La siccità? In Sicilia non esiste
dal nostro inviato Riccado StaglianòSicilia occidentale. L’acqua non c’è, ma non si vede. L’unico indizio visivo del problema, in tre giorni a zonzo per la Sicilia, è l’ininterrotta processione di rassegnati agrigentini con taniche da riempire alla fontana Bonamorone (sul cui conto, tra poco, surreale piccolo scoop). Il resto, dalla decimata raccolta del grano alle capre costrette a bere il fango, dalle dighe quasi vuote alle condutture che perdono metà dell’acqua che dovrebbero portare, dal razionamento a Palermo scomunicato in extremis dal governatore Schifani per salvare la reputazione dell’isola alla Grande Paura della fuga dei turisti, lo leggi sui giornali – persino il New York Times – ma qui, per strada, non te ne accorgi. Anzi, in un remake siculo dell’oscena provocazione di Maria Antonietta, i serbatoi sono vuoti ma le piscine sono piene.La crisi idrica dell’estate 2024 è tecnicamente senza precedenti, perché alle decennali mancanze infrastrutturali va aggiunto il nuovo clima che non fa piovere da quasi un anno…
Sicilia occidentale. L’acqua non c’è, ma non si vede. L’unico indizio visivo del problema, in tre giorni a zonzo per la Sicilia, è l’ininterrotta processione di rassegnati agrigentini con taniche da riempire alla fontana Bonamorone (sul cui conto, tra poco, surreale piccolo scoop). Il resto, dalla decimata raccolta del grano alle capre costrette a bere il fango, dalle dighe quasi vuote alle condutture che perdono metà dell’acqua che dovrebbero portare, dal razionamento a Palermo scomunicato in extremis dal governatore Schifani per salvare la reputazione dell’isola alla Grande Paura della fuga dei turisti, lo leggi sui giornali – persino il New York Times – ma qui, per strada, non te ne accorgi. Anzi, in un remake siculo dell’oscena provocazione di Maria Antonietta, i serbatoi sono vuoti ma le piscine sono piene.La crisi idrica dell’estate 2024 è tecnicamente senza precedenti, perché alle decennali mancanze infrastrutturali va aggiunto il nuovo clima che non fa piovere da quasi un anno. Ma l’abitudine alla siccità si è fatta cultura, il che spiega perché non diventa l’argomento di conversazione. Ognuno, povero o ricco, ha un ricordo legato alla penuria del più basilare degli elementi. Vasche da bagno riempite fino al colmo. Botti in polietilene, per tutti semplicemente i recipienti, sui balconi o sui tetti. La fondamenta più importante di ogni casa qui sembra il parallelepipedo da qualche migliaia di litri da cui l’autoclave pesca per pompare nei tubi. Esotica è l’aspettativa, tutta continentale, che aprendo il rubinetto esca acqua corrente.
È in questo quadro stupefacente che la circostanza che ad Agrigento l’acqua corrente arrivi a turni ogni 10 giorni, nella vicina Favara ogni 20 e in certi quartieri di Caltanissetta ogni 40 non hanno portato sin qui a nuovi Moti siciliani. Ma dal registrare che, per il momento, nessuno dia in escandescenze a credere che sia una situazione normale il passo è lungo. Come le tappe di questo viaggio nella Sicilia più desertica di sempre proveranno a dimostrare.
Prima tappa: Agrigento
Filippo Romano, nativo di Messina, dove in certe zone dalle 14 alle 24 l’acqua non arriva, è il prefetto di Agrigento. La gestione idrica non è di sua competenza, ma quella dell’ordine pubblico sì. Ed è per questo che, da mesi, passa di riunione in riunione e consulta i sindaci della provincia in una chat WhatsApp rovente come il mezzogiorno nella valle dei Templi. Ha anche temporaneamente requisito reti idriche private per affidarle all’Aica, il consorzio locale pubblico. E, dopo una sospetta serrata di autobottisti per massimizzare la domanda emergenziale, ha stilato una lista di autobottisti “in regola” che possono rifornirsi solo da Aica. Prima magari costavano meno – Da dove viene l’acqua? Nenti sacciu – ma almeno lo Stato ha battuto un colpo. E comunque, quando i cittadini esasperati non riescono a parlare col gestore, chiamano o scrivono (un paio di lettere al giorno) in prefettura che segnala le situazioni più gravi. Che ci sono, a dispetto delle piscine tutte piene che Romano mi mostra in una foto recente scattata dall’elicottero. A partire da quella dell’Hotel della Valle, con annesso rigogliosissimo parco. «Ovviamente siamo clienti prioritari» ammette il direttore Tommaso Gallo «in quanto pilastro dell’economia. Quando le nostre scorte scarseggiano, chiamiamo e arrivano. Molti più problemi hanno i b&b in centro storico, perché lì hanno serbatoi piccoli e le autobotti non passano nei vicoletti». In ogni caso la prima domanda che i potenziali clienti dell’hotel fanno, ormai, è: «Avete acqua?». Timore che spiega il calo, pur non drammatico, registrato anche da loro.
