A Pieve Santo Stefano, il paese che da 40 anni archivia le vite degli altri: dai braccianti ai partigiani, dalle bidelle alle contesse
dal nostro inviato Gianluca MonastraPieve Santo Stefano (Arezzo). Sarebbe soddisfatto, Saverio Tutino. Voleva salvare i diari degli italiani dai “topi del Duemila” e, oggi, ce ne sono più di diecimila protetti come reliquie; pagine su pagine lette, studiate, fotografate e con pazienza digitalizzate per garantire un futuro al passato. Il battito di ali a provocare tale uragano di manoscritti è racchiuso in un annuncio apparso su Repubblica: «Avete un diario nel cassetto? Non lasciate che vada in pasto ai topi del Duemila. Garantito contro usi impropri...».
Era il 22 novembre di quarant’anni fa e mentre in America, con uno spot d’ispirazione orwelliana (prevedibile: siamo nel 1984), l’Apple lanciava il primo Mac, in Italia un giornalista e un paese incrociavano le loro strade. Da una parte Saverio Tutino, scomparso nel 2011, partigiano e comunista non sempre fedele alla linea, inviato per l’Unità e Repubblica, di cui fu tra i fondatori. Dall’altra Pieve Santo Stefano, borgo aretino di tremila abitanti raso al suolo dai so…
Pieve Santo Stefano (Arezzo). Sarebbe soddisfatto, Saverio Tutino. Voleva salvare i diari degli italiani dai “topi del Duemila” e, oggi, ce ne sono più di diecimila protetti come reliquie; pagine su pagine lette, studiate, fotografate e con pazienza digitalizzate per garantire un futuro al passato. Il battito di ali a provocare tale uragano di manoscritti è racchiuso in un annuncio apparso su Repubblica: «Avete un diario nel cassetto? Non lasciate che vada in pasto ai topi del Duemila. Garantito contro usi impropri...».
Era il 22 novembre di quarant’anni fa e mentre in America, con uno spot d’ispirazione orwelliana (prevedibile: siamo nel 1984), l’Apple lanciava il primo Mac, in Italia un giornalista e un paese incrociavano le loro strade. Da una parte Saverio Tutino, scomparso nel 2011, partigiano e comunista non sempre fedele alla linea, inviato per l’Unità e Repubblica, di cui fu tra i fondatori. Dall’altra Pieve Santo Stefano, borgo aretino di tremila abitanti raso al suolo dai soldati tedeschi in fuga e ricostruito dai sopravvissuti. Non poteva esserci incontro migliore: la comunità col passato sotto le macerie e lo scrittore che, dai tempi del liceo, un taccuino per appuntarsi le emozioni se l’era sempre portato dietro.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Addio a Saverio Tutino
fece conoscere Cuba all'Italia]]
Fermarsi senza fermarsi
Superata la sessantina, Tutino nella valle attraversata dal Tevere aveva trovato un po’ di pace dopo una vita avventurosa sino a sfinire. Addio all’America Latina, ai reportage dalla Cina di Mao. Ora il suo mondo era un recinto di castelli ghibellini immersi in riserve naturali. Ma non poteva finire così. Impossibile passare dai pranzi cubani con Fidel alle quiete passeggiate nei boschi senza sentire il bisogno di allargare i confini del buen retiro. Serviva una sfida, un’utopia. E Tutino ne aveva una in mente: raccogliere le tracce della gente comune all’interno di un luogo precluso ai resoconti ufficiali di re e cardinali. Le vite degli altri scritte da loro stessi, nient’altro. Come se – a un certo punto – il cronista tenace avesse sentito il bisogno di riscattare «la soggettività sommersa dell’individuo» dopo essersi occupato di piazze rivoluzionarie per una vita intera.
«Il suo modo di fermarsi senza fermarsi» ricorda oggi Natalia Cangi, seduta in una sala dell’Archivio diaristico nazionale, di cui è direttrice organizzativa. Qui si conserva e si divulga il patrimonio di diari, anche grazie a una piattaforma online, e si lanciano nuovi progetti, l’ultimo sui migranti del nuovo millennio.
