Il Vietnam non è più un Paese per motorini
Ho chi minh city. Sfrecciano ovunque, marciapiedi compresi: e basta un momento di distrazione per ritrovarsi travolti a gambe all’aria. Benvenuti a Ho Chi Minh City, meglio nota come HCMC, una delle città col maggior numero di moto e motorini al mondo: otto milioni quelli registrati per una popolazione di circa dieci milioni di abitanti, cifra che include moto, scooter e piccoli ciclomotori, tutti mezzi di trasporto essenziali in questa metropoli asiatica in pieno sviluppo ma ancora senza metropolitana. Per far fronte a un fenomeno sfuggito a ogni controllo, HCMC – come altre quattro grandi città vietnamite, compresa la capitale Hanoi – aveva scelto una strada piuttosto particolare: se in mezzo mondo vengono inaugurati chilometri di piste ciclabili, qui hanno invece attivato corsie riservate alle motociclette. Lo scopo era provare a gestire il traffico e garantire viaggi più sicuri ai motociclisti. In città, le morti per incidenti stradali sono circa 10 mila l’anno e una parte signifi…
Ho chi minh city. Sfrecciano ovunque, marciapiedi compresi: e basta un momento di distrazione per ritrovarsi travolti a gambe all’aria. Benvenuti a Ho Chi Minh City, meglio nota come HCMC, una delle città col maggior numero di moto e motorini al mondo: otto milioni quelli registrati per una popolazione di circa dieci milioni di abitanti, cifra che include moto, scooter e piccoli ciclomotori, tutti mezzi di trasporto essenziali in questa metropoli asiatica in pieno sviluppo ma ancora senza metropolitana. Per far fronte a un fenomeno sfuggito a ogni controllo, HCMC – come altre quattro grandi città vietnamite, compresa la capitale Hanoi – aveva scelto una strada piuttosto particolare: se in mezzo mondo vengono inaugurati chilometri di piste ciclabili, qui hanno invece attivato corsie riservate alle motociclette. Lo scopo era provare a gestire il traffico e garantire viaggi più sicuri ai motociclisti. In città, le morti per incidenti stradali sono circa 10 mila l’anno e una parte significativa coinvolge proprio le due ruote. Per qualche tempo si è sperato che le corsie dedicate sarebbero bastate a limitare i danni. Ma per quanto dopo l’introduzione della misura i numeri degli incidenti siano diminuiti, i morti restano comunque troppi. E così ora il governo ha deciso di mettere in campo misure ancora più radicali: entro il 2030, nei centri non solo di HCMC ma anche di Hanoi, Haiphong, Danang e Cantho, entrerà in vigore il divieto totale di uso delle motociclette. Lo scopo dovrebbe anche essere quello di diminuire, oltre che il traffico e gli incidenti anche l’inquinamento atmosferico, modificando in modo radicale la mobilità urbana e la qualità della vita dei cittadini.Il provvedimento prevede un approccio graduale: in una prima fase tutti i veicoli registrati dovranno obbligatoriamente essere controllati e revisionati, in modo da tenerne sotto controllo il numero. Poi verrà l’espansione e il miglioramento delle infrastrutture di trasporto pubblico, con l’obiettivo di coprire oltre il 50 per cento dei residenti entro il 2030. Infine il divieto definitivo di uso delle motociclette nel centro delle città.
Una nuova classe media
Attenzione all’ambiente certo, dunque, e alla sicurezza stradale. Ma non solo. «Uno degli obiettivi è anche attrarre verso il centro le classi sociali più alte», mi dice Tam, che lavora come reporter per una grande agenzia di news asiatica. Negli ultimi dieci anni, la classe media in Vietnam ha registrato una crescita significativa: gli appartenenti alla classe medio-alta passeranno dai 30 milioni del 2020 ai 56 milioni entro il 2030, facendo della società vietnamita una delle più dinamiche e in rapida crescita di tutto il Sud-est asiatico. A fare le spese di questa politica che punta sui più ricchi, sarà naturalmente chi non potrà più permettersi di vivere in centro: «Il divieto di circolazione per le moto creerà maggiori difficoltà sia per i pendolari che per i lavoratori che trasportano merci per le varie attività commerciali», insiste Tam.Festeggiano già, invece, tutti quelli che si muovono a piedi. Gli stranieri con cui parlo condividono tutti con me storie horror sul traffico di HCMH. La maggior parte di loro ha avuto un incidente mentre camminava per strada, e negli altri casi poco ci è mancato. Qui non ci si salva neppure sui marciapiedi, danneggiati proprio dal continuo passaggio degli scooter che li usano per evitare gli ingorghi o semplicemente per parcheggiare. Fra i più furiosi, contro i motociclisti, ci sono i proprietari di ristoranti e locali che sui marciapiedi vorrebbero poter mettere i loro tavolini. Tran Thi Minh, titolare di un caffè accanto a cui decine di suoi clienti ogni giorno parcheggiano la moto, nei confronti delle due ruote ha naturalmente un atteggiamento ambivalente: «Vietarle potrebbe danneggiare seriamente il mio business. Se il trasporto pubblico non sarà sufficiente a compensare, potrei perdere una buona parte dei miei clienti».