Magari turisti che hanno letto l’ordinanza anti-sprechi del sindaco Franco Micciché (ma non risulta che nessuno sia stato multato) o visto su YouTube il corteo di assetati davanti alla vicina fontana di Bonamorone. Quelli che ora, alle dieci, resistendo in silenzio alle staffilate del sole, fanno le scorte da un tubo di plastica collegato alla bocchetta. Taniche da 20 litri, di solito almeno cinque, che gli durano sì e no un giorno (una famiglia di tre persone, calcola l’Istat, di litri ne consuma 500). «Giusto per bere e cucinare: è buonissima» mi dice un ex-finanziere di Porto Empedocle che va avanti così da due mesi, da quando ha cambiato casa, pagato 300 euro di contatore e altri 200 di tecnici per l’allaccio che però, subentrata la penuria, è per il momento inutile. Ci sono due vecchietti di Villaggio Mosè, dove l’acqua arriva ogni 10-15 giorni. Due di Fontanelle che aspettano da 20 il loro turno e si sono arresi a un aumento della bonza, l’autobotte, «da 80 a 100 euro». Fino a un tipo più giovane con un’elaborata ricostruzione sul perché i politici preferiscono tenere i cittadini all’asciutto quando potrebbero «attivare il dissalatore».
È così facile? Per scoprirlo mi sposto in zona industriale, nel Forte Apache che è diventata la sede dell’Aica, che ha rimpiazzato la Girgenti Acque sciolta anche per infiltrazioni mafiose. Nella sala aperta al pubblico per i reclami, la tensione cresce. Posso eccezionalmente varcare la muraglia metallica che porta gli uffici perché ho appuntamento col direttore generale, Claudio Guarneri. Che, sul punto, risponde: «No, perché il dissalatore di Porto Empedocle è stato smontato anni fa dalla Regione per darlo alle Eolie, dove non lo usano. E quello di Gela è in abbandono», dismesso dal 2012 pur continuando a costare 10 milioni di euro all’anno di debiti pregressi. Se anche ne comprassero di nuovi non sarebbero pronti prima di gennaio. Come soluzione rapida, Guarneri vedrebbe bene i mini-dissalatori, meno energivori e bisognosi di personale, «ma il problema è che la francese Veolia li ha dati tutti a Dubai. Se però la Regione, di cui Veolia è stata socia in Siciliacque che ci ha ridotto i conferimenti del 40 per cento, facesse la voce grossa forse qualcosa salterebbe fuori». Il direttore di Aica dice almeno tre cose sorprendenti. La prima: «Le reti vetuste hanno perdite del 50-55 per cento» e sono così messe male che, anche se saltasse fuori più acqua, bisognerebbe immetterla con gran cautela per paura dei “colpi di ariete” che sfondano le condutture. Però entro «18-24 mesi saranno messe a posto». La seconda, alla domanda su che voto darebbe alla crisi attuale?: «Direi cinque, non troppo lontano dalla sufficienza. Sembra drammatica vista con i criteri di fuori, mentre è solo emergenziale ma sotto controllo secondo i nostri». La terza: «L’acqua che arriva a Bonamorone non è al 100 per cento potabile». Il che non risulta da nessun cartello. Tutti la prendono per berla. Se la chiudessero forse sarebbe l’unico innesco di una mezza rivoluzione.
