Richard Ford presenta “Per sempre”, il suo nuovo romanzo: “Tanto vale cercare la felicità”
di Gabriele RomagnoliNel 2021, intervistando Richard Ford sulle pagine del Venerdì, scrissi che, a 77 anni, sembrava «uno di quei presidenti scolpiti nella roccia». Tre anni dopo ci rivediamo per parlare del suo ultimo romanzo, Per sempre (in uscita il 17 settembre per Feltrinelli), racconto di un viaggio che termina proprio davanti ai volti dei presidenti, a Mount Rushmore. A essere cambiato è il suo domicilio: allora viveva nel Maine, poi a New Orleans («che però sta cadendo a pezzi»), ora a Billings, Montana. In attesa di traslocare di nuovo nel Maine, ma a nord, vicino al confine canadese.
Si prepara a varcarlo in caso di vittoria di Trump?
«Oh, Trump vincerà. Provo a essere ottimista, ma credo vincerà».
Un anno fa disse che non aveva mezza possibilità di essere rieletto...
«Molte cose sono cambiate: abbiamo visto Biden invecchiare sotto i nostri occhi. Ammiro Kamala Harris, anche più di prima che si candidasse, ma è entrata in corsa troppo tardi. Colpa dei democratici. Dovevano agire prima, indurre pri…
Nel 2021, intervistando Richard Ford sulle pagine del Venerdì, scrissi che, a 77 anni, sembrava «uno di quei presidenti scolpiti nella roccia». Tre anni dopo ci rivediamo per parlare del suo ultimo romanzo, Per sempre (in uscita il 17 settembre per Feltrinelli), racconto di un viaggio che termina proprio davanti ai volti dei presidenti, a Mount Rushmore. A essere cambiato è il suo domicilio: allora viveva nel Maine, poi a New Orleans («che però sta cadendo a pezzi»), ora a Billings, Montana. In attesa di traslocare di nuovo nel Maine, ma a nord, vicino al confine canadese.
Si prepara a varcarlo in caso di vittoria di Trump?
«Oh, Trump vincerà. Provo a essere ottimista, ma credo vincerà».
Un anno fa disse che non aveva mezza possibilità di essere rieletto...
«Molte cose sono cambiate: abbiamo visto Biden invecchiare sotto i nostri occhi. Ammiro Kamala Harris, anche più di prima che si candidasse, ma è entrata in corsa troppo tardi. Colpa dei democratici. Dovevano agire prima, indurre prima il presidente in carica a non presentarsi e fare vere primarie tra due candidati forti, allora sì Trump non avrebbe avuto mezza possibilità. Perché è orrendo, non è amato tranne che dalla sua setta Make America Great Again, ma ha il vantaggio di essere visibile da molto tempo, mentre dall’altra parte c’è stato un vuoto e non credo all’idea che ci sia una maggioranza disposta a votare chiunque tranne Trump».
Pensa che con il suo secondo avvento la democrazia in America possa finire, che possa fare quel che ha fatto Putin in Russia?
«No, se cancellasse la costituzione ci sarebbe una rivolta. Alla fine anche lui è una creatura istituzionale. Sarà solo un pessimo presidente, ci farà perdere occasioni: sul clima, sui diritti, in particolare sull’aborto, ma non sarà una minaccia esistenziale».
Trump invecchia male; Biden è invecchiato peggio; il suo personaggio, Frank Bascombe, al quinto libro della saga, ha 74 anni, sperimenta nuovi dolori, nuove perdite. Lei a 80, sa di essere fortunato?
«Sì, anche perché non mi sento diverso da come ero a 60 o a 40».
È ancora felice di scrivere?
«Assolutamente. Da giovane non sapevo che cosa fare nella vita, ora invece lo so. Mi sento utile. Penso di riuscire a dare il meglio delle mie qualità».
Perché continua a torturare Frank Bascombe? Già aveva perso un figlio, ora gli si ammala pure l’altro...
«“Perché” non è la domanda giusta. La vita è disonesta, le cose accadono. In un certo senso credo che Frank, che all’inizio era un giornalista sportivo, possa trovare buffo che il figlio contragga il morbo chiamato di Lou Gehrig, dal nome di un campione di baseball. Morire è una specie di scherzo».
A lei però è andata bene: nessun lutto, nessuna separazione, con la stessa donna da 61 anni, come riesce a scrivere di divorzi e perdite?
