Nel suo libro testamento, Colourful, Iris Apfel ne racconta di tutti i colori
di Alba SolaroIl suo primo “tesoro”, racconta Iris Apfel nelle pagine in technicolor di Colourful (Hoepli, in libreria dal 10 settembre ), lo trovò intorno al 1933 nel negozietto di un antiquario del Greenwich Village, spiazzato da quella 12enne rotondetta che si aggirava come se fosse finita nella grotta di Aladino. «Il signor D’Aras era piccolo e cortese, con abiti un po’ lisi ma eleganti. Indossava pince-nez, ghette e un monocolo, mi salutava come fossi una principessa. Non credo che avesse mai visto un bambino così interessato alle sue cianfrusaglie». Il suo oggetto del desiderio era una spilla di pizzo con strass: «Non avevo un soldo, così cominciai a risparmiare, e appena riuscii la acquistai per la modica cifra di 65 centesimi».
Molti anni più tardi l’esuberante guardaroba della signora Apfel sarebbe finito in mostra al Metropolitan Museum di New York e lei, coi suoi occhiali grandi come insalatiere, i mantelli di piume turchese e rosso fuoco, le borsette di metallo a forma di terrier e i br…
Il suo primo “tesoro”, racconta Iris Apfel nelle pagine in technicolor di Colourful (Hoepli, in libreria dal 10 settembre ), lo trovò intorno al 1933 nel negozietto di un antiquario del Greenwich Village, spiazzato da quella 12enne rotondetta che si aggirava come se fosse finita nella grotta di Aladino. «Il signor D’Aras era piccolo e cortese, con abiti un po’ lisi ma eleganti. Indossava pince-nez, ghette e un monocolo, mi salutava come fossi una principessa. Non credo che avesse mai visto un bambino così interessato alle sue cianfrusaglie». Il suo oggetto del desiderio era una spilla di pizzo con strass: «Non avevo un soldo, così cominciai a risparmiare, e appena riuscii la acquistai per la modica cifra di 65 centesimi».
Molti anni più tardi l’esuberante guardaroba della signora Apfel sarebbe finito in mostra al Metropolitan Museum di New York e lei, coi suoi occhiali grandi come insalatiere, i mantelli di piume turchese e rosso fuoco, le borsette di metallo a forma di terrier e i bracciali formato galleggianti, sarebbe stata celebrata come un simbolo di resistenza all’ageism e un’icona dello stile e della cultura pop contemporanea. Ma la ragazzina del Queens figlia di immigrati russi in quel momento pensava solo a cos’altro si poteva scovare dai rigattieri o nell’armadio pieno di scampoli di tessuti del nonno sarto.
«La vita è un’avventura» scrive la “starlette geriatrica americana” (la definizione è un suo copyright) alla fine di questo che è il suo raggiante libro testamento. Non che l’abbia pensato come tale. «Iris era semplicemente felice di avere sempre qualcosa da completare» spiega la sua ex agente Lori Sale, che le aveva dato una mano a portare a casa le 288 pagine di una vita a colori, anche nelle molte foto inedite in bianco e nero, prese dagli album di famiglia e dai viaggi che sono stati la sua grande passione ossessione, insieme ai mercatini delle pulci e l’arte del contrattare – tutto montato su strepitosi sfondi di tappezzerie etniche o barocche da salotto buono perché questo era Apfel, una celebre arredatrice e designer d’ìnterni.
Dopo aver lavorato al libro per tutta l’estate del 2023, a 102 anni appena compiuti, se n’è andata il 2 marzo di quest’anno proprio nel mezzo della fashion week parigina; quando si dice l’arte di saper fare uno spettacolare ingresso e rubare la scena, anche quando non ci sei più.
Del resto parliamo della signora che ha firmato il suo primo contratto da modella a 97 anni, umiliando in un colpo tutti gli eroici racconti di chi si è reinventato la vita a cinquant’anni.
Iris Apfel: cos’hai per me oggi?
Il bello di Colourful è anche nello scoprire la storia di Apfel prima che diventasse l’inverosimile influencer che è stata, e pazienza se ogni tanto il ribadire concetti come “Hai un solo viaggio, goditelo”, “Se la vita ti sembra insipida, aggiungi un tocco di colore” e “Credete in voi stessi e correte dei rischi” diventa un po’ stucchevole. C’è un tono quasi epico nei suoi resoconti di incursioni nei mercatini, il rinvenimento di un abito ottocentesco di velluto rosso, l’acquisto di uno «chemisier di seta stampata con ampie maniche a sbuffo e dei bottoni magnifici», raccontati con l’entusiasmo infervorato di un’archeologa che ha appena scoperto una nuova stele di Rosetta.