Seconda tappa: Favara
In provincia i paesi più colpiti dai ritardi delle forniture sembrano Ravanusa, come denunciato di recente dal verde Angelo Bonelli che ha famiglia lì, e Favara. Nell’anticamera del sindaco Antonio Palumbo, di Rifondazione comunista, c’è una famiglia al completo che come tante riceve l’acqua solo ogni 20 giorni. «Noi siamo abituati all’emergenza. La frequenza migliore che abbiamo avuto era ogni cinque giorni, lo standard ogni otto. Se salta un turno e arrivi a 15, siamo preparati con gli accumuli. Ma ora abbiamo sfondato ogni record, e oltre quel limite rimani a secco» dice, quantificando la stupefacente normalità favarese. Racconta di una signora con figlio disabile che negli ultimi 4-5 giorni poteva pulirlo solo con le salviette umidificate sin quando son riusciti a far arrivare un’autobotte da Ribera. La siccità ha prosciugato una diga che li alimenta, dimezzato l’acqua del Voltano e nella seconda diga si è rotta una pompa. Succede quando fai zero manutenzione. Ma la crisi peggiore, per Palumbo, non è quella attuale: «Si vedrà a settembre-ottobre quando, dopo l’immane sforzo estivo, non sarà rimasto davvero niente. Con Aica senza più soldi perché i comuni di destra, che si sentono forti per avere lo stesso colore del governo siciliano, che non versano la loro parte per finanziarla». Tutto questo in un posto, che da etimologia araba, Fawar, significava “la fonte”.
Terza tappa: Caltanissetta
Come del resto nei quartieri più siccitosi di Caltanissetta, dove è tutto un pullulare di via dell’Antico abbeveratoio, e dove la zona messa peggio si chiama addirittura Pian del Lago, perché sotto ce n’era uno prima che facesse il suo corso la criminale incuria della politica.Tra le tante immagini del disastro la più iconica è stata probabilmente quella delle capre costrette a bere in una pozza di fango. Si riferisce a un’azienda biologica in teoria abbastanza di strada rispetto al mio desert tour. Se non che gli ultimi due chilometri sono in salita, sterrati e pieni di buche e mi chiedo come sia possibile, come mi racconta il titolare Luca Cammarata, che due giorni prima sia finalmente arrivata un’autobotte a tamponare il peggio. In questo presidio Slow Food sono tra gli ultimi ad allevare la capra girgentana «ma ho già dovuto macellarne 25 su 250 e mi piangeva il cuore». Le capre sono al pascolo in questo paesaggio lunare, e nell’anello marrone più scuro che ha fatto il giro del mondo non è rimasto neanche il fango. Il sindaco della vicina San Cataldo ha messo a disposizione un’autobotte vecchissima, tutta da aggiustare. «Ma cosa aspettano a mandare l’esercito?» chiede Cammarata, «loro da qualche parte un po’ di acqua saprebbero rimediarla».Su Facebook trovo i video di un sit in a contrada Niscima, un quartiere collinare e residenziale di Caltanissetta. Il suo ideatore è Sergio Cirlinci, consulente finanziario che sta più o meno da quelle parti, e si è stancato di credere alle promesse. «Qui una famiglia con un’autobotte ci va avanti una settimana. Ma per tante persone 400 euro al mese sono una cifra insostenibile. Per questo protestiamo» mi dice al telefono. Lo chiamo perché, ai tanti campanelli di altrettante villette cui ho suonato, il problema non risulta. A Villa Niscima, su via santa Rosalia, nessuno risponde ma stanno rimpinguando un’azzurissima piscina. Pochi civici più là, da una villetta barocca, spunta fuori una signora che mi spiega: «Noi tutto bene. Non ci rifornisce Caltacqua (pubblico) ma la cooperativa Santa Rosalia (privata)» e anche lei ha una piscina piena. Un altro (ho i nomi di tutti, ma evito di scriverli) è appena tornato dalle vacanze e ha ancora le scorte intatte. Un altro ancora, seccato, mi dice «non arriva l’acqua ma l’autobotte sì». Quelli messi male davvero, mi spiega Cirlinci, sono quelli di via dei Gelsi e di via Paradiso. Michele D’Oro, ex consigliere comunale 5S, è uno di loro: «Siamo a 42 giorni ma, ovviamente, ho una vasca da 12 mila litri. Se ci fossero stati tutti e quattro i miei figli forse non sarebbe bastata, ma per me e mia moglie sì. È venuto un tecnico gentilissimo di Caltacqua e ci ha spiegato che, con la scarsa pressione, non riesce ad arrivare sin da noi, un po’ più in alto». Alla fine è arrivata un’autobotte e han potuto rimpolpare le scorte («per il momento non ci han chiesto di pagarle in più, rispetto alla bolletta»). Suo vicino è l’ottantacinquenne ex-carabiniere Nino Schirmenti che ricorda come, una trentina di anni fa, restarono addirittura 75 giorni senza acqua, «ma pensavo che cose del genere non sarebbero più accadute. E invece». Finalmente me li fa vedere da vicino gli accumuli che tiene nel giardino: la vasca di cemento dove l’autobotte può versare fino a 18 mila litri e due serbatoi di polietilene da 10 mila litri l’uno dove, essenzialmente, va a finire l’acqua piovana che poi depura, per irrigare prevalentemente. Con un’autoclave che spinge le riserve o nelle tubature di casa o in quelle del giardino. Solo un rubinetto è collegato direttamente all’acqua corrente e quello è, desolantemente, a secco.
