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L'IA scrive paper scientifici. È un bene?

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Sempre più abstract di studi scientifici vengono scritti dall'intelligenza artificiale. Un dieci per cento, calcola l'Economist. Che diventa 20 nei paper a tema informatico. E nei dintorni del 30 per quelli scritti da ricercatori cinesi, verosimilmente perché producono tanto, ma non hanno altrettanto dimestichezza con l'inglese. È l'ennesimo sintomo precursore dell'Apocalisse o, semplicemente, il segno dei tempi? Per il settimanale inglese è vera la seconda che ho detto. Per tutta una serie di ragioni. Velocizzando la produzione lascia a scienziati già appesantiti da molta burocrazia accademica di concentrarsi sulle cose importanti, tipo farsi venire idee brillanti. Aiutando gli studiosi non nativi anglofoni allarga il loro mercato, internazionalizzandolo ancora di più, a beneficio di tutti. I problemi, ovviamente, esistono. I grandi modelli linguistici (Llm) rendono anche più facile generare paper falsi. Solo l'anno scorso la rivista Science ha ricevuto 10.444 candidature delle quali l'83 per cento è stato scartato prima della "revisione tra pari". E tra queste un numero non irrilevante era stato generato da qualche IA in vena di allucinazioni. Ma richiedere, come fa la stessa Science, di autodenunciare quando qualcosa è stato scritto con l'aiuto di un bot, non avrebbe tanto senso. Perché il plagio generato dall'IA è molto più difficile da beccare che quello tradizionale con copia-e-incolla da web Piuttosto, propone l'Economist, dovremmo potenziare la peer review, «magari pagando i revisori per il tempo che dedicano a scrutinare gli studi altrui». Più facile a dirsi che a farsi. La promessa dell'IA di aumentare la produttività punta a farlo senza spendere una lira.

Dalla newsletter del 24 giugno 2024

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