«Immaginando. Questo è il mio metodo. Altri scrittori preferiscono fare ricerche, alcuni vanno a vivere nei luoghi dove ambientano le loro storie. Io preferisco sedermi e immaginare. Senza un riferimento, senza un’esperienza o un modello. Dicono i buddhisti che la voce di un monaco lontano può dire più verità del Buddha. Non credo si debba scrivere soltanto di quel che si conosce. È una sciocchezza. Lo pensava Hemingway e infatti ha coperto uno spazio limitato. Se lo facessi io, scriverei di cinque cose al massimo. Meglio pensarla come Faulkner e avventurarsi dove si vuole. Così ho spedito Frank in questo viaggio, insieme con il figlio malato, e ho voluto che fosse ancora un tipo dinamico, avesse il controllo della situazione, sapesse prendere decisioni».
Prova empatia per i suoi personaggi?
«Non è necessario. Frank può risultare antipatico, ma cerca di essere amichevole con le persone che incontra. Il mio problema con lui è che dopo cinque libri la sua voce non mi esce più dalla testa. Ora sto provando a scrivere un romanzo comico, ma lui torna e devo spingerlo via».
Il figlio malato è più difficile del padre…
«Lo era da bambino, si è evoluto così. Non volevo generare compassione. Volevo che questo viaggio tra padre e figlio fosse un incontro terminale, ma senza lacrime. Il titolo originale, Be mine, allude a una frase scritta sui biglietti di San Valentino. È come se i due arrivassero a dirselo, senza dirselo».
C’è un terzo protagonista in questo romanzo: il paesaggio americano, non quello naturale, le costruzioni, i mall, i musei del nulla. Anche a lei come a noi europei sembra tremendo, ma ipnotico?
«Il mio obiettivo era scriverne in un modo che non ne sottolineasse la bruttezza. In fondo queste creazioni sono opera nostra, ci viviamo, non possiamo dire che fanno schifo. Volevamo farle perché ci piacciono. Certo, ci sono strade a Billings che non hanno anima, ma chi vive qui è contento di trovarci cinque empori in pochi chilometri. Bisogna capire i punti di vista».
Ha lo stesso atteggiamento verso la gente?
«Quella è più importante. Cerco di descrivere le persone rendendole interessanti, di individuare le loro qualità migliori. In tutti si può trovare qualcosa di piacevole. Dobbiamo sforzarci».
Lo stesso sembra valere per la ricerca della felicità che è il motore di questo romanzo.
«Sì, io l’ho trovata scrivendo, spero altri la trovino leggendo. Non bisogna rinunciare a cercarla».
Frank prende una decisione morale dedicandosi al figlio. L’etica può rendere felici?
«Frank fa quel che pensa sia giusto e necessario, cioè non prendere le distanze dalle persone che si amano o che si sono amate. Non sono un esperto sul fare la cosa giusta, spesso ho fatto scelte sbagliate, ma credo che fare qualcosa per gli altri sia sempre giusto. Frank lo fa e mentre lo fa pensa alla sua felicità, la cerca come e dove può».
«Quando siete felici fateci caso», diceva Kurt Vonnegut.
«Esatto. E credo andrebbe notata anche l’assenza di infelicità come un momento positivo, perché è già un bene».
Lei ha una felicità personale ininterrotta, rivelata da quella dedica immutabile e così grande nella sua concisione: Kristina.
«Mia moglie mi ha dato molta felicità e insegnato a evitare tanta infelicità. Per esempio suggerendomi di non leggere più le recensioni ai miei libri dopo le prime grandi delusioni. Mi ha semplicemente detto: se ti fa arrabbiare, non farlo più. Ho seguito il consiglio, da più di trent’anni non leggo una recensione e sono più felice».
E arriviamo ai presidenti scolpiti nella roccia, alla fine del viaggio di Frank con il figlio, quando scoprono che, visti da vicino, sono piccoli. Una metafora?
«Non proprio. Questa è davvero esperienza. Te li fanno vedere in fotografie ravvicinate, scattate con i droni, poi arrivi a questa terrazza, sollevi lo sguardo da sotto e sono lontani e, sì, sono piccoli. Faccio dire a Frank che oggi nessuno di questi, omofobi, razzisti, sessisti, sarebbe eleggibile. Anche se poi Trump... L’ho incrociato proprio là, credo cercasse casa. Invece Paul, il figlio malato pensa che siano ridicoli, ma questo, come la visita al palazzo di grano, lo diverte, perché è assurdo. Fare un lungo viaggio per cosa? Per quattro faccette di pietra? Eppure la fine di ogni viaggio è così, niente è grandioso come ce lo si era aspettato. Sono sicuro che se andassi in India, facessi tutta la strada necessaria per arrivare al Taj Mahal mi ritroverei a pensare: tutto qui?».
Questo invece è metaforico? Arriveremo alla fine pensando alla fatica che abbiamo fatto e ci chiederemo: tutto qui?
«Non ne ho idea, ma teniamoci in contatto: le farò sapere».
Sul Venerdì del 6 settembre 2024