Altro che J.D. Vance, ecco chi ha cantato i “bifolchi” americani
di Gabriele RomagnoliJ. D. Vance non ha mica scoperto l’America. Il candidato repubblicano alla vicepresidenza degli Stati Uniti scrivendo Elegia americana (pubblicato in Italia da Garzanti, ndr) non ha trovato un nuovo filone letterario, ne ha piuttosto riattivato uno già esistente, adattandolo a sé stesso. Se c’è una ragione per spiegare il successo del suo testo sui “bifolchi” (hillibilly nel titolo originale) è che il tema è narrato dal punto di vista, oggi tanto apprezzato, dell’auto-fiction. Riesce così più sincero e credibile, anche se molte cose Vance se le cuce addosso, essendo emigrato presto dagli Appalachi. E certo non ha il valore letterario di quanti prima di lui hanno affrontato la sofferenza dei bianchi d’America, abbattendo la barriera per cui i neri raccontano emarginazione e sudore, i bianchi falò delle vanità e città con mille luci.
Era il 1939 quando John Steinbeck pubblicava Furore, l’epopea dei disperati, costretti ad abbandonare le terre su cui avevano lavorato nel cuore del Paese,…
J. D. Vance non ha mica scoperto l’America. Il candidato repubblicano alla vicepresidenza degli Stati Uniti scrivendo Elegia americana (pubblicato in Italia da Garzanti, ndr) non ha trovato un nuovo filone letterario, ne ha piuttosto riattivato uno già esistente, adattandolo a sé stesso. Se c’è una ragione per spiegare il successo del suo testo sui “bifolchi” (hillibilly nel titolo originale) è che il tema è narrato dal punto di vista, oggi tanto apprezzato, dell’auto-fiction. Riesce così più sincero e credibile, anche se molte cose Vance se le cuce addosso, essendo emigrato presto dagli Appalachi. E certo non ha il valore letterario di quanti prima di lui hanno affrontato la sofferenza dei bianchi d’America, abbattendo la barriera per cui i neri raccontano emarginazione e sudore, i bianchi falò delle vanità e città con mille luci.
Era il 1939 quando John Steinbeck pubblicava Furore, l’epopea dei disperati, costretti ad abbandonare le terre su cui avevano lavorato nel cuore del Paese, a lasciare le loro misere cose per inseguire il miraggio dell’Ovest lungo la Route 66, «il sentiero di un popolo in fuga, di chi scappa dalla polvere e dal rattrappirsi delle campagne, dal tuono dei trattori e dal rattrappirsi delle proprietà, dalla lenta invasione del deserto verso il Nord, dai turbinosi venti che arrivano ululando dal Texas, dalle inondazioni che non portano ricchezza alla terra e la depredano di ogni ricchezza residua… Erano affamati, ed erano agguerriti. Avevano sperato di trovare un focolare, e trovarono solo odio». Non c’erano alcol e droga ma c’erano violenza ed emarginazione sociale nel destino di questi altri sradicati.
Volete un altro antenato del “bifolco” di Vance? Eccolo: «Avanzava scalciando nella neve profonda. Era un uomo disgustato. Aveva freddo e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Niente sole, niente lavoro». Il personaggio si chiama Arturo Bandini e “aspetta primavera” nel romanzo d’esordio di John Fante. Ha origini italiane ma si spezza la schiena in Colorado insieme agli altri “dago”.
Di nuovo: sradicati, emarginati, disperati. Una vera elegia per loro? Ascoltate: «Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre, dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra». Sono (tra) le prime righe di O Lost (inizialmente tradotto alla lettera: Angelo guarda il passato) il romanzo più famoso di Thomas Wolfe (non Tom Wolfe, quello si occupava di salotti radical chic). Addirittura qui si segue la stessa parabola di Vance: un ragazzo nato da padre alcolizzato in una cittadina tra i monti (della Carolina del Nord in questo caso) si riscatta e diventa scrittore.
Per immergersi nell’atmosfera bisognerebbe leggere queste pagine ascoltando il cantore della classe lavoratrice americana, Woody Guthrie, che ha sempre ricordato a chi la coltivava: «Questa terra è stata creata per te». Non sarà una coincidenza che durante una protesta per una conferenza all’università di J.D. Vance gli studenti si siano girati di spalle e abbiano cantato Which side are you on? (“Da che parte stai?”) proprio di Woody Guthrie, inno della protesta dei minatori del Kentucky.
Vance racconta i “bifolchi” perché li ha a cuore o perché gli servono (per fare cassa e per fare massa, elettorale)? L’Elegia di Vance ha una madre: è The dollmaker, La fabbricante di bambole, un romanzo di Harriett Arnow del 1954, esaltato da Joyce Carol Oates e portato in televisione da Jane Fonda. La storia di una umile donna del Kentucky costretta, come molti dagli Appalachi, a trasferirsi e lavorare a Detroit. E ha un padre: è il film Vendetta trasversale, in cui il sergente Truman torna alle origini, fra i pericolosi nativi degli Appalachi, per fare giustizia della morte del fratello. Una giustizia fai-da-te, come è consuetudine tra i “bifolchi”. Non fu lo zio di Vance a picchiare un uomo che l’aveva offeso fino a fargli perdere i sensi e poi a farlo a pezzi con una motosega? Episodio non documentato, ma l’avesse inventato: a che cosa si sarebbe ispirato? Certo, nessuno ha mai scritto un finale come quello che Vance sta cercando per la propria auto-fiction: con Trump alla Casa Bianca. Eresia americana.
Sul Venerdì del 23 agosto 2024