Piccolo apologo su uno scontro di civiltà consumistica a via del Corso. Da tempo immemorabile sono un fan di Uniqlo, versante piumini e dintorni. Così ho atteso con trepidazione che finalmente il negozio aprisse anche a Roma, buon ultimo dopo praticamente tutto il resto del mondo. Attribuivo all'evento addirittura una portata civilizzatrice che portava la città eterna – eternamente in ritardo – più vicina all'Europa, o almeno più vicina a Milano dove quelle vetrine ci sono da cinque anni e adesso hanno addirittura raddoppiato. Quindi faccio la mia fila e, siccome ho ospite mia madre, compriamo un bel po' di roba per lei e un impermeabile per me. A casa però mi accorgo che cade male e la stoffa molto sintetica attrae lo sporco come un magnete al neodimio. Poco male: lo cambierò. Senonché quando ci torno con scontrino e busta originale mi contestano che manca l'etichetta, ovvero un pezzo di cartoncino che possono ristampare senza alcun problema. Chiedo di parlare con la manager che non sente storie: «C'è scritto sullo scontrino!». Che è vero, ma a New York, nella stessa catena, negli anni ho restituito cose dopo settimane senza che nessuno mi chiedesse alcunché. Bastava lo scontrino che provava che l'avevi comprato lì. Perché a Roma no? Mistero. Tantopiù che c'è sempre la fila di nuovi entusiastici clienti e l'avrebbero rivenduto in dieci minuti. E se i loro resi funzionassero come su Amazon, non solo non servirebbe l'etichetta originale ma puoi anche aver aperto il prodotto e averlo usato ben bene ma non avrebbero comunque niente da eccepire. Tutto questo per dire che nessuno, a quanto pare, resiste alla forza di gravità del burocratismo italiano. E anche i samurai di Uniqlo (l'azienda è giapponese) when in Rome do as romans do. Dimenticandosi che la forza dei maestri del retail, Amazon in testa, è l'assoluta serenità nell'esperienza d'acquisto. Anche quando sembra terminata.
Dalla newsletter del 17 maggio 2024