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Avanzano i chip a basso consumo

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Bella l'IA, ma consuma come una nazione. E quindi inquina di conseguenza, in un un mondo già parecchio surriscaldato. Siccome la corsa all'intelligenza artificiale non si fermerà, piuttosto il contrario, c'è da trovare contromisure. È così che si spiega il fortissimo interesse per l'in-memory computing, una tecnologia – indagata da almeno un decennio – che consentirebbe di elaborare i dati direttamente dove sono archiviati invece di trasferirli tra chip e processori. Per la migliore metafora su vantaggi e funzionamento rimando all'insuperabile scelta della collega di Bloomberg BusinessWeek. Eccola: «Per comprendere una ragione chiave per cui l'intelligenza artificiale richiede così tanta energia, immagina un chip del computer che funge da filiale di una biblioteca locale e un algoritmo di AI come un ricercatore che va a consultarla. Ogni volta che l'algoritmo ha bisogno di dati, va in biblioteca, in questo caso il chip di memoria, prende in prestito i dati e li porta a un altro chip, il processore, per eseguire una funzione». Avanti e indietro, consumando le scarpe che è un'altra modo di dire "esborso energetico". L'idea, spiega l'espertissimo Philip Wong della Stanford University, è che «invece di spostare il libro dalla biblioteca a casa, vorremmo farvelo leggere direttamente in biblioteca».

Ci stanno investendo giganti dei chip come Tsmc, Intel e Samsung mentre startup dedicate hanno attirato finanziamenti da Microsoft, OpenAI e il fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Anzi, quando a novembre un panel governativo statunitense ha scoperto che Ryad aveva investito in Rain AI, un'azienda di San Francisco specializzata in in-memory computing, ha chiesto e ottenuto che si riprendesse i soldi per le implicazioni di sicurezza nazionale di una innovazione tanto cruciale. Per non parlare dei cinesi, molto avanti sull'IA e, ovviamente, eccitatissimi.

Dalla newsletter del 26 aprile 2024

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