Alessandro Rosa di Cash or Trash: “Ogni cosa ha il suo prezzo, io svelo quello giusto”
di Carmine Saviano“Qui ci vorrebbe proprio Alessandro Rosa”. Il desiderio prende forma spesso. Sopratutto tra mercatini dell’usato e soffitte da svuotare, street art e padiglioni di arte contemporanea. Evocare il valutatore di Cash or Trash – la trasmissione condotta sul Nove da Paolo Conticini, i nuovi episodi in onda dal 2 settembre – per sciogliere tutti i dubbi su quanto vale davvero ciò che abbiamo davanti agli occhi o sotto mano.
E il desiderio arriva, per esempio, qualche giorno dopo questa intervista, davanti al Virnaburger (cioè Virna Lisi seduta su un hamburger) quadro esposto al MAC/CCB di Lisbona. Inviamo a Rosa la foto, priva di didascalia e di indicazioni, via WhatsApp. La risposta arriva dopo pochi secondi. «Ah, quel pazzo di Mel Ramos, scorrettissimo e amatissimo. Solo Allen…
“Qui ci vorrebbe proprio Alessandro Rosa”. Il desiderio prende forma spesso. Sopratutto tra mercatini dell’usato e soffitte da svuotare, street art e padiglioni di arte contemporanea. Evocare il valutatore di Cash or Trash – la trasmissione condotta sul Nove da Paolo Conticini, i nuovi episodi in onda dal 2 settembre – per sciogliere tutti i dubbi su quanto vale davvero ciò che abbiamo davanti agli occhi o sotto mano.
E il desiderio arriva, per esempio, qualche giorno dopo questa intervista, davanti al Virnaburger (cioè Virna Lisi seduta su un hamburger) quadro esposto al MAC/CCB di Lisbona. Inviamo a Rosa la foto, priva di didascalia e di indicazioni, via WhatsApp. La risposta arriva dopo pochi secondi. «Ah, quel pazzo di Mel Ramos, scorrettissimo e amatissimo. Solo Allen Jones ha scherzato con il corpo e la bellezza femminile più di lui».
E poi – quasi anticipando la domanda sul “come fa?” – “il valutatore” allega a sua volta una foto, stavolta con didascalia: scorcio parziale dei suoi libri dedicati alla Pop Art, come sfondo una fila di vecchi televisori colorati. Ce lo aveva detto: «Sono stato appassionato di botanica e ho collezionato rose antiche. Se vedo qualche bella ceramica del Novecento la prendo. Ma fondamentalmente colleziono libri. Quando si entra a casa mia si vedono solo libri. La mia passione da sempre. Pensi che quando feci il servizio civile come ausiliario dei Vigili del Fuoco scelsi subito la biblioteca...».
Alessandro Rosa, quindi non ci si improvvisa “valutatore”, giusto?
«Lo escludo. Tanti ragazzi mi chiedono: cosa possiamo leggere? Dove possiamo andare per imparare? La strada è molto lunga».
La sua da dove parte?
«Ho avuto la fortuna di nascere a casa mia. L’arte moderna, l’antiquariato: mio padre era un profondo conoscitore di queste materie. Tutti i discorsi che ho sentito a casa, sin da piccolo, hanno riguardato l’arte e gli oggetti antichi: che tipo di mobile era questo o quello, come era fatto un cassetto, di che tipo era la legatura di un libro antico».
Se ripensa alla sua infanzia quale oggetto le viene in mente?
«La parte superiore di un trumeau. Mio padre l’aveva recuperato in un paesino della Pedemontana e per tutta la vita si è dispiaciuto di non aver trovato il resto. Lui non è mai stato un collezionista ma un raccoglitore: e si raccoglie per conservare non per vendere».
Lei che tipo di ragazzo è stato?
«Facevo sport, poi gli studi classici. Certo, era la seconda metà dei Settanta, c’era la politica ovunque, mi interessavo ai movimenti. Ma sin dagli anni del liceo ho coltivato la passione per la storia dell’arte. Il professore mi voleva bene. Anche perché ero l’unico sveglio durante le sue lezioni».
Quando ha capito che il suo lavoro sarebbe stato quello di dare un valore alle cose?
«Mi ero iscritto ad Architettura a Venezia. Facevo tanti esami complementari: seguivo i corsi di Cacciari, Mazzariol. Ho iniziato lì a frequentare il mondo degli artisti e dei pittori. Iniziai a lavorare in un negozio che si occupava di arti decorative e soprattutto di vetri di Murano degli anni 30 e 50…».
Perdoni l’ignoranza: presumiamo che siano quelli che valgono di più, giusto?
«Senza dubbio. In quel posto ho conosciuto i primi collezionisti e ho iniziato a capire le dinamiche del mercato dell’arte. Da lì sono passato a lavorare per alcune case d’asta. È stata la mia occupazione della vita. Lo è ancora oggi».
Tutto è valutabile? Tutto ha un valore?
«Assolutamente: tutto. La cosa difficile è stabilirlo, determinarlo. Puoi essere un grande studioso, ma poi non sei in grado di fare l’estimo. C’è bisogno di esperienza, di conoscere come va il mercato, cosa è stato venduto a Sydney oppure a Stoccolma la settimana scorsa, e a quanto».
Lei ha un metodo?
«Più che altro ho una sorta di griglia mentale. Quando sono davanti a un oggetto mi chiedo: cos’è? chi può comprarlo? quanto è raro? è stato venduto qualcosa di simile ultimamente? E applico lo stesso metodo sia con un Picasso che con una sveglietta degli anni 60».
Che non sono proprio la stessa cosa.
«E ci mancherebbe. Ma, non creda: valutare un Picasso, un Dalí o un Miró alla fine è più semplice che stabilire il prezzo di un gioco da tavolo degli anni Sessanta».
Torniamo alla televisione, dove bisogna necessariamente semplificare. Rinuncia a qualcosa della sua griglia mentale quando è in trasmissione?
«Mai. Registi, autori e tutti i magnifici ragazzi che lavorano con me lo sanno: io posso essere soltanto me stesso. E poi mi dicono che alla fine funziona, no?».
Funziona. È arrivata la fama?
«Mi fermano in continuazione. Mi hanno addirittura messo in braccio un bambino di un anno e mezzo, così, all’improvviso, solo per fare una foto. Oppure capita che mentre ceno arriva la signora che mi chiede quanto vale la spilletta della zia. Va bene, lo capisco. Ma io sono una persona molto riservata, non ho neanche i social…».
A volte i fan vanno accontentati. E i collezionisti, invece, vanno accontentati sempre?
«Io non lavoro con chi si comporta con l’arte come se avesse a che fare con titoli finanziari. Non mi interessa, anche se mette sul tavolo milioni di euro. Lavoro solo con chi parla la mia lingua».
In Italia cosa bisognerebbe valutare di più?
«La cultura, come sempre. Durante la mia carriera ho capito una cosa: nei momenti di crisi del mercato va avanti chi ha studiato di più, chi ne sa di più, chi è più preparato. Bisogna saperne più degli altri».
Il libro da tenere sul cassetto.
«Sillabari di Goffredo Parise».
E quello antico che desidererebbe di più?
«Ho una lista. Ma non ci perdo la testa. Lo prenderò se e quando lo troverò».
Quindi non bisogna collezionare a tutti i costi.
«Bisogna essere curiosi a tutti i costi».
Sul Venerdì del 13 settembre 2024