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Anni 90, ecco perché non ce ne libereremo mai

Il cast di Sex & the City (Getty images) 
Musica e moda li citano continuamente. Ora una docuserie li celebra in grande stile. Dai Nirvana a Kate Moss, dagli Oasis a Galliano, breve storia di un decennio indimenticabile
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Anna Wintour odiava il grunge. «Non ero una grande fan», minimizza la direttora del più potente magazine di moda del mondo in una scena di In Vogue: the 90s, nuova docuserie su Disney+. Come suggerisce il titolo, è il racconto dei “dieci anni che hanno cambiato per sempre la storia della moda” visto da un buco della serratura esclusivo, con un parterre di ospiti da red carpet (Nicole Kidman, Sarah Jessica Parker dell’iconica Sex & the City, John Galliano, Baz Luhrmann, Claudia Schiffer, Hillary Clinton, Kim Kardashian…) e figure chiave come Edward Enninful (ex direttore di Vogue Uk, a 18 anni aveva diretto anche I-D) e Grace Coddington, stylist leggendaria.

Wintour non sopportava chi si «vestiva da povero senza essere povero», ma quello era il grunge, «il rifiuto del lusso», come sintetizza nel doc Stella McCartney. Tutte quelle camicie da boscaiolo e i jeans sbrindellati che a Wintour sembravano stracci, erano più solidamente il segno di un rigurgito esistenziale verso ciò che er…

Anna Wintour odiava il grunge. «Non ero una grande fan», minimizza la direttora del più potente magazine di moda del mondo in una scena di In Vogue: the 90s, nuova docuserie su Disney+. Come suggerisce il titolo, è il racconto dei “dieci anni che hanno cambiato per sempre la storia della moda” visto da un buco della serratura esclusivo, con un parterre di ospiti da red carpet (Nicole Kidman, Sarah Jessica Parker dell’iconica Sex & the City, John Galliano, Baz Luhrmann, Claudia Schiffer, Hillary Clinton, Kim Kardashian…) e figure chiave come Edward Enninful (ex direttore di Vogue Uk, a 18 anni aveva diretto anche I-D) e Grace Coddington, stylist leggendaria.

Wintour non sopportava chi si «vestiva da povero senza essere povero», ma quello era il grunge, «il rifiuto del lusso», come sintetizza nel doc Stella McCartney. Tutte quelle camicie da boscaiolo e i jeans sbrindellati che a Wintour sembravano stracci, erano più solidamente il segno di un rigurgito esistenziale verso ciò che erano stati gli anni 80, con il loro carico di yuppismo, barocchismo pop, scaldamuscoli e power dress.

Erano anche il primo, fortissimo segnale di come la strada e le culture giovanili si sarebbero sempre più saldate alla moda, trasformandola. I cardigan presi dalle bancarelle dell’usato avevano un sentore di realtà. Vestivano meglio lo smarrimento e la disillusione di una generazione che se ne fregava di Wall Street e del Black Friday. «I nostri genitori dicevano, ma cosa fate? Dovete vestirvi bene», racconta Gwyneth Paltrow, «non capivano che quello era il nostro modo di dichiarare chi eravamo».

Anche l’establishment della moda non lo comprese subito. Nel ‘93 Marc Jacobs (che poi diventerà il celebrato designer di Louis Vuitton) fece sfilare Carla Bruni, Naomi Campbell e Kate Moss con camicioni a quadri, maxi abiti a fiorellini, anfibi ai piedi, colonna sonora grunge. La collezione primavera/estate che aveva disegnato per il brand americano Perry Ellis fece rumore. Il giorno dopo Jacobs venne licenziato in tronco. E venticinque anni più tardi si è preso la rivincita, rilanciando quegli stessi capi stavolta col suo marchio, complice l’ennesimo nostalgico revival degli anni 90.

Forse non ne verremo mai fuori. Sbucano continuamente, negli album di artisti che allora neanche erano nati – Fontaines D.C. o l’anglo-filippina Beabadoobee tra gli esempi più recenti. Nel fragore dell’annunciata reunion degli Oasis, nome che da solo rievoca il momento in cui Londra, come ribadisce Wintour, «diventò il posto dove andare per scovare i migliori talenti». Tipo Alexander McQueen, deciso a «distruggere il fashion system dall’interno» col suo genio iconoclasta, e che dopo le sfilate chiedeva agli ospiti «le fa venire voglia di vomitare? Beh dovrebbe, venire a una mia presentazione non è come andare al brunch della domenica» (bellissime le immagini della sfilata The Birds del 1994, ispirata al film di Hitchcock, con le impronte di pneumatici strisciate sugli abiti come se le modelle fossero state appena investite).

