La resilienza del Kagu, che non sa volare e corre piano
di Simone PorrovecchioL’alba nelle foreste pluviali della Nuova Caledonia viene annunciata da grida misteriose. È un suono che aumenta d’intensità, sempre più forte e acuto. Quello che sembra l’abbaiare di un cane in realtà è il canto del kagu (Rhynochetos jubatus), un timido uccello crestato grigio-bluastro, incapace di volare, dagli occhi rossi e dalle zampe lunghe, endemico della giungla montana di questo arcipelago francese a nord della Nuova Zelanda. È l’unico membro sopravvissuto del genere Rhynochetos, nome che deriva da rhinos, ovvero rinoceronte, e khaite, che significa lunghi capelli. Quest’ultimo termine si riferisce alla grande cresta appariscente che il kagu usa per comunicare, il primo a una caratteristica che non possiede nessun altro uccello: due insolite piccole corna sopra le narici. Per i canachi, gli abitanti autoctoni della Nuova Caledonia, il kagu incarna lo spirito della foresta ed è connesso con il mondo ultraterreno. Nell’arte tradizionale è la figura simbolo della fortuna, tanto c…
L’alba nelle foreste pluviali della Nuova Caledonia viene annunciata da grida misteriose. È un suono che aumenta d’intensità, sempre più forte e acuto. Quello che sembra l’abbaiare di un cane in realtà è il canto del kagu (Rhynochetos jubatus), un timido uccello crestato grigio-bluastro, incapace di volare, dagli occhi rossi e dalle zampe lunghe, endemico della giungla montana di questo arcipelago francese a nord della Nuova Zelanda. È l’unico membro sopravvissuto del genere Rhynochetos, nome che deriva da rhinos, ovvero rinoceronte, e khaite, che significa lunghi capelli. Quest’ultimo termine si riferisce alla grande cresta appariscente che il kagu usa per comunicare, il primo a una caratteristica che non possiede nessun altro uccello: due insolite piccole corna sopra le narici. Per i canachi, gli abitanti autoctoni della Nuova Caledonia, il kagu incarna lo spirito della foresta ed è connesso con il mondo ultraterreno. Nell’arte tradizionale è la figura simbolo della fortuna, tanto che un suo avvistamento è considerato di buon auspicio. Vederlo però non è facile: è considerato in pericolo di estinzione e se per ora sopravvive è solo grazie all’impegno tenace delle organizzazioni ambientaliste.
Una facile preda
Il professore dell’Accademia polacca delle scienze, Jörn Theuerkauf, da anni studia i kagu in un santuario naturale nella municipalità di Farino, nella provincia meridionale dell’isola principale Grand Terre, chiamato Tree Ferns Park, o parco delle felci arboree, una pianta tipica della zona. Theuerkauf ricorda il primo massacro da parte di cani selvatici, avvenuto nel 2017, che ha sterminato circa tre quarti della popolazione di kagu.
«In pochi giorni ne trovammo molte decine morte in tutto il parco». Un altro incidente simile si è ripetuto tre anni dopo, danneggiando ulteriormente la popolazione rimanente. I kagu infatti non volano, né corrono veloci, quindi sono facili prede soprattutto di cani e gatti selvatici, portati da un flusso di nuovi abitanti particolarmente accentuato dall’inizio del nuovo millennio, che non solo attaccano i kagu, ma ne distruggono anche i nidi costruiti sul terreno, eliminando così la chance di nuova prole.Le campagne di controllo del randagismo stanno dando però risultati. I dati raccolti da un team di scienziati, coordinato da Theuerkauf, confermano che la popolazione di kagu sta tornando a crescere, «soprattutto nella parte meridionale dell’isola», precisa il ricercatore. «Nel Parc provincial des Grandes Fougères, per esempio, un controllo cinofilo messo in atto in collaborazione con l’associazione di caccia locale ha consentito un ripristino quasi completo della popolazione dopo l’evento di predazione del 2017. Le nostre ultime stime attestano il numero di kagu tra i 3.400 e i 5.500 esemplari, con una popolazione più grande che si trova attorno al Fougères, nel centro meridionale dell’isola». Una crescita esponenziale, se si considera che negli anni Novanta erano poche centinaia.«Buone notizie arrivano anche dal parco Rivière Bleue, dove il loro numero allo stato selvatico è di circa 800-1.000 esemplari».
Un faticoso censimento è attualmente in corso in varie aree dell’isola, mentre il gruppo di ricerca guidato da Theuerkauf continua a radiotracciare centinaia di esemplari. I dispositivi mappano i loro movimenti, che possono estendersi fino a 15 ettari, e seguono i loro viaggi per identificare il territorio e monitorare i predatori.Tutto bene? Insomma...Theuerkauf stempera l’ottimismo: «L’aumento del numero dei kagu non è dovuto tanto all’azione umana, quanto alla veloce e robusta riproduzione di cui questa specie è capace, nonostante i pericoli». Le misure prese sono ancora troppo poche e troppo deboli? «I cani selvatici rappresentano ancora la minaccia principale, ma i programmi di controllo sono attivi solo nei parchi Grandes Fougères e Rivière Bleue, mentre azioni contro il randagismo invasivo servirebbero in tutta la Nuova Caledonia, e non solo per proteggere il kagu».Ci sono poi altri problemi, «come la distruzione dell’habitat per le attività di disboscamento ed estrazione mineraria». Realtà, quest’ultima, sempre più diffusa dopo la scoperta nel sottosuolo di ricchi giacimenti di nichel, una materia prima strategica anche per la transizione ecologica. In pochi decenni le miniere hanno reso la Nuova Caledonia lo Stato più ricco dell’Oceania e uno dei più grandi fornitori al mondo di nichel. Ma tutto questo ha avuto un prezzo, e a pagarlo è stato anche il kagu. «Nel 2007, con molta fatica, avevamo sviluppato un piano d’azione», racconta Theuerkauf elencando le misure previste: la creazione di altre aree protette, campagne di sensibilizzazione per la gestione consapevole degli animali domestici, supporto degli zoo per l’assistenza e la cura degli animali feriti. Qualche passo in avanti e poi lo stop. «Alcuni anni fa le province dell’isola e Parigi, (la Nuova Caledonia è una Collettività francese d’oltremare, ndr) hanno interrotto il finanziamento del progetto». Uno zoo vicino alla capitale, Nouméa, continua comunque ad allevare kagu in cattività, per poi rilasciarli nel parco Rivière Bleue, a un paio d’ore di distanza. La direttrice, Marianne Bonzon, afferma che il programma sta andando molto bene. «Sono stati rilasciati dozzine di esemplari, il che ha permesso di ripopolare il parco», dice. «Al momento ci stiamo prendendo cura di 16 kagu portati qui in cattive condizioni di salute. Le femmine danno alla luce uno o due pulcini all’anno, che verranno rilasciati dopo alcuni mesi, quando sono pronti ad adattarsi alla natura».Pur con alti e bassi, gli sforzi per salvare il kagu dall’estinzione hanno ottenuto dei risultati: per le nuove generazioni di neocaledoni, il kagu non è solo un simbolo stampato sui francobolli, ma l’emblema di un nuovo senso di unità nazionale e motivo di orgoglio per una terra che l’isolamento del Pacifico meridionale ha reso un paradiso tra i più ricchi e preziosi del pianeta. Il richiamo distintivo dell’uccello sacro ai canachi viene ora trasmesso ogni sera dalla stazione televisiva dell’isola alla fine dell’ultima trasmissione.
Sul Venerdì del 6 settembre 2024