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Tulkarem, l’altra Gaza di Israele

palazzi distrutti dopo i lunghi scontri. Francesca Borri 

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C’è la Cisgiordania oltre la tragedia della Striscia. E non ci sono più soltanto Jenin o Hebron. Siamo entrati nella nuova culla della resistenza palestinese, dove si spara 24 ore su 24. Reportage
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Tulkarem (Cisgiordania). All’improvviso, a mezzogiorno, si sente un’esplosione. Il lampadario si schianta a terra. L’onda d’urto di un missile, piombato un paio di isolati più in là, rovescia sul tappeto tè e teiera. Ma nessuno si scompone. La proprietaria di casa controlla su Telegram: «Un aereo, sì», dice. Poi dice: «Preparo un altro tè». Il figlio va a domandare chi è morto.Dopo mesi di raid dell’Idf (le Forze armate israeliane) a Nour al-Shams, 13 mila abitanti, uno dei 19 campi profughi della Cisgiordania, all’entrata di Tulkarem, sembra abbia appena nevicato: è tutto bianco di polvere. Tutto in macerie. Non c’è casa integra. Non c’è muro che non sia traforato di proiettili, rattoppato con compensato, cartone, iuta, non c’è finestra che abbia ancora un vetro, è tutto bianco anche all’interno: se ancora ha senso parlare di interno e esterno. A tratti, non c’è più logica. Non capisci dove sei: se dentro, fuori, a un primo piano, un secondo, se ha ceduto un soffitto o se sei in un c…

Tulkarem (Cisgiordania). All’improvviso, a mezzogiorno, si sente un’esplosione. Il lampadario si schianta a terra. L’onda d’urto di un missile, piombato un paio di isolati più in là, rovescia sul tappeto tè e teiera. Ma nessuno si scompone. La proprietaria di casa controlla su Telegram: «Un aereo, sì», dice. Poi dice: «Preparo un altro tè». Il figlio va a domandare chi è morto.Dopo mesi di raid dell’Idf (le Forze armate israeliane) a Nour al-Shams, 13 mila abitanti, uno dei 19 campi profughi della Cisgiordania, all’entrata di Tulkarem, sembra abbia appena nevicato: è tutto bianco di polvere. Tutto in macerie. Non c’è casa integra. Non c’è muro che non sia traforato di proiettili, rattoppato con compensato, cartone, iuta, non c’è finestra che abbia ancora un vetro, è tutto bianco anche all’interno: se ancora ha senso parlare di interno e esterno. A tratti, non c’è più logica. Non capisci dove sei: se dentro, fuori, a un primo piano, un secondo, se ha ceduto un soffitto o se sei in un cortile, o se magari non era un soffitto ma un pavimento. Anche perché non c’è più una strada. L’asfalto è stato scorticato via. Insieme a cavi e tubi. In larga parte, non c’è più né acqua né elettricità. Solo il brusio dei droni.Dal 7 ottobre tutti i riflettori sono su Gaza, dove le vittime, secondo i dati del ministero della Salute controllato da Hamas, sono 40 mila, il 2 per cento della popolazione. Come se in Italia fossero un milione. Ma all’ombra di Gaza, si consuma un’altra guerra. Perché l’obiettivo di Israele da sempre, è anche un altro: la Cisgiordania. «In fondo, per Israele Gaza non è che un problema. Non è che due milioni di arabi in più», dice Waddah Zaidan, professore che lavora in una scuola dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, che in questi mesi è più volte finita nel mirino di Israele. «La Cisgiordania, invece, contiene Gerusalemme. E a Sud di Gerusalemme ha terre con un alto valore religioso, con Hebron e le sue Tombe dei Patriarchi, a Nord ha valore economico, con le maggiori riserve d’acqua della zona, e a Est, ha un grande valore militare: senza la valle del Giordano, Israele non avrebbe profondità», dice.