Di McQueen si racconta come fosse preoccupato degli articoli di giornale che lo lodavano, perché temeva che il governo se ne sarebbe accorto e gli avrebbe tolto l’assegno di social security. Anche John Galliano non aveva un soldo, prima di essere preso a guidare la maison francese Givenchy e poi Dior (che lo licenziò nel 2011 per gli insulti razzisti registrati in un video). «Gliene davo per mangiare», ricorda Wintour «perché volevo che il mondo capisse il suo genio: John era uno di quei designer che avrebbero cambiato tutto». Era suo l’abito di seta blu che Lady Diana indossava quando si presentò a sorpresa al Met Gala nel 1996. Suo anche il tubino Dior Haute Couture in seta verde (valore due milioni di dollari) che Nicole Kidman portava quando accompagnò Tom Cruise candidato agli Oscar 1997 per Jerry McGuire: «Madonna e Courtney Love mi dissero “best dress”. Mi sentivo come una bambina che si risveglia in una favola».

Gli anni 90 sono stati anche questo, il momento in cui la moda – gli stilisti italiani per primi – aveva capito di aver bisogno delle star, e le star di Hollywood non vedevano l’ora di ricambiare il piacere. Star che potevano essere anche un rapper geniale, figlio di una militante delle Black Panther, appassionato lettore di Shakespeare e Machiavelli: Tupac Shakur arrivò nel 1996 a Milano per sfilare su invito di Gianni Versace, entrambi avevano capito che l’hip hop non sarebbe rimasto a lungo nelle strade – ed entrambi sarebbero morti violentemente di lì a pochi mesi.

Le rievocazioni di quel tempo si portano sempre dietro quest’aura epica, da età dell’oro: è stato il tempo delle sfilate più spettacolari, degli stilisti più innovativi, della libertà creativa, della reinvenzione radicale; dell’ineluttabile ingresso della finanza, che avrebbe cambiato tutto; delle top model più top: Naomi Campbell, Tatjana Patitz, Christy Turlington, Cindy Crawford e Linda Evangelista (che finì sui giornali per aver dichiarato, in un eccesso di tracotanza, «non ci alziamo dal letto per meno di 10 mila dollari al giorno») vennero immortalate da Peter Lindbergh sulla copertina di Vogue forse più iconica di sempre, quella del gennaio del 1990.

Sempre loro, furono ingaggiate da George Michael per il videoclip di Freedom! 90. Il cantante che Mick Jagger aveva bollato come «un modesto parrucchiere con velleità canore» era diventato nel frattempo talmente famoso da scegliere di non comparire e mandare avanti le cinque divine. Alla regia c’era un giovanissimo David Fincher, che sempre nel ‘90 diresse anche il video di Vogue di Madonna (e in un passaggio del doc si scopre che all’epoca Kim Kardashian era la sua dogkeeper). Tutte loro sarebbero state surclassate da Kate Moss, che neanche sembrava una modella ma appena la mettevi davanti all’obiettivo esplodeva.

L’intera storia degli anni 90 potrebbe in effetti essere riassunta da una continua contrapposizione di corpi. Quello che il grunge aveva seppellito sotto strati di maglie e desessualizzato, a ricordarci che quelli erano gli anni dell’Aids, il sesso faceva paura, altro che rivoluzione. Il corpo che il minimalismo nascondeva con eleganza, quello che gli stilisti neoconcettuali come Martin Margiela portavano all’astrazione, mentre altri celebravano in una nuova versione del sexy. Tom Ford, il giovane texano che resuscita Gucci riportando in auge la sensualità dello Studio 54, i tailleur maschili di velluto, le pellicce da diva; Miuccia Prada che invece dichiara «il cliché del glamour è un esempio di quello che ho sempre detestato», e lascia tutti senza parole quando nel 1996 fa sfilare top come Kate Moss praticamente senza trucco, «con quegli orribili stampati anni 70 da casalinga triste, che invece mi sembrarono subito incredibilmente cool», dice Grace Coddington, «erano completamente coperte ed erano sexy, senza neppure una tetta in mostra».

Se Tom Ford era il sexy, «lei era l’avanguardia» sentenzia nella docuserie la top Kristen McMenamy. La notizia era che con loro il corpo tornava al centro. “The body is back” titolarono i giornali dopo la prima di Quattro matrimoni e un funerale (1994), dove Liz Hurley aveva accompagnato il fidanzato Hugh Grant e monopolizzato l’attenzione con un abito nero tutto aperto su un lato e tenuto insieme da una serie di spille da balia punk dorate, firmato Versace («che io neanche sapevo chi fosse» confessa lei): fece talmente rumore che oggi quel vestito ha anche la sua pagina su Wikipedia.

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