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Michele Serra: qualcuno era pacifista

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PER POSTA: ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. Pareva che la forza del progresso, della democrazia e della pace fosse inarrestabile
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Caro Serra, senta qui: «Ogni arma da fuoco prodotta, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che hanno freddo e non sono vestiti. Questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro. Sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani. [...] Questo non è un modo di vivere in alcun senso legittimo. Dietro le nubi di guerra c’è l’umanità appesa ad una croce di ferro». Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, 16 aprile 1953.E ancora: «Nelle riunioni di governo dobbiamo stare in guardia contro l’acquisizione di ingiustificata influenza, voluta o non richiesta, del complesso militare-industriale. Il potenziale per la disastrosa ascesa di potere mal assegnato esiste e persisterà. Noi non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici. Non dovremm…

Caro Serra, senta qui: «Ogni arma da fuoco prodotta, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che hanno freddo e non sono vestiti. Questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro. Sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani. [...] Questo non è un modo di vivere in alcun senso legittimo. Dietro le nubi di guerra c’è l’umanità appesa ad una croce di ferro». Dwight Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, 16 aprile 1953.E ancora: «Nelle riunioni di governo dobbiamo stare in guardia contro l’acquisizione di ingiustificata influenza, voluta o non richiesta, del complesso militare-industriale. Il potenziale per la disastrosa ascesa di potere mal assegnato esiste e persisterà. Noi non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una popolazione in allerta e informata può costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina industriale e militare della difesa con i nostri metodi ed obiettivi di pace, in maniera tale che sicurezza e libertà possano prosperare insieme» (sempre Eisenhower, dal discorso d’addio alla nazione).

Giovanni Retti

Sembra Gino Strada (soprattutto la prima frase), invece sono le parole di un presidente degli Stati Uniti, ex generale ed esponente repubblicano. Davvero impressionanti se lette alla luce della storia successiva e soprattutto degli avvenimenti di questo inizio di secolo, con l’industria bellica al massimo dei suoi fasti e del suo potere di condizionamento, e la politica quasi al completo rassegnata alla guerra e all’uso delle armi come abitudine inestirpabile.Nei primi due decenni seguiti alla fine della Seconda guerra mondiale è accaduto qualcosa di straordinario e al tempo stesso, temo, irripetibile. Sono nate in quegli anni tutte o quasi le istituzioni internazionali preposte alla cooperazione, alla pace, alla ricerca scientifica. Pareva che la forza del progresso, della democrazia e della pace fosse inarrestabile. Che lo sviluppo economico e scientifico fosse al servizio del genere umano e non di pochi speculatori. Che la guerra di Hitler, e la bomba di Hiroshima, avessero rappresentato il picco della distruzione: dopo la guerra, la pace, che altro? Sappiamo che non è andata così, ma la ringrazio, caro Retti, di avere dato a me e ai lettori questo piccolo choc: ci fu un tempo in cui un presidente americano conservatore pronunciava parole che oggi gli sarebbero rinfacciate come ingenue, utopistiche, imbelli, pacifiste a costo zero. Quel tempo era migliore del nostro, mi permetto di dirlo con una certa sicurezza, per una ragione molto semplice: tutti pensavano che tutto potesse cambiare, e quasi sicuramente in meglio.

Ma perché le sinistre
non fanno coming out?