Il primo a dirlo fu David Ben Gurion, l’ex premier considerato il fondatore dello Stato, con una frase poi stampata su magliette, manifesti, magneti da frigo qui in Israele: nel 1948, fermarsi a metà dell’opera è stato un errore. E quindi, la strategia di Israele è chiara, sostiene il professor Zaidan: costruire insediamenti ovunque, ma anche eliminare i campi profughi. Che sono i bastioni della resistenza.Perché qui, o resisti o non esisti, dice, mentre già si sente di nuovo sparare: non c’è più interno e esterno, ormai, né inizio e fine. Si spara sempre. «Per noi ogni minimo diritto non è un diritto: è un’ambizione. Avere una casa, uno stipendio. Tutto è un’impresa. Non ho mai visto Gerusalemme, ma ora, molti non hanno mai visto neppure Ramallah. Perché se sei di Nour al-Shams, sei sospetto per definizione: e ti arrestano», dice.In Cisgiordania, il 70 per cento delle famiglie ha almeno un membro in carcere. E dal 7 ottobre i prigionieri sono raddoppiati. Sono oltre diecimila. Si entra, si esce. Perché tutto è reato, dice. Per esempio, un’assemblea non autorizzata: solo che per la legge, è “assemblea” ogni volta che si è in più di tre. Anche solo per un caffè al bar. In carcere o meno, sei in gabbia comunque. «E ora, con questi raid 24 ore su 24, Israele mira a isolare i combattenti, fomentandogli tutti contro. Ma soprattutto, mira a indurci a trasferirci altrove. L’arma vera, qui, non sono gli M16: sono le ruspe».E sta funzionando. Oggi il professor Zaidan fa lezione al Kittani Educational Center, che tra le altre cose, sbriga le pratiche per le domande di visto. Mentre tutti guardano Rafah, in Cisgiordania avere un visto Schengen è diventato molto più facile. E così stanno andando via tutti.

In prima pagina

Tulkarem è una città così marginale che non ha neppure una guesthouse per dormire. Ma proprio per questo, non c’è luogo che descriva meglio questa guerra: perché ora, invece, è fissa in prima pagina. Ora è la prima linea dell’Intifada.Del resto ogni città qui, anche la più piccola, è una miccia pronta a essere accesa. Nel 1948, Tulkarem ha perso tremila dei suoi 3.260 ettari di terra, e l’accesso al mare. Da allora, i suoi 64 mila abitanti sono quasi tutti operai in Israele, anche perché sta a ridosso del confine. Ma dal 7 ottobre, l’economia qui come nel resto della Cisgiordania è in caduta libera. Israele ha sospeso 100 mila permessi di lavoro su 150 mila, da cui arrivavano circa 300 milioni di dollari al mese, il 25 per cento del Pil palestinese. In più trattiene le tasse che riscuote per conto dell’Autorità Palestinese, pari al 65 per cento delle sue entrate: il risultato è la semi-paralisi dell’economia dei Territori. Il mese prossimo, i dipendenti pubblici avranno il 25 per cento del salario.Tutte le strade principali, intanto, sono chiuse e costellate di checkpoint e barriere di ogni tipo. Erano 567 prima del 7 ottobre: ora sono più di 700. Il settore privato è stato strangolato: si vive di Western Union, di rimesse della diaspora. E di Iran.

Professione ribelli

Non è un segreto qui: è l’Iran a pagare i combattenti.L’Intifada, qui, è anche un mestiere. L’unico rimasto.E il 7 ottobre, per quelli che hanno scelto questa strada, è una pietra miliare. «Nei momenti più duri, ripenso a quel giorno e mi dico: coraggio. Coraggio, e pazienza. Vinceremo», dice Mohammed Jaber, 25 anni. Con la sua felpa sdrucita e l’aria un po’ sbilenca, smilzo, tutto sembra tranne che il ricercato numero uno. Per acchiapparlo, ad aprile l’Idf ha rivoltato Nour al-Shams metro a metro con un raid di 52 ore. Ma dato per morto, è riapparso vivo ai suoi funerali. Guida la Brigata Tulkarem. Che si è costituita dopo la guerra, sì: ma quella del 2021.

Tra la Primavera araba e l’Isis, e il Covid, e l’Ucraina, la questione palestinese era ormai dimenticata. E quando Israele ha firmato gli Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi, Hamas, ai primi scontri a Gerusalemme, ha sparato razzi su Tel Aviv: e avviato l’Intifada. Da Nablus. A Nablus è poi subentrata Jenin. E ora, a Jenin è subentrata Tulkarem. La cui brigata si chiama Rapid Response Brigade: in onore di Raed al-Karmi, comandante della Seconda Intifada famoso per vendicare ogni morto entro 24 ore. La staffetta, qui, non è iniziata il 7 ottobre: ma nel 1967. «Il 7 ottobre è nella Storia, sì, ma in un certo senso, è anche un giorno come un altro: perché non è che il 6 ottobre avessimo la pace. Il 6 ottobre, il 2023 era già stato l’anno con più morti dall’anno degli Accordi di Oslo. E se continua così, verranno altri mille 7 ottobre. Dopo Tulkarem, verrà Hebron. E dopo Hebron, Gerusalemme, di nuovo. E dopo Gerusalemme, Nablus. E Jenin. E Tulkarem», dice, tornando verso casa con una specie di gimcana: molte strade sono minate.Uno della sua scorta guarda le mie Adidas. «Sarookh!», dice. Che in arabo significa: razzo. Razzo? Che razzo?, dico. In slang, ora significa: “figo”. Come tanti, Mohammed Jaber è della Jihad islamica. Che tra i ventenni, domina. Non per l’Islam, però: ma perché a differenza di Fatah e Hamas, è un movimento solo militare. Non ha deputati, sindaci. Non fa politica: spari e basta. «La mia religione è la mia terra, e la sua liberazione», dice. E dice: e non c’è più tempo. «Il problema è l’idea stessa di un processo di pace. Della pace un po’ alla volta. Non vogliamo vivere questa vita un minuto di più».

