È sempre un azzardo calcolare la capacità di resistenza al dolore di una nazione. Per la Russia, però, la storia aiuta. Ventisette milioni di morti, oltre la metà civili, è quel che l’ex Unione sovietica mise sul piatto della Seconda guerra mondiale. America, Gran Bretagna e Italia, giusto per un confronto spurio, ne contarono ognuna circa 400 mila. Questa preternaturale disponibilità al sacrificio salta fuori spesso nelle interviste che Marzio G. Mian inanella nel potente Volga Blues (Gramma Feltrinelli, in libreria dal 24 settembre), un periglioso viaggio lungo un mese, col fotografo Alessandro Cosmelli e due locali abbastanza fuori di testa, seguendo il corso del fiume da San Pietroburgo ad Astrakan. Per cercare di rispondere alla domanda: che cosa vuol dire esser russi oggi? Mian, a lungo vicedirettore di Io Donna, con molte collaborazioni internazionali e grande esperto di Artico, ci restituisce un reportage denso, documentatissimo, uscito in estratto anche sulla copertina della rivista Harper’s.
E dunque, che cosa vuol dire?
«Rispetto agli inizi della guerra, quando mi trovavo in Russia per altri motivi, siamo passati da un’ostilità verso un conflitto che sembrava incomprensibile e assurdo a un vasto consenso per quello che ormai viene visto come uno scontro con l’Occidente. Che i russi rifiutano perché temono che la sua contaminazione, dall’identità di genere in giù, possa portare al collasso. La spacciano come questione religiosa, peraltro in un paese primatista mondiale di divorzi, ma in gioco è la tenuta della società. E Putin, che conosce la psiche della sua gente, l’ha capito. Quindi, in un aggettivo, i russi sono diventati molto più reazionari. In un mix di nostalgia del soviet, pulsioni fasciste, integralismo ortodosso e nazionalista. Che senso ha un mondo senza Russia? si chiede retoricamente l’archimandrita Tichon, e lo ripete Putin: ecco, il mondo sappia che siamo pronti a morire per difenderci».
Scrivi anche che la religione ha preso il posto del comunismo, nella nazione dell’ateismo di Stato…
«Religione come ideologia, non come spiritualità. Tre quarti dei russi si definiscono cristiano-ortodossi ma in chiesa vedi solo poche beghine. Solo il 5 per cento è praticante. Però la religione, soprattutto dopo i terribili anni 90, ha riempito un vuoto. È stato il collante per mettere insieme l’idea del Russkij mir, la terza via russa tra Europa e Asia. La democrazia è proprio l’ultima idea quanto a popolarità. L’hanno avuta per soli dieci anni, i 90 appunto, e sono stati i peggiori della loro storia. Con la fame passata dall’1,5 al 45 per cento. Umiliazioni di ogni tipo. E un’ingerenza senza precedenti degli americani nella società, come mi racconta il ministro degli esteri di Eltsin. Serviva una contronarrazione».
Ci spieghi il termine passionarnost e perché è così importante per capire i russi?
«Fu inventato, presumibilmente in un gulag siberiano, dal figlio di Anna Achmatova, Lev Gumilëv. È “l’energia interiore della nazione, la capacità di sacrificarsi per un bene comune superiore”. Una sorta di destino manifesto, ma scritto in cirillico. A provarne l’esistenza sono i morti della Seconda guerra mondiale. Nessuno che intenda combattere la Russia può sottovalutarla».
A proposito di guerra e vittime, scrivi che solo i poveri di provincia ci vanno…
«Dopo esserti venduto le collanine d’oro dei figli puoi giocarti giusto la vita. È una specie di welfare. Più una zona è povera, più si vedono in giro manifesti per l’arruolamento. Un morto, mi ha raccontato una donna il cui marito era partito per il fronte, “vale” sugli 80 mila dollari, una decina di volte lo stipendio medio di un operaio. Un ferito sui 30 mila».
Hai incontrato la vicepresidente dell’Unione degli scrittori, mesta figura. Quanto è rappresentativa degli intellettuali?
«Gli scrittori che vivono in Russia sono passati dal marxismo al patriottismo: prima, solo a nominarlo, finivi in Siberia, oggi è la condizione per essere nell’entourage che conta. Putin sa che i libri non vendono come una volta. L’opinione pubblica si forma su internet ed è lì che bisogna picchiare duro. Ma sa anche che in Russia senza intellettuali (sia pure scadenti) e senza monaci non è possibile né muovere truppe né tenere vivo il sogno dell’Impero. L’improvvisa ossessione del Cremlino per la letteratura sembra anche la risposta al demenziale boicottaggio della cultura russa in Occidente».
Altri cambiamenti nella vita quotidiana?
«Bevono di più e, considerato il contesto, vuol dire davvero molto. Forse negli anni 90 se ne moriva di più ma i consumi, anche tra i giovani, non sono mai stati così alti. D’altronde l’alcol aiuta a entrare nella dimensione nichilista e autodistruttiva con cui i russi hanno molta familiarità. Quanto alle sanzioni, oltre a permettere a nuovi imprenditori di portarsi via per pochi rubli le aziende occidentali espropriate, all’inizio hanno un po’ peggiorato la vita pratica ma ora tutti si sono adattati. In termini più macroeconomici se la Russia ha perso il 58 per cento dell’export verso la Ue, ha guadagnato un 78 per cento di affari con l’Asia. E sta diventando, complice il cambiamento climatico che da quelle parti non è affatto un timore, una superpotenza agricola».
Di Putin, alla fine, cosa pensano?
«Che è un condottiero forte. Dà l’impressione di avere in mano il Paese e ciò fa digerire ogni danno collaterale, dalle purghe anni 30 ai più recenti assassini degli oppositori. I russi sono assuefatti all’idea della morte, sia per alcol, omicidio o guerra. Ma non a quella del collasso, l’idea che le tante nazionalità entrino in conflitto l’una con l’altra, facendo riemergere rancori e pretese secolari. Per averlo scongiurato, cinquecento anni fa, oggi ha fatto riabilitare anche Ivan Groznyj, il Terribile. Ora è la volta di Vlad Groznyj».
Sul Venerdì del 30 agosto 2024