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Mosca, la censura di Putin su spettacoli e cultura

Il centro Gogol di Mosca 
Sotto la direzione di Kirill Serebrennikov, regista di “Limonov”, oggi in esilio, il Centro Gogol era il teatro più libero e innovativo di tutte le Russie. Fino alla “operazione militare speciale”
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Mosca. Forse un giorno qualcuno scriverà un libro o girerà un film su Kirill Serebrennikov e su quell’alito di libertà creativa che è stato il Centro Gogol per i moscoviti e i russi tutti. Una storia di farsesca repressione che inizia nell’agosto del 2012. Mentre in Russia si protesta per il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino per un terzo mandato, l’allora ministro della Cultura, Sergej Kapkov, nomina Serebrennikov direttore artistico del Teatro Gogol: è l’ultimo tentativo di dimostrare che cambiando l’estetica è possibile cambiare la società.

Serebrennikov è già uno dei registi russi più affermati. Ha diretto opere, balletti, film e vinto numerosi premi, tra cui la Maschera d’oro, l’Oscar russo per il teatro. Annuncia che, sotto la sua direzione, il Gogol diventerà uno spazio polifonico e perciò lo ribattezza Gogol Tsentr, Centro Gogol. Fa rimuovere lo stucco da soffitto e pareti scoprendo i mattoni rossi dell’edificio prerivoluzionario, un tempo deposito di locomotive della vicin…

Mosca. Forse un giorno qualcuno scriverà un libro o girerà un film su Kirill Serebrennikov e su quell’alito di libertà creativa che è stato il Centro Gogol per i moscoviti e i russi tutti. Una storia di farsesca repressione che inizia nell’agosto del 2012. Mentre in Russia si protesta per il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino per un terzo mandato, l’allora ministro della Cultura, Sergej Kapkov, nomina Serebrennikov direttore artistico del Teatro Gogol: è l’ultimo tentativo di dimostrare che cambiando l’estetica è possibile cambiare la società.

Serebrennikov è già uno dei registi russi più affermati. Ha diretto opere, balletti, film e vinto numerosi premi, tra cui la Maschera d’oro, l’Oscar russo per il teatro. Annuncia che, sotto la sua direzione, il Gogol diventerà uno spazio polifonico e perciò lo ribattezza Gogol Tsentr, Centro Gogol. Fa rimuovere lo stucco da soffitto e pareti scoprendo i mattoni rossi dell’edificio prerivoluzionario, un tempo deposito di locomotive della vicina stazione Kurskij. Il 2 febbraio del 2013 la prima messa in scena: l’opera 00.00. Il palco è un binario che taglia la sala in due e il pubblico siede intorno. Non ci sono più platea o sipario. Nel finale, l’attrice più anziana della troupe dà inizio alla nuova era.

Tra Puškin e il rap

Il treno del Gogol parte per una nuova rotta. Ben presto diventa il punto di riferimento culturale più libero e progressista di Russia. Il Centro è aperto a tutti, non solo agli spettatori, da mezzogiorno a sera. Il cartellone comprende film, conferenze, dibattiti, concerti e mostre. Le sale sono sempre piene. La compagnia attira un nuovo pubblico in patria e all’estero con opere che mettono insieme Puškin e il rap e pongono domande scomode.

Non tutti ne sono contenti. C’è chi invia denunce alle autorità contro i “calpestatori di tradizioni”. Nel 2016 va in scena Kafka, ispirata allo scrittore boemo del Processo: una profezia. Il 23 maggio del 2017 Serebrennikov viene accusato di aver sottratto 129 milioni di rubli (1,3 milioni di euro) di fondi statali per produrre un adattamento del Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare che, secondo gli inquirenti, non sarebbe mai stato inscenato sebbene sia stato rappresentato decine di volte. È l’inizio di quello che viene chiamato il “Caso teatrale”.