Il sogno è Gerusalemme, sì: ma anche il mare. Che è a meno di venti chilometri da qui e nessuno ha mai visto.Ma ormai, il sogno è anche Tulkarem. Perché questi ragazzi sono nel mirino sia dell’Idf sia dell’Autorità Palestinese: per l’ottantottenne presidente Mahmoud Abbas, il cui mandato è scaduto nel 2009, e che dal 2018, quando ha sciolto il Consiglio Legislativo, governa da solo, per decreti, non sono che dei terroristi. «Ma in fondo, l’Autorità Palestinese è utile», dice uno di loro. «Quando la polizia va via, è segno che l’Idf sta per attaccare». Dal 7 ottobre, Abbas non ha ancora mai parlato ai palestinesi.

Di casa in casa

Le telecamere di sorveglianza intanto, che sono ovunque, inquadrano jeep e blindati: l’Idf sta tornando, ma dove ti ripari? Non solo non c’è più interno e esterno, inizio e fine: non c’è più distinzione tra civili e combattenti. Perché non si combatte tra le case, ma attraverso le case: passando dall’una all’altra. alcune hanno una porta anche sul retro. Come quella di Nisreen Faqeh. Che complice la dispensa sempre rifornita di noccioline e biscotti per i bambini dei dintorni, si ritrova puntualmente l’Idf accampato in soggiorno tra le merendine: fino a quando, dalla cucina, non si rifugiano dentro anche quelli della Brigata Tulkarem, ed è battaglia.«Non è l’eccezione, è la regola. Entrano perché sparano da dietro le finestre. Che è più sicuro», dice. Come molti, è contro la resistenza armata. Non per principio, è un diritto, dice: ma perché non ottieni niente. «Tanto più che rispetto alla Prima Intifada o alla Seconda, non c’è discussione. Né organizzazione. E né c’è strategia. Una volta seguivi Arafat: ora, Tik Tok. Sono ragazzini. Pensano di sfuggire ai droni coprendo le strade con i teli neri: e quelli hanno gli infrarossi. Ma a uno di 16 anni, che alternativa prospetti?», dice. «Il 7 ottobre ho brindato, come tutti. Ma poi mi sono detta: e adesso? Perché qui, ogni vittoria sembra una vittoria: e invece è una sconfitta: causa più guerra di prima».

Quando tira vento

Quel giorno ha travolto tutto. «Dal 7 ottobre, nessuno degli israeliani con cui ho lavorato per vent’anni mi ha manco mai telefonato», dice Laila Khaled, logopedista in una clinica di là dal confine, mentre si sente un’esplosione, poi un’altra: sono gli Ied (ordigni esplosivi improvvisati) che iniziano a brillare. «Non tornerò in Israele: non è più possibile. A Oslo, si è puntato tutto sull’economia. Si diceva che lavorando insieme, avremmo imparato a stare insieme. E come è finita? Che Israele ha trasferito qui le sue industrie chimiche e ora Tulkarem ha il 5 per cento della popolazione della Cisgiordania, e il 20 per cento dei casi di leucemia», dice. Tulkarem è la Taranto palestinese. Quando tira vento, l’aria si fa nera. «Forse un giorno accetteremo di avere Israele a fianco. Ma dopo tutto questo, non sarà mai il nostro vicino. Mai».

E molti sono più duri. Un tempo, tutti ti specificavano: non ho niente contro gli ebrei, il problema è il sionismo. Ora è cambiato tutto. «Il 7 ottobre ha dimostrato che Israele è una menzogna. Non solo non è invincibile: è artificiale. Gli israeliani sono gli uni contro gli altri, perché la verità è che Israele non esiste. Gli ebrei stanno qui solo perché sono pagati dagli americani per starci. E tenerci divisi. Spariranno», dice un diciassettenne, mentre si spara tutto intorno. Tira fuori dei lacrimogeni da stadio, e un AK47.Da un walkie-talkie si sente una voce. C’è un primo ferito a terra. E va recuperato. «Fuoco! Fuoco!», dice, perché il primo che tenta di recuperarlo, viene centrato subito e ora i feriti a terra sono due, «Fuoco! Fuoco!», ripete la voce, «Cazzo! Jarir! Coprici le spalle!», ma Jarir è ancora lì che armeggia con il caricatore. Perché non sa che quello che ha è per un M16. Mi guarda. «Hai internet? Cerca un attimo su Google come si aggancia».

Sul Venerdì del 19 luglio 2024

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