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Pakistan: in corda doppia nelle terre di Malala

Lezioni pratiche e teoriche per Girls in action - Progetto Swat dell’associazione Mountain Wilderness International. (Fazal Khaliq) 

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Prova ad aprirsi al turismo la regione del Pakistan dove nel 2012 la futura nobel subì un attentato dei talebani. Lo fa insegnando a un gruppo di studentesse il trekking e l’arrampicata. Come ci racconta una delle loro insegnanti
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Saidu sharif (Pakistan).Camminano in silenzio, per la prima volta con ai piedi delle vere scarpe da trek- king. Portano il velo, ma ciò non impedisce loro nessun movimento. A seguirle, una scorta armata assegnata dal governo. E naturalmente noi, le istruttrici arrivate dall’Italia e dalla Spagna. Saidu Sharif, Valle dello Swat, nord ovest del Pakistan: le 24 ragazze che marciano e si arrampicano al nostro fianco stanno imparando i rudimenti del trekking, dell’arrampicata, del primo soccorso e della tutela ambientale: lo scopo – affatto scontato in una delle aree più sperdute e conservatrici del Pakistan, la stessa dove nel 2012 un gruppo di Talebani cercò di uccidere Malala Yousafzai, due anni dopo insignita del Premio Nobel per la pace, per aver denunciato la loro campagna contro l’istruzione femminile – è gettare le basi dell’apertura al turismo di questo territorio e della sua tutela e valorizzazione, attraverso la formazione di professionalità locali, in particolare tra le donne.A…

Saidu sharif (Pakistan).Camminano in silenzio, per la prima volta con ai piedi delle vere scarpe da trek- king. Portano il velo, ma ciò non impedisce loro nessun movimento. A seguirle, una scorta armata assegnata dal governo. E naturalmente noi, le istruttrici arrivate dall’Italia e dalla Spagna. Saidu Sharif, Valle dello Swat, nord ovest del Pakistan: le 24 ragazze che marciano e si arrampicano al nostro fianco stanno imparando i rudimenti del trekking, dell’arrampicata, del primo soccorso e della tutela ambientale: lo scopo – affatto scontato in una delle aree più sperdute e conservatrici del Pakistan, la stessa dove nel 2012 un gruppo di Talebani cercò di uccidere Malala Yousafzai, due anni dopo insignita del Premio Nobel per la pace, per aver denunciato la loro campagna contro l’istruzione femminile – è gettare le basi dell’apertura al turismo di questo territorio e della sua tutela e valorizzazione, attraverso la formazione di professionalità locali, in particolare tra le donne.A proporre l’iniziativa, chiamata Progetto Swat, è l’associazione Mountain Wilderness International che, con il patrocinio delle autorità della provincia del Khyber Pakhtunkhwa (la provincia della Frontiera del Nord-Ovest), ha coinvolto una scuola pubblica della regione. Parliamo di una zona che sorge ai piedi dei giganti montuosi del Karakorum, e che prima che arrivasse l’estremismo religioso era denominata “la Svizzera del Pakistan”, ricca – oltre che di bellezze naturali – anche di storia perché culla dell’arte del Gandhara che tra il I sec. a.C. e il IV-V secolo dopo Cristo prodigiosamente miscelò influssi indiani, persiani ed ellenistici.

Come fossimo in gita

La squadra di istruttrici, interamente femminile, conta quattro italiane, una catalana, una svizzera, una pachistana. Siamo tutte alpiniste, ognuna con proprie competenze e specificità: chi archeologa, chi medico, chi giornalista (la sottoscritta), chi esperta di temi ambientali e chi d’arte buddhista. Ad accompagnarci anche l’ideatore del progetto, l’alpinista, regista e antropologo Carlo Alberto Pinelli: nei primi anni Sessanta venne chiamato a visitare questa regione dal suo maestro, l’orientalista, esploratore e buddhologo italiano, Giuseppe Tucci. Ancora oggi, qui, una villetta un po’ decadente ospita la missione archeologica italiana che nei giorni di permanenza accoglie il nostro via vai per organizzare i materiali, ospitando i bidoni con corde, caschi, imbraghi, scarpette d’arrampicata e tende.La base delle attività è invece la scuola delle ragazze, da cui partiamo alla volta dei sentieri con uno scuolabus con sul fianco la scritta Govt. Girls Degree College - Saidu Sharif Swat. È come uno di quelli a bordo del quale si trovava Malala quando il 9 ottobre del 2012 venne colpita dai Talebani, ma oggi ad attenderci c’è solo l’avventura – e come in ogni gita che si rispetti i canti e gli scambi sui cellulari (rigorosamente nascosti agli sguardi delle insegnanti). A ricordarci del pericolo, la scorta armata che il governatorato locale ci ha assegnato: sempre con noi, per strada e sui sentieri, ma alla fine più aiutanti che guardie, uomini che arriveranno a trasformare i propri fucili in bastoncini da trekking, sguardi pieni di meraviglia davanti a tante ragazze impegnate in attività così diverse da quelle che normalmente le vedono occupate da queste parti.