Gentile Serra, che “la Sinistra serva ancora ...” è indubbio. Che la Sinistra e i suoi valori siano politicamente rappresentati nei parlamenti delle cosiddette democrazie occidentali, è quantomeno dubbio. Il Pd in Italia, i Socialisti tedeschi, i Democratici statunitensi, i Labour inglesi, per non parlare del gruppo S&D al Parlamento Europeo, altro non sono che partiti fieramente conservatori, che per ragioni, immagino io, biecamente elettorali, non fanno coming out. Se lo facessero si potrebbero evitare fastidiosi fraintendimenti, che concorrono, in ultima analisi, ad allontanare l’elettore. Gli attuali Parlamenti, questo è un fatto, sono ripartiti tra partiti che, una volta al governo, seguono politiche conservatrici, reazionarie, autoritaristiche, fobiche. In sede di propaganda elettorale amano definirsi Progressisti, Moderati e/o Popolari e Destre. Ora, in un contesto nel quale metà degli aventi diritto non va più a votare, non potrebbe essere d’aiuto convincere queste tanto allegre quanto ipocrite congreghe, a chiamare se stessi con il proprio nome, almeno per evitare all’elettore di sinistra – gli altri sanno più o meno cosa aspettarsi – la consueta frustrazione post elettorale?
Fabio Onofri

Caro Onofri, potrei azzardare un breve elenco di temi e provvedimenti sui quali la differenza tra destra e sinistra è molto rilevante. Mi limito a dirle questo: provi a dire a un americano, di qualunque ceto sociale e di qualunque opinione politica, che Trump e Harris sono la stessa cosa, e chiunque di loro vada alla Casa Bianca, non farà alcuna differenza. Le chiederà: ma in che mondo vivi?

Vannacci non è affatto
il mondo al contrario

Caro Michele, alcune sere fa, sulla 7, ho ascoltato la professoressa Urbinati, preoccupata perché nel nostro Paese cinquecentomila italiani hanno votato per Vannacci. Anche Pier Ferdinando Casini ha espresso la medesima preoccupazione. Non sono d’accordo. In Italia ci sono molte centinaia di migliaia di individui che credono che la Terra sia piatta, molte centinaia di migliaia di persone che credono che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna, altrettanti pensano che Hitler non si sia suicidato ma sia fuggito, per non parlare di chi crede che gli alieni siano già tra di noi. Stavo dimenticando che qualche milione di cittadini di questo Paese ritene che Benito Mussolini e Silvio Berlusconi siano stati due grandi statisti. A me fanno più paura questi che non quei cinquecentomila italiani omofobi e razzisti.
Raffaele Cotugno (Roma)

Mettiamola così: se gli italiani razzisti e omofobi fossero solo 500 mila, sarebbe una magnifica notizia. Come ho già scritto parecchie volte, il pensiero reazionario, o bigotto, o genericamente fobico, non deve scandalizzare più di tanto. Esiste, dunque è bene che emerga. Bisogna combatterlo con le armi della politica, della cultura, dell’intelligenza. E, possibilmente, con un forte senso del ridicolo, utensile umile ma indispensabile, e del tutto mancante a quasi tutti i reazionari del mondo.

In cordata con Renzi
io non ci andrei…

Caro Serra, a proposito dello scambio di opinioni tra i due lettori sul campo largo (uno ce l’ha con Conte, uno ce l’ha con Renzi), e lei che salomonicamente conclude come la sintesi spetti alla segretaria del più grande partito di opposizione, ossia la Schlein: trovo la Sua opinione assolutamente condivisibile, spetta al Pd individuare la soluzione politica in grado di coalizzare il maggior numero possibile di schieramenti per battere la destra. Ma se assemblare una coalizione di Governo può paragonarsi a una scalata, è di vitale importanza scegliere bene i propri compagni, perché se uno, giunti a un certo punto del pendio, taglia la corda, è ovvio che si finisce tutti male. “Stai sereno Enrico” fu l’incipit di chi poi fece le scarpe a Letta. Il segretario di un partito che oggi ha 0 (zero) rappresentanti in Europa, 9 deputati su 400 alla Camera e 5 seggi su 200 al Senato... Insomma, il gioco deve valere la candela.
Paolo Bernardeschi

Non solo Bernardeschi, anche altri lettori mettono in guardia contro qualunque tipo di accordo con Renzi. “Non mi fido” è un modo gentile, ma nitido, per riassumere la loro opinione. Mi faccio latore, come si dice, e non aggiungo altro.

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