Il mistero dei prezzi folli all’aeroporto
di Riccardo StaglianòRingraziamo, tra gli altri, l'11 settembre. Se i prezzi di un paninaccio che sa di cartone all'aeroporto possono raggiungere quelli di un primo in una trattoria di buona qualità lo si deve anche ai rincari di sicurezza post attacco alle Torri. Perché i camion che portano il cibo devono passare rinforzati controlli di sicurezza. Perché i venditori devono pagare per assicurarli in caso di incidenti sulla pista. E per tante altre complicazioni che il ferale giorno di 23 anni fa si è portato dietro. Ma, ovviamente, non è solo quello. Dopo lo scandalo di un incauto viaggiatore che aveva speso 27,85 dollari per una birra in un bar dentro al LaGuardia, la Port Authority, l'autorità che sovrintende sugli aeroporti newyorchesi, aveva indagato su altri osceni rincari e emanato due anni fa delle linee guida. Tendenzialmente la ristorazione dentro l'aeroporto può maggiorare il listino del 10 per cento rispetto ad analoghi locali in centro. Ma poi ci si è messa la pandemia e l'inflazione che hanno normalizzato il rincaro del 15. Che molto spesso va decisamente oltre, anche perché non è sempre facile trovare il locale analogo con cui fare il confronto. È facile per la catene, difficile per certi ignoti brand che misteriosi spadroneggiano nel "dwell time", ovvero quel tempo ozioso da riempire tra il superamento dei controlli di sicurezza e il decollo. Ognuno, ovviamente, avrà le sue storie dell'orrore da raccontare. Io ho in mente un baracchino al Jfk, gestito da turchi se ricordo bene, che per cose al confine dell'edibilità faceva pagare come fosse Eataly. E quindi che fare? "Portatevi un panino da casa" il triste e ragionevole consiglio dell'Atlantic. La buona notizia è che il peggio degli scali italiani è meglio (e meno esoso) della crema della crema di quelli americani.
Dalla newsletter del 21 giugno 2024