Spiega Camillo Brezzi, direttore scientifico: «Nei diari la gente comune se ne sta alla pari dei ministri: in fondo, per Tutino, la realizzazione di un’idea comunista. L’unica tra le tante...». Prima di riuscirci però, fu necessario bussare a diverse porte, fino a quando Tutino non trovò quella giusta a Pieve Santo Stefano. L’allora sindaco mise a disposizione una stanza del Municipio, uno dei pochi palazzi risparmiati dai bombardamenti, a forma di lettera L, «come un libro aperto su un leggio» dicono romanticamente all’Archivio.
Appuntamento in piazza
Il posto c’era. Non restava che popolarlo. «Avete un diario nel cassetto?». Subito risposero in cento, poi a ritmo crescente anno dopo anno. Ad accogliere i manoscritti, volontari del paese e giurati illustri, da Natalia Ginzburg a Maurizio Maggiani, da Corrado Stajano a Dacia Maraini. Memorie, autobiografie, epistolari tracimati in altri ambienti del Municipio e valorizzati nel museo dentro cui, attraverso video e installazioni, la tecnologia esalta le pagine originali. «Stiamo lavorando a una sede unica» dice Brezzi. «L’ex convento qui vicino, un tempo asilo di tanti del paese».
Dal 12 al 15 settembre si festeggerà in piazza la quarantesima edizione del Premio consegnato al miglior diario arrivato nel corso dell’anno. Una tradizione che ha fatto di Pieve la “Città del diario”, come recita il cartello giallo all’ingresso del centro abitato. Otto i finalisti per altrettante storie di guerra, viaggi e passioni politiche. Nel frattempo, gli studiosi continuano a setacciare i manoscritti, che nel tempo hanno affascinato anche tanta gente di cinema e di teatro: Mario Perrotta e Ascanio Celestini, Vinicio Capossela e Nanni Moretti che, a fine anni Ottanta, in viaggio verso Venezia per presentare Palombella rossa, si fermò in paese. Rimase talmente colpito da trarne ispirazione per una serie di documentari.
Tutto su un lenzuolo
Racconta Cangi: «La prima vincitrice è stata una bidella di Imola, Antonella Federici. Le sue erano lettere piene di rabbia, scritte e mai spedite ai genitori e al compagno in carcere per droga. Le lesse sul palco e sconvolse la piazza». Ecco, l’effetto dell’utopia: emozionarsi attraverso le memorie altrui. Gesti e sentimenti affidati a un quaderno che, una volta usciti dal cassetto, liberano il loro valore universale. Chi lavora in Archivio lo chiama vivaio – ricordando Tutino – perché gli archivi fanno rivivere le scritture del passato, come i germogli che spuntano in ogni stagione. E questo è possibile solo tenendo insieme ogni prospettiva, destini diversi, opposti. La figlia della filatrice entrata nella Resistenza e il giovane slavo trasferito a Salò. La contessa ottocentesca innamorata dell’ufficiale dei bersaglieri e l’architetto sopravvissuto con una pallottola in testa a un agguato di Prima linea. Il punkabbestia e lo studente entrato nella Legione straniera dopo una delusione. La picaresca traversata nel Novecento di un bracciante siciliano semianalfabeta (divenuta un libro Einaudi) e i sogni jazz del compositore di colonne sonore.
Nell’ultima stanza del museo c’è un lenzuolo sulla parete. Lì sopra Clelia Marchi, contadina veneta allora settantenne, oggi scomparsa, aveva scritto la sua vita con un pennarello. “Gnanca una busia”, neanche una bugia. Aveva iniziato in una notte insonne, l’ennesima dopo la morte improvvisa del marito. In casa non c’erano fogli di carta e il lenzuolo a due piazze ormai era diventato troppo grande. Su quel lino bianco c’è l’anima dell’Archivio. Il bisogno di ricordare senza mentire. L’urgenza di sopravvivere – scriveva Clelia – «trasformando le lacrime in inchiostro».
Sul Venerdì del 30 agosto 2024