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Patti Smith: fate l’arte, non la guerra

Patti Smith, 77 anni, fotografata a New York nel 2019. Sarà a Venezia all’Isola Edipo con il progetto Correspondences in collaborazione con Fondation Cartier Pour l’Art Contemporain e le Giornate degli Autori (Andre D. Wagner/The New York Times) 
La cantautrice torna in Italia per un progetto e un breve tour dedicati a Pasolini e Picasso. Ancora vuole cambiare il mondo? «Il futuro sono i nostri figli, non io». Intervista
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In un angolo del Lido di Venezia è ormeggiata da tempo una barca a vela lunga nove metri, costruita negli anni 40; si chiama Edipo Re, come il film di Pier Paolo Pasolini, e in effetti il suo antico proprietario, il pittore Giuseppe Zigaina, aveva spesso ospitato a bordo il regista con Maria Callas; anzi fu proprio girovagando per la laguna di Grado che Pasolini capì di aver trovato uno degli scenari della sua Medea. «Credo nel valore simbolico dei luoghi», arriva dal telefono la voce inconfondibile di Patti Smith, «e anche nella bellezza della vita e di come a volte le cose succedono. Adoro Maria Callas da quando ero ragazzina. Sono una cantante rock and roll che ha imparato dalla forza emotiva con cui rendeva la narrazione interiore delle sue arie. Ritrovarsi ora sulla barca dove lei e Pasolini hanno passato del tempo a parlare, pianificare o forse semplicemente a sognare ad occhi aperti, è un bellissimo colpo del destino». Più che il destino sono le forze unificate di “Isola Edipo”…

In un angolo del Lido di Venezia è ormeggiata da tempo una barca a vela lunga nove metri, costruita negli anni 40; si chiama Edipo Re, come il film di Pier Paolo Pasolini, e in effetti il suo antico proprietario, il pittore Giuseppe Zigaina, aveva spesso ospitato a bordo il regista con Maria Callas; anzi fu proprio girovagando per la laguna di Grado che Pasolini capì di aver trovato uno degli scenari della sua Medea. «Credo nel valore simbolico dei luoghi», arriva dal telefono la voce inconfondibile di Patti Smith, «e anche nella bellezza della vita e di come a volte le cose succedono. Adoro Maria Callas da quando ero ragazzina. Sono una cantante rock and roll che ha imparato dalla forza emotiva con cui rendeva la narrazione interiore delle sue arie. Ritrovarsi ora sulla barca dove lei e Pasolini hanno passato del tempo a parlare, pianificare o forse semplicemente a sognare ad occhi aperti, è un bellissimo colpo del destino». Più che il destino sono le forze unificate di “Isola Edipo” (28 agosto-7 settembre), rassegna e premio di arte e cinema all’insegna dei diritti e della sostenibilità, insieme a Giornate degli Autori e alla Fondation Cartier (che Smith ringrazia più volte mentre conversiamo).

La cantante sarà ospite al Lido durante la Mostra di Venezia con il Soundwalk Collective, l’ensemble sperimentale nato dieci anni fa dal suo incontro («in volo, letteralmente, eravamo in aereo e lui ha catturato la mia attenzione perché stava leggendo un libro su Nico») con l’artista e cineasta Stephan Crasneanscki. Il loro progetto Correspondences vol. 1, uscito a maggio come disco composto da due tracce, Pasolini e Medea, darà vita a una masterclass il 31 agosto, alla Sala Laguna, mentre il 2 settembre si esibiranno dal vivo dopo la proiezione di quattro loro film. La sera dopo, il 3 settembre, Patti Smith sarà invece al Teatro Romano di Ostia Antica con un suo concerto intitolato Pasolini and the Sea, ancora un omaggio a quello che da sempre rivendica come artista e mentore. Quando ci parliamo è a Nîmes, in Francia, nel mezzo del suo tour europeo, felice come una bambina di essere di nuovo in Europa in mezzo a storia e antichità, teatri romani e vecchie stradine. «Ricordo ancora la prima volta a Venezia, non riuscivo a crederci: il mondo di cui mi ero innamorata da piccola leggendo i diari di Marco Polo era proprio lì davanti ai miei occhi».

Viaggia tantissimo, è il suo modo per restare giovane?

«L’ho sempre desiderato perché vengo da una famiglia molto povera, non avevamo i soldi per farlo, e del resto nell’America degli anni 50 la gente ancora non viaggiava. Essere una cantante è stata la mia fortuna, ma quello che davvero mi mantiene giovane è la curiosità. Le cose nuove che imparo. L’entusiasmo delle persone che incontro. Ho appena fatto un concerto in Spagna, e il pubblico era pieno di sedicenni, ventenni! Hanno questa energia piena di amore incondizionato, ero un po’ stanca e invece mi hanno fatto sentire come se avessi potuto governare il mondo. Con Soundwalk Collective siamo andati in posti dove non ero mai stata, Bogotà, Tbilisi, la Croazia; ci hanno accolti con un’empatia che mi ha fatto sentire umile e onorata».

Ha sempre detto che esibirsi dal vivo è l’unica cosa che le riesce senza sforzo.