Orizzonte metropolitano
Anche per questo motivo, l’attesa è tutta per il completamento della prima metropolitana della città. La Linea Uno, nota anche come Ben Thanh-oi Tien, si estende per circa 19,7 chilometri e include 14 stazioni, tre delle quali sotterranee. La costruzione è iniziata nel 2012 ed è stata completata al 98 per cento. Non si sa ancora con precisione quando aprirà, ma le autorità garantiscono che, una volta operativa, migliorerà «significativamente» il panorama del trasporto urbano. Intorno ad essa sta nascendo un sistema a raggiera che consentirà agli utenti di lasciare auto e moto in appositi parcheggi e poi di raggiungere il centro città a bordo dei nuovi vagoni. Uno studio condotto dall’Università Vietnamita-Tedesca, su un campione di duemila persone che vivono in sei principali aree urbane del Vietnam, ha presentato uno scenario in cui la rete di trasporti pubblici di HCMC crescerà da due a tre volte entro il 2030, con sei-sette linee della metropolitana e un aumento triplo delle tariffe di parcheggio. Tuttavia, il 70 per cento degli intervistati ha dichiarato di voler continuare ad utilizzare comunque le motociclette, anche solo come taxi. In questo settore, il successo si chiama Grab, un’app di ride-hailing e delivery nata in Malesia nel 2012 e che si è rapidamente estesa in tutto il Sud-Est asiatico. È diventata particolarmente popolare in Vietnam dopo il suo ingresso nel mercato dieci anni fa: milioni di utenti le si affidano quotidianamente, in particolare nei grandi centri urbani come quelli interessati dal provvedimento del governo per fermare le motociclette. Nguyen, un motociclista di 27 anni che lavora per Grab da diversi anni, e che per 5 euro e in 20 minuti (con un taxi ufficiale mi sarebbe costato 5 volte tanto e sarei rimasto imbottigliato nel traffico) mi porta in centro città, esprime sentimenti contrastanti rispetto alla futura interdizione delle due ruote dal centro urbano. «Capisco la necessità di ridurre gli incidenti, l’inquinamento dell’aria e il traffico, ma per molti di noi le motociclette non sono solo l’unica opzione conveniente ed economica di spostamento, ma sono anche la principale se non unica fonte di reddito».
Sognando Tokyo
«Sono favorevole all’idea di avere un’aria più pulita e meno traffico. Tuttavia, questo non è il Giappone dove treni e bus spaccano il minuto», mi dice Le Hoang Long, uno studente universitario che incontro in uno dei tanti locali di vita notturna nel vivace centro di Ho Chi Minh. «Per questo anche con una rete di trasporti pubblici sviluppata, la maggior parte delle persone sceglierebbe comunque di essere indipendente».Magari Le Hoang lo ignora, ma è proprio il Giappone ad essere fortemente coinvolto nello sviluppo del primo sistema di metropolitana a Ho Chi Minh City. La Japan International Cooperation Agency (JICA) si fa carico infatti dell’83 per cento dei finanziamenti. E visto che i giapponesi hanno risolto ormai da decenni il problema del traffico, magari riusciranno davvero a impiantare in Vietnam il loro know-how. In cambio, potrebbero chiedere ai vietnamiti quale sia il segreto per fare bambini. Se infatti il Giappone ha perso quasi cinque milioni di abitanti negli ultimi dieci anni, i vietnamiti nello stesso arco di tempo sono passati da 89 milioni a circa 99 milioni. Come se avessero aggiunto un’intera Tokyo al loro Paese. Con relative due ruote già pronte, naturalmente.