Apfel, alle spalle studi d’arte e la passione per il jazz (da ragazza era scappata a Chicago pur di incontrare Duke Ellington), veniva da una generazione che è stata bambina durante la Grande Depressione. Il padre commerciava in specchi e vetri, la madre in quegli anni aveva aperto una piccola boutique a Long Island dove «vendeva abbigliamento e accessori di varie fasce di prezzo, tra cui della meravigliosa bigiotteria, e nonostante il periodo se la cavava piuttosto bene».
I tempi le avevano insegnato a «fare shopping senza spendere troppo», un’arte che aveva passato alla figlia. E non solo quella. «In materia di abbinamenti azzardati ho imparato dalla migliore» scrive Iris, accanto a una vecchia foto in bianco e nero di lei teenager che pesca da un motoscafo a Miami Beach. «Quando avevo quattro anni andammo in vacanza in un villaggio turistico. Feci una scenata perché mia madre mi aveva messo in testa un nastro che non si abbinava al mio vestito. Strillai come un’aquila, ma alla fine aveva ragione lei». Ci vuole talento anche per diventare regine del massimalismo e coltivare accoppiate audaci come il viola col giallo canarino o il verde lime, il turchese con l’arancione tramonto, il rosso brillante con il verde smeraldo. Ha avuto una palestra particolare; da bambina, racconta, «andavo ad Harlem la domenica e osservavo le signore che entravano in chiesa. Loro sì che avevano stile; erano spettacolari».
«Iris non parlava di colori. Lei era il colore» ricorda ancora Lori Sale, «era vibrante, rendeva la vita di chi la conosceva più vivida e divertente. Mi chiamava tutti i giorni, a volte più volte al giorno, e diceva due cose che mi hanno sempre fatto ridere. Appena rispondevo, mi diceva: “Lori, sono Iris”, come se non riconoscessi la sua voce! Poi chiedeva: “Cosa hai per me oggi?”, al che io rispondevo: “Iris, è domenica. Nessuno lavora oggi tranne te e me!».
«Non copiate da me»
Oggi che il massimalismo in moda sta nuovamente prendendo la rivalsa sul minimalismo, Colourful funziona anche come una bella lezione sul tema: imparare da Iris come rileggere il barocco («ma un barocco moderato») e riempire la casa di cuscini, paraventi, vasi, mobiletti dei liquori a forma di struzzo, candelabri che a uno sguardo più attento si rilevano simpatiche scimmie in smoking. Il suo motto del resto è sempre stato “Less is bore” (meno è noioso). Girava per il mondo con l’amatissimo marito Carl Apfel, dalla Turchia al Marocco, da Napoli a Creta, da Capri alla Costa Azzurra («dove ho scoperto che i francesi bevono il vino rosso con il pesce. Evviva gli abbinamenti bizzarri!»). E col bottino degli acquisti nei suk e nei bazaar arredava poi le case di Greta Garbo e Estée Lauder, ma anche gli interni della Casa Bianca di cui si è occupata per nove presidenze, da Harry Truman in poi. Lei e Carl avevano poi fondato insieme, nel 1950, la Old World Weavers, azienda di tessuti e tappeti.
In tutte, ma proprio tutte le pagine dove lui viene nominato, il suo nome è sempre stampato con accanto un cuoricino, come farebbe una sedicenne innamorata persa sul suo diario.
Su A proposito di Iris, il documentario su di lei girato nel 2014 da Albert Maysles, dice che tutti si aspettavano un film sulla moda «e invece era una storia d’amore, anzi di due amori: quello per il mio lavoro e quello per Carl». Hanno avuto la fortuna di invecchiare insieme, superare il secolo, brindare a 68 anni di nozze. Ovviamente lei non si era sposata in bianco, che banalità, ma in pizzo rosa: «Non ho regole, non farei altro che infrangerle». Forse era così contemporanea proprio perché non sopportava il diktat delle tendenze che oggi si è estinto.
Più volte nelle pagine di Colourful ribadisce l’importanza della libertà individuale, «non copiate me, non voglio essere imitata o considerata un esempio»; che non era tanto un invito a non scopiazzare il suo inimitabile cocktail di glamour newyorkese e mercatini hippie, quanto a liberare il proprio piacere per le contraddizioni, a superare ogni sorta di linea di confine, compresa quella più difficile di tutte, tra la gioventù e la vecchiaia. «Non penso mai che sto invecchiando» amava dire. «Mi distrae dal presente».