si basa soprattutto sulla “neve di mare”, le sostanze organiche prodotte in alto, che scendono lentamente nell’acqua. E c’è anche un’altra bizzarra fonte di cibo: batteri che usano i metalli per produrre energia, che poi condividono con i molluschi, vermi e crostacei che li ospitano».
I predatori sono pochi, ma “mostruosi” come i Lofiformi, pesci dalla bocca e occhi sproporzionati rispetto al corpo. «In quel buio assoluto tanti animali emettono luce per individuare la “neve” e i partner sessuali. I grandi occhi dei Lofiformi servono appunto a scoprire le prede luminose e le loro grandi bocche a catturarle senza scampo, perché sono rare occasioni che non possono perdere. Alcuni lofiformi, come la rana pescatrice, Cryptopsaras couesii, hanno anche evoluto una “lenza luminosa” per attirare le prede e una bizzarra soluzione al problema di trovare partner sessuali in quelle immensità: i maschi sono piccolissimi, e quelli tanto fortunati da trovare una femmina, ci si attaccano con i denti fondendosi al suo corpo, così da fecondarla a vita».Naturalmente anche le prede hanno trovato il modo di difendersi: molte sono trasparenti, ma altre emettono luce rossa o sono colorate di rosso, che è il colore che penetra meno nell’acqua, per cui gli occhi dei predatori spesso mancano dei fotorecettori per vederlo.
Ma che freddo fa
«Freddo, poco ossigeno e scarso cibo, fanno si che gli abitanti degli abissi abbiano un metabolismo molto lento e si spostino poco, per cui le popolazioni locali restano isolate ed evolvono in nuove specie: ecco spiegata la grande varietà di vita abissale». Ma come riescono a resistere a quelle immense pressioni?«Gli animali marini sono composti largamente di acqua, che è incomprimibile: per non farsi schiacciare dalle pressioni estreme basta non abbiano cavità piene di gas nel corpo, e infatti i pesci lì non hanno vescica natatoria. Però per vivere devono mantenere una concentrazione di sali all’interno delle cellule più bassa che all’esterno, e questo richiede, con l’aumento della pressione, sempre più energia: si calcola che sotto i -8400 metri, i pesci non possano vivere. E infatti il pesce rinvenuto più in basso è un pesce-lumaca, Pseudoliparis, visto a -8300 metri».Se neanche i pesci riescono ad arrivare alle massime profondità, come invece fanno animali più semplici tipo le solite oloturie e spugne, trovate persino ai -11mila metri della fossa delle Marianne, figuriamoci se i mammiferi possono frequentare gli abissi.«In realtà uno di loro lo fa, arrivando a -3.000 metri, dove resta per ore a caccia di calamari: si tratta dello zifio, Ziphius cavirostris. Sembra impossibile che un mammifero possa sopportare quelle pressioni, ma lo zifio ci riesce svuotando completamente i polmoni prima di immergersi, così da potersi appiattire, e affidando l’immagazzinamento e il trasporto dell’ossigeno alla mioglobina, che normalmente serve solo a spostare l’ossigeno dal sangue ai muscoli. Sapere come faccia aprirebbe la strada ad applicazioni biomediche nell’uomo», conclude Filiciotto.
Sul Venerdì del 2 agosto