Ultima tappa: Palermo
L’idea originaria di questo articolo era raccontare il primo giorno di razionamento in una città moderna, come Roma o Milano. Però il contingentamento annunciato dal gestore Amap, che da aprile avvertiva dell’ineluttabilità della misura se non avesse piovuto, è stato sonoramente bocciato dal governatore Schifani. Che, invece di concentrarsi sul problema, ha chiesto lo scalpo dell’amministratore della municipalizzata. E ha rimesso tutto a una task force, il cui portavoce, Salvo Cocina, non risponde né alle chiamate né ai messaggi.
Leonardo Valerio Noto, idrologo all’università di Palermo, ricorda i precedenti della Grande sete del ‘77 e della terribile siccità del 2001-2002, che l’odierna ha superato per intensità ma non ancora per durata: «Questa possiamo senz’altro definirla tragedia, ma annunciata. Bisogna prepararsi quando l’acqua c’è, quando non c’è più è troppo tardi. Rispetto al passato cade meno acqua e evapora di più per le temperature più alte». La tempesta perfetta, se non fosse una metafora a rischio nel caso specifico. Dice Noto che le perdite enormi in agricoltura sono lussi che non possono più permettersi. Coldiretti Sicilia ha fatto notare che «un solo pilone del ponte sullo Stretto basterebbe a creare invasi con moderni sistemi di pompaggio e si potrebbe ammodernare la rete di tutta la regione».Palermo, da quando a fine anni 90 è stata rifatta la rete, non aveva più conosciuto turnazioni. I più ardimentosi avevano anche dismesso i serbatoi azzurri sui tetti. Negli ultimi due mesi, calcola a spanne Tony Brusca, veterano di Mortillaro, il più grande negozio di idraulica della città, la richiesta è cresciuta del 30 per cento: «Siamo sui 130 euro per un recipiente da 300 litri e 200 per uno da 500. E invece di farli blu ora li fanno grigi, che si confondono meglio tra i tetti o sui balconi».L’ultima persona che incontro, sulla via dell’aeroporto, è Gabriele Ruggeri, già caporedattore di MeridioNews e oggi a Dieci.media, che si occupa molto di ambiente e siccità. Ripercorro con lui la lunga lista di possibili soluzioni. Ripulire le dighe, per metà piene di terra. Rifare le condutture. Trovare nuovi pozzi o rimettere in funzione quelli dimenticati («Ricordandoci però che siamo ad altissimo rischio idrogeologico»). Tranne il riscaldamento climatico, tutti problemi antichissimi: perché nessuno ci ha mai messo mano? «Forse perché se intervieni sulle cause oggi i risultati li raccoglie il politico successivo. Mentre se non fai niente mantieni un bisogno, il cittadino viene da te, tu gli mandi un’autobotte e tu diventi il salvatore». Vale per l’acqua come per gli incendi. Per l’abusivismo come per l’immigrazione. Sull’isola come sul continente. Siamo una repubblica fondata sulle emergenze, chiamate così anche se si protraggono da decenni. Nel 1968, voce a commento della videoinchiesta in bianco e nero La grande sete, Leonardo Sciascia preconizzò che sarebbe finita nel 2015. Ottimista. Nella sua Racalmuto, che ho solo sfiorato in auto, senza le autobotti private una volta alla settimana non saprebbero a che santo votarsi.