«Posso fare le stesse canzoni sera dopo sera e sarà sempre diverso, perché il pubblico è diverso, l’energia è diversa, la storia della città è diversa. E lo stesso vale per Correspondences, che è una mostra prima ancora che una performance. Ogni volta che andiamo in un nuovo posto, Stephan esce. Magari andrà in un’area vulcanica e prenderà delle bellissime pietre che porterà alla mostra. Io scriverò su di esse o creerò un’installazione solo per quel Paese, solo per quella città. Ogni immagine, ogni suono sarà unico».

Se Patti Smith fosse un suono quale sarebbe?

«Quello dell’oceano. Amo il rumore delle onde. E se non fossi l’oceano, sarei un uccello che canta. Ma ascoltare le onde dormendo in riva al mare rimane per me il suono più bello».

Siete andati sulle rive del Mar Nero in Georgia da dove si dice fosse arrivata Medea. Figura mitica, controversa, pazza d’amore, madre vendicativa, strega, straniera; qual è la sua Medea?

«Penso che la sua sia una tragedia quasi shakespeariana, senza possibilità di redenzione. Medea compie il crimine più grave che un essere umano possa commettere: uccidere i propri figli. Io però non lo vedo come un racconto morale. Non la giudico. E non la romanticizzo. Faccio mia la sua storia per capire come tutte le possibilità che lei aveva nella vita sono state amplificate e poi distrutte dall’amore. Calarmi nella sua storia che è allo stesso tempo mistica e umana nel senso più basso, mi ha dato l’opportunità di esprimere cose che normalmente non mi è dato esprimere. E l’arte deve poter entrare anche in regioni proibite. È come per il nazionalismo».

Che cosa c’entra il nazionalismo?

«È un sentimento perfetto nello sport, ma fuori da quel tipo di contesto genera solo polarizzazione e odio. Vuoi questo tipo di polarizzazione? Fallo durante una partita di calcio, non scatenare guerre. Lo stesso vale per l’arte, può esprimere i sentimenti più basilari e oscuri, ma anche quelli più mistici. È l’unico posto in cui non dovremmo censurare le nostre emozioni, dove possiamo commettere crimini che sono parte della coscienza umana, senza far male a nessuno. Jackson Pollock diceva che se non fosse diventato un artista, sarebbe probabilmente stato un assassino. Aveva così tanta rabbia dentro di sé, ma ha saputo metterla nell’arte. È il valore della bellezza».

Che cosa potremo imparare dalla vostra masterclass veneziana?

«Non pretendo di sapere più di quello che sa chiunque altro. Posso solo dire che io e Stephan condividiamo un’immensa preoccupazione per la quantità di ingiustizia che c’è al mondo. Sappiamo che non possiamo cambiare tutto, non possiamo eliminare tutta l’avidità e la corruzione. Non possiamo voltare le spalle, ma non possiamo neanche lasciarci inghiottire. Cerchiamo allora di fare il miglior lavoro possibile. Più che insegnare, mi interessa ascoltare i giovani. Loro sono la speranza del futuro, non io coi miei 77 anni. La speranza del futuro è Greta Thunberg, è mia figlia Jesse, sono i nostri figli».

Il 5 settembre sarà con la sua band a Mantova per inaugurare a Palazzo Te la mostra Picasso. Poesia e salvezza con un concerto. Non molto tempo fa Ólafur Eliasson aveva definito Picasso “il violentatore”; ogni volta che si discute se sia giusto o sbagliato separare l’uomo dall’artista, il suo nome non manca mai.

«Picasso ha aperto i miei occhi di ragazzina. Quando avevo dodici anni e ho visto i suoi dipinti per la prima volta, la mia mente è esplosa, è stato in quel momento che ho desiderato diventare un’artista. So molte cose su di lui, come tutti sappiamo molte cose dei nostri padri. Magari non sono uomini perfetti, ma li perdoniamo. Le nostre madri non sono perfette, ma le perdoniamo: ci hanno dato la vita. Picasso mi ha dato l’arte. Quello che faceva in privato riguarda solo lui e le persone intorno a lui. Se è stato crudele, c’è da dire che ha anche reso immortali molte di queste donne. Io non sarò la giudice di Picasso, o di Balthus o di qualche comico scorretto; lo conosco attraverso le sue opere ed è così che continuerò a conoscerlo. Siamo diventati tutti veloci a giudicare, etichettare, separare ma è una pratica pericolosa, cosa facciamo, passiamo il tempo a discutere su che tipo di persona fosse Wagner? O io? Ci sono così tante brutte cose nel mondo, tanta corruzione, avidità. La musica, l’arte e la poesia rappresentano una grande, nobile tregua da tutto ciò. E poi, col cambiamento climatico che sta distruggendo le specie, le foreste pluviali che bruciano, a Gaza dove i bambini vengono fatti a pezzi e non c’è cibo, penso che abbiamo ben altro di cui preoccuparci che decidere se Picasso fosse o meno uno stronzo».

E se potesse incontrare oggi Pasolini, che cosa gli direbbe?

«Che il suo Vangelo secondo Matteo mi ha fatto vedere per la prima volta Gesù come il grande maestro rivoluzionario che era, e questo ha cambiato la mia vita. Penso che lo ringrazierei per questo, e poi gli direi semplicemente: andiamo a prenderci un caffè».

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