È chiaro che il problema non è il denaro, ma un regista non convenzionale e il suo teatro libero e vibrante. In luglio Serebrennikov finisce ai domiciliari, ma continua a lavorare: scrive cinque sceneggiature e dirige via Zoom due pièce teatrali e quattro opere liriche. Nell’aprile del 2019 viene rilasciato e il 26 giugno del 2020 viene condannato a tre anni di reclusione con sospensione della pena. L’anno dopo viene licenziato. Dopo otto anni e mezzo, 60 spettacoli, 35 tournée in Russia e nel mondo, la sua direzione artistica del Gogol Tsentr si chiude.

La sua tradizione però continua. A sostituirlo è un uomo della sua squadra, Aleksej Agranovich. A inizio febbraio 2022 mette in scena Non parteciperò alla guerra ispirata alle poesie di Jurij Levitanskij. Dopo che Putin lancia l’offensiva contro l’Ucraina, gli attori non si presentano più a raccogliere gli applausi a fine spettacolo. Sul palco appare l’immagine di una colomba. Il 29 giugno Agranovich viene sollevato dall’incarico. Intanto Serebrennikov ha lasciato il Paese: stava girando Limonov a Mosca, ma ha dovuto fermare le riprese quando Londra ha esortato i propri cittadini – e dunque l’attore protagonista, Ben Whishaw – a lasciare la Russia. Riavuto il passaporto, il regista se n’è andato. Dall’esilio denuncia un “omicidio”.

Il 30 giugno, per l’ultima performance, il Gogol è tutto esaurito. Serebrennikov in videocollegamento promette: «In Russia bisogna vivere a lungo. Vivremo a lungo e vedremo come, spero, un giorno la guerra finirà e arriverà la bellissima Russia del futuro».

Oggi l’edificio al numero 8 di ulitsa Kazakova è ancora un teatro, ma ha un nuovo logo – il profilo di Gogol – e un nuovo direttore – che ha promesso di liberare il repertorio dalla “socialità volgare”. Ed è tornato al suo storico nome. Sulla facciata non c’è più l’iconica insegna rosso fuoco. La mano dell’”omicidio” del Centro Gogol è la stessa del raid sul Teatro ucraino di Mariupol. E quanti contestavano il “sequestro dei valori nazionali” sono gli stessi che oggi inveiscono contro i “neonazisti”, la Nato, gli anglosassoni e i trans. O cancellano la loro stessa cultura mentre denunciano la cancel culture in Occidente.

Prova generale

La chiusura del Centro Gogol è stata un assaggio di futuro. Una prova generale per il successivo e definitivo giro di vite putiniano sul mondo della cultura. In trenta mesi di “Operazione militare speciale” in Ucraina, in Russia sono stati licenziati artisti e registi, cancellati autori scomodi dai repertori, ritirati i libri dei “nemici della patria”, riformati i programmi scolastici, vietati i concerti, chiuse mostre e gallerie.

L’ultimo capitolo di questa “Operazione culturale speciale” in patria è stato il cosiddetto “Secondo caso teatrale” culminato l’8 luglio nella condanna a sei anni di carcere per “apologia del terrorismo” della regista Zhenja Berkovich, allieva di Serebrennikov, e della drammaturga Svetlana Petriychuk, per l’opera Finist, il falco coraggioso sulle “spose dell’Isis”, donne russe che si sono convertite all’Islam e trasferite in Siria per sposare jihadisti, e poi sono state arrestate e processate al loro ritorno in patria. «È come mettere in prigione Dostoevskij per aver giustificato l’assassinio di una vecchia signora in Delitto e castigo» ha commentato il politologo Aleksandr Baunov. Le autorità stavolta hanno gettato la maschera: non hanno condannato Berkovich e Petriychuk per “sottrazione di fondi”, come Serebrennikov, o per altri crimini posticci, ma per il contenuto di un’opera teatrale, per di più premiata con due Maschere d’oro. Per la prima volta nell’era post-sovietica, hanno incarcerato due russe semplicemente per aver creato arte. Sulla cultura russa è oramai calato il sipario.

Sul Venerdì del 30 agosto 2024

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