Riflessioni in libertà

«Mi stavo preparando ad andare a scuola quando mi sono ricordata che la preside ci ha chiesto di non mettere le uniformi scolastiche ma vestiti normali. Allora ho indossato uno dei miei vestiti preferiti, che è rosa: altre ragazze si sono presentate con abiti colorati. Ma ci hanno detto di non farlo più, perché ai Talebani non va bene neppure che indossiamo colori troppo accesi...». Questo scriveva Malala prima di essere colpita alla testa dai proiettili dei Talebani. Oggi il governo del Pakistan ha ripreso il controllo della zona. E questo è quanto scrive Maria, 21 anni, nel suo diario a proposito del nostro progetto comune:«Quando esci dalla città tutto diventa rilassante e lenitivo. C’è qualcosa nella natura che cura la mia ansia. Credo che la parte più dura sarà tornare alla vita quotidiana. La natura è il posto dove la società non esiste. La discriminazione non esiste. Il genere non esiste. Siamo tutti liberi e uguali (e impotenti talvolta). È bello sentirsi umiliati dall’immensità del nostro mondo, che a sua volta è solo un punto nell’universo. Quando realizzi di non essere il centro dell’universo ma solo una parte di questo enorme sistema, non resta più spazio per l’arroganza».

La gran parte di queste studentesse è alla prima esperienza di un’escursione nella natura che non sia un semplice picnic con la famiglia. Camminare lungo sentieri sconnessi, zaino in spalla, con un obiettivo da raggiungere, un paesaggio da ammirare, dei reperti artistici e archeologici da scoprire e apprezzare, è entusiasmante. Allo stesso modo, lo è, per noi, osservarle. Prima di partire abbiamo consegnato loro dei quadernetti in cui annotare le impressioni di viaggio. Si sono rivelati un sorprendente tesoro di riflessioni. Ha scritto Tahweed: «Esiste un’espressione più forte per dire che “Sono molto felice”? Siamo stanchissime ma è come stare in Paradiso». Sumayya: «Ho scoperto solo adesso che prima dell’Islam, in questa regione, c’erano il buddhismo e l’induismo. Gandhara per me era solo un nome, adesso ne conosco il valore e il contesto. Credevo anche che gli stupa fossero soltanto mucchi di fango, oggi so che sono costruzioni antiche. Ho imparato così ad avere più rispetto e più interesse per lo Swat e per l’archeologia». E ancora, Jalwa: «Le istruttrici mi hanno spiegato come rilassarmi e scendere usando le mani e la corda. All’inizio temevo di svenire, ma poi ho preso fiducia in me stessa, nelle insegnanti, nelle scarpe, nella roccia e nella corda e sono riuscita ad andare avanti. Alla fine ci sono riuscita. Mi sentivo determinata e forte. Mi sono sentita fiera di me stessa».

Belle, ciao

Fra lezioni teoriche nelle giornate di pioggia e viaggi in pullman su strade inondate dall’acqua e dal fango, tra lezioni di pashtun e prove di Bella ciao, tra esercitazioni di pronto soccorso e tutorial per indossare il velo, fra discese in corda doppia e prove di nodi, tra barbecue improvvisati e notti in tenda, sogni per il futuro ed esami finali, quando arriva il momento dell’addio non è semplice. «Sto pensando a quanto vi siete adoperate per rendere memorabili queste giornate» ci dice Maria «per renderci capaci di arrampicare sulle pareti ma anche, indirettamente, insegnarci a come affrontare le difficoltà della vita, come fosse una roccia...».

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