C'era una volta il sogno del lavoro da casa. In Italia, con eccesso colposo di anglicismo, unici al mondo l'abbiamo addirittura battezzato "smart working". Dal Jobs act in poi, quando vogliamo indorare cambiamenti nelle forme del lavoro, tendiamo a prendere a prestito dall'inglese. Gli americani, che più fattualmente l'hanno sempre chiamato "work from home" (WFH), ci stanno ogni giorno di più ripensando. Anche nella Silicon Valley che, delle tendenze innovative, è l'epicentro. A febbraio 2023, come tanti altri, Amazon ha diramato un ukaze in cui chiedeva ai propri dipendenti di presentarsi in ufficio almeno tre giorni alla settimana. Siccome non resistono agli acronimi, la nuova politica "return to office" è, per tutti, RTO. Questo era l'anno scorso. Circa 20 mila dipendenti firmarono allora una petizione chiedendo all'azienda di riconsiderare. Ma a maggio il cambiamento entrò in vigore. Seguirono malumori, mugugni e una resistenza silenziosa. Contro la quale oggi va in scena il secondo atto. Il Seattle Times, infatti, è venuto in possesso di schermate di Slack, l'app di messaggistica diffusissima tra le aziende americane, in cui dipendenti si confrontano preoccupati circa un'ulteriore modifica. La guerra al coffee-badging, ovvero l'abitudine di molti di presentarsi al lavoro (e timbrare il cartellino) giusto per prendere un caffè, fare due chiacchiere e tornare a casa. Giusto per rispettare, formalmente, i tre giorni di presenza. A qualche team, infatti, sarebbe stato chiesto di stare almeno due ore perché conti come giornata in presenza. Ad altri sei. Ad altri, ancora, non hanno ancora detto niente. Una portavoce dell'azienda, commentando sul RTO, ha detto che l'hanno deciso per "portare i migliori risultati ai clienti, al business e alla cultura aziendale. E sta funzionando". Un dipendente, invece, ha detto che "Amazon sta diventando un posto sempre meno ospitale dove lavorare". E che cosa dovrebbero dire, allora, i magazzinieri?
Dalla newsletter del 19 luglio 2024