E’ ora di dire vaffa alla politica dei vaffa
di Stefania ParmeggianiIl celodurismo di Umberto Bossi, gli insulti a Rosy Bindi di Berlusconi, Calderoli che dà dell’orango a Cécile Kyenge, Vittorio Sgarbi trascinato via di peso dall’aula di Montecitorio mentre rivolge improperi poco onorevoli a Mara Carfagna, il grande vaffa che ha dato i natali ai Cinquestelle…
La parolaccia in politica ha una lunga storia. Non inizia certo con la premier che a Caivano si presenta ripetendo l’insulto ricevuto (carpito da un audio rubato) da Vincenzo De Luca: «Sono quella stronza della Meloni». E non finisce con il decreto penale di condanna a Pierluigi Bersani, reo di aver dato del coglione al generale Roberto Vannacci.
La domanda non è chi – a destra come a sinistra gli esempi abbondano – ma come. Come è stato possibile che uomini (e donne) con alte cari…
Il celodurismo di Umberto Bossi, gli insulti a Rosy Bindi di Berlusconi, Calderoli che dà dell’orango a Cécile Kyenge, Vittorio Sgarbi trascinato via di peso dall’aula di Montecitorio mentre rivolge improperi poco onorevoli a Mara Carfagna, il grande vaffa che ha dato i natali ai Cinquestelle…
La parolaccia in politica ha una lunga storia. Non inizia certo con la premier che a Caivano si presenta ripetendo l’insulto ricevuto (carpito da un audio rubato) da Vincenzo De Luca: «Sono quella stronza della Meloni». E non finisce con il decreto penale di condanna a Pierluigi Bersani, reo di aver dato del coglione al generale Roberto Vannacci.
La domanda non è chi – a destra come a sinistra gli esempi abbondano – ma come. Come è stato possibile che uomini (e donne) con alte cariche istituzionali abbiano cominciato a parlare come avventori al bar frastornati da qualche bicchierino di troppo? A sproloquiare di conquiste sessuali come l’ultimo dei vitelloni? A usare l’insulto a mo’ di clava contro gli avversari?
Dopo filosofi, linguisti, giuristi, psicologi, docenti universitari e cronisti politici, a chiederselo è una ventisettenne di Rimini che ha appena pubblicato un libro dal titolo esplicito: Onorevole parolaccia (Franco Angeli, 132 pagine,18 euro). Lei si chiama Benedetta Cicognani, cura la comunicazione digitale del suo Comune, e ammette di avere molta voglia di dire «vaffa alla politica dei vaffa».
Così, colpita da «un’attualità sempre più carica di invettive, volgarità e violenza verbale», ha approfondito il tema per la sua tesi di laurea: «Alla fine è nato un libro con la prefazione di Roberto Cammarata, il mio professore di Filosofia politica alla Statale di Milano».
Facciamo un po’ di archeologia: il suo saggio inizia dal turpiloquio fascista.
«In quegli anni è uno strumento di dominio e potere, serve a rimarcare la propria autorevolezza e a fare tacere l’altro screditandolo. Pensiamo a Mussolini che pochi mesi prima di salire al governo inveisce contro i deputati definendoli “una banda di idioti e postulanti”. O al fascista che chiama “vecchia baldracca” Filippo Turati dopo che questi ha annunciato il suo voto sfavorevole all’esecutivo».
Dopo la fine della guerra c’è una lunga stagione in cui il linguaggio politico è formale, spesso incomprensibile. La volgarità non è ammessa.
«La comunicazione inizia a cambiare negli anni Ottanta, diviene gradualmente più colloquiale. Bettino Craxi utilizza la parolaccia come una sorta di mantra per rompere la dicotomia tra la dimensione popolare e il senso rigoroso dello Stato. Indimenticabile un suo siparietto del 1986: un giornalista gli chiede se siano i socialisti responsabili della caduta del governo, lui risponde: “Chi lo dice è un coglione”. L’intervistatore gli fa notare che a biasimarlo non è una persona qualsiasi, ma Renato Altissimo, allora segretario del Partito liberale italiano. Risposta: “Allora è un Altissimo coglione”».
Una battuta. Quando la svolta?
«Con Mani Pulite la politica è screditata, marchiata di infamia. I politici devono trovare un modo per riacquistare autorevolezza e lo fanno passando dal politichese a un linguaggio più friendly. Usano le parolacce e le barzellette per dire agli elettori: io sono come voi».
Dal politichese al gentese della Seconda Repubblica. Maestro indiscusso?
«Berlusconi, un trapper ante litteram che conquista il cuore di tanti italiani con il suo discorrere ammiccante, infarcito di barzellette osé e refrain calcistici».
Anche Umberto Bossi non è da meno.
«Padre del celodurismo, canottiera bianca, sigaro tra le labbra, gestacci, linguaggio triviale e primitivo. Intercetta la frequenza emotiva di chi è deluso dalla politica. Al suo fianco Roberto Calderoli. L’attuale ministro per gli Affari regionali e le autonomie di governo, nel 2006 se ne esce con frasi come: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni”. Per anni occupa i giornali con le sue sparate razziste, servirebbe un libro solo per lui».
Le cose sono andate peggiorando?
«Con Beppe Grillo la parolaccia smette di essere una cifra stilistica per diventare l’atto costitutivo di una nuova forza politica. Il turpiloquio si fa incredibilmente efficace».
Che ruolo giocano i social?
«Diventano terreno fertile per quella che gli studiosi chiamano negative campaigning, ovvero l’attacco martellante e sanguinario verso l’avversario che non si vuole solo sconfiggere, ma demolire. Uno dei padri di questa strategia è il consulente statunitense Arthur J. Finkelstein (1945-2017). Vera eminenza grigia, ricorre a nomi fittizi anche per prendere una camera d’albergo, guida le campagne elettorali populiste di Trump, Orbàn, Netanyahu, ma anche di molti senatori americani del bacino repubblicano».
In Italia chi dimostra di avere appreso la sua lezione?
«I Cinquestelle trasformano scientemente gli avversari in mostri. Salvini con la Bestia non solo si allinea agli umori dell’elettorato, ma sbeffeggia sistematicamente gli avversari. Fratelli d’Italia aggiunge al trittico Dio Patria e Famiglia un quarto principio solenne: l’Engagement. Cerca di piacere e a piacere sui social sono soprattutto le emozioni negative».
Chi sono oggi il bersaglio preferito dei leoni da tastiera?
«Rispondo con uno studio di Vox - Osservatorio Italiano sui Diritti: donne (43,21 per cento), persone con disabilità (33,95) e omosessuali (8,78). A seguire, i migranti (7,33), gli ebrei (6,58) e i musulmani (0,15)».
Tra i politici a chi assegna lo scettro della volgarità sessista?
«A Stefano Bandecchi, sindaco di Terni, che più volte ha trasformato l’aula del consiglio comunale in uno spogliatoio. Cito solo uno dei suoi sproloqui: “Un uomo normale guarda il bel culo della donna e forse ci prova anche. Poi, se ci riesce ci tromba, se non ci riesce torna a casa”. A batterlo in maschilismo e omofobia solo Vannacci».
Il mondo al contrario?
«La politica al contrario».
Sul Venerdì del 13 settembre 2024