Omicidio Sharon Verzeni: chi sono i “metal detective” che hanno aiutato a trovare l’arma
di Simone MoscaLe violenze della storia e le storie violente sono il più delle volte destinate a lasciare tracce permanenti, resistenti al di là della ruggine quanto il ferro servito per ferire o dare la morte. Ferro che un uomo di montagna ha scelto di inseguire per non perdere la memoria di quanti hanno perso la vita nelle grandi tragedie del Novecento diventando anonime gocce in un mare di morti. O che cerca sollevando in appena due giorni centinaia di tombini e scandagliando centinaia di migliaia di metri quadrati perché la vittima di un delitto trovi di fronte ai vivi il conforto metallico della verità. «Alla fine abbiamo trovato l’arma lungo l’Adda, confermando le indicazioni del killer. Ma cercarla senza successo nei giorni precedenti non è stato affatto inutile, è servito a escludere potesse trovarsi lì consentendo quindi alle indagini di concentrarsi altrove» spiega Paolo Campanardi. Il rabdomante del ferro chiamato dagli inquirenti a Terno d’Isola per dare la caccia, prima dell’arresto e d…
Le violenze della storia e le storie violente sono il più delle volte destinate a lasciare tracce permanenti, resistenti al di là della ruggine quanto il ferro servito per ferire o dare la morte. Ferro che un uomo di montagna ha scelto di inseguire per non perdere la memoria di quanti hanno perso la vita nelle grandi tragedie del Novecento diventando anonime gocce in un mare di morti. O che cerca sollevando in appena due giorni centinaia di tombini e scandagliando centinaia di migliaia di metri quadrati perché la vittima di un delitto trovi di fronte ai vivi il conforto metallico della verità. «Alla fine abbiamo trovato l’arma lungo l’Adda, confermando le indicazioni del killer. Ma cercarla senza successo nei giorni precedenti non è stato affatto inutile, è servito a escludere potesse trovarsi lì consentendo quindi alle indagini di concentrarsi altrove» spiega Paolo Campanardi. Il rabdomante del ferro chiamato dagli inquirenti a Terno d’Isola per dare la caccia, prima dell’arresto e della confessione di Moussa Sangare, al coltello con cui l’uomo della bici, per un mostruoso capriccio, ha ucciso Sharon Verzeni scegliendola a caso.
Nato 40 anni fa a Desenzano, Brescia, sulla sponda lombarda del Garda, Campanardi, – rubando il titolo alla trasmissione prodotta da Discovery giunta alla sesta stagione – è il Metal Detective più famoso d’Italia. Un segugio dei minerali che ricostruisce il passato, soprattutto bellico novecentesco, dissotterrando piastrine identificative, elmetti, ordigni, ogive, bossoli, elementi balistici vari. Dal 2015 con l’associazione che ha fondato riunisce il bottino nelle teche del Mu.Re, museo dei recuperanti di Toscolano Maderno, 12 mila visitatori solo l’anno scorso accorsi ad ammirare le vestigia della Grande Guerra rinvenute nell’Alto Garda. Sposato, un figlio, nei giorni normali, quelli da Clark Kent, anzi da Gibba come lo chiamano tutti, sarebbe una guida di montagna. Poi ogni tanto indossa una mimetica e si trasforma nell’eroico campione di un mestiere per cui non esiste nemmeno all’estero alcuna definizione se non appunto quella televisiva. Può quindi darsi che il buon Gibba, dalla verace parlata valligiana veneto-lombarda, svolga una professione a sé, unica al mondo.
Campanardi, anzi Gibba, il caso Verzeni è il quinto cui è stato chiamato a collaborare.
«Sì, il primo fu l’omicidio di Gianna Del Gaudio nel 2016 a Seriate. Fummo chiamati con la mia squadra, 15 elementi oggi, a cercare un oggetto metallico senza successo. La volta successiva, un altro omicidio, il coltello lo trovammo in una siepe a una certa distanza dal luogo del delitto. Tornando al caso di Sharon Verzeni, abbiamo scoperchiato 400 tombini, li abbiamo scandagliati con magneti e sonde flessibili dotate di videocamere all’estremità, abbiamo battuto seguendo le indicazioni delle forze dell’ordine due aree enormi rispettivamente di 100 mila e oltre 400 mila metri quadrati».
Però come si è scoperto alla fine l’arma era stata gettata a ben cinque chilometri di distanza.
«Gli obbiettivi sono sempre due. Il primo è escludere che quanto si cerca non sia nelle aree che ci ordinano di battere. E l’abbiamo centrato. Il secondo è recuperare quanto si cerca, e l’abbiamo centrato seppure con l’aiuto delle indicazioni».
Perché secondo lei non esiste un reparto ufficiale che svolga il suo lavoro?
«Forse davvero ci siamo specializzati in qualcosa di unico in cui per formarsi conta e molto l’esperienza sul campo. E al di là della tecnologia, fa la differenza la capacità di immedesimarsi con chi, tornando ancora a Verzeni, deve disfarsi dell’arma. Per capirlo io mi guardo attorno, osservo il territorio, il paesaggio, le occasioni che offre. L’ho imparato dalle mie parti dove magari su di uno sperone ti rendi conto che qualche alpino per forza si era nascosto lì, al riparo dalla linea di fuoco austriaca».
Come ha scoperto il talento per il metal detector?
«Vengo da una famiglia con la passione per la natura e le vette, sulla prima montagna, il Monte Pizzoccolo che vedevo e ancora vedo da casa, sono salito a cinque anni con mio padre. Anni dopo, scalandolo anche lui, ci sarebbe morto mio fratello. Ho fatto le magistrali, ho lavorato come educatore in una comunità, e poi diventato guida mi sono preso la responsabilità di un rifugio al confine tra l’Austria e l’Alto Adige. Sono sempre stato appassionato di storia e con un amico, armati più che di un metal detector di una “baracca” presa su Amazon a 20 euro, l’1 gennaio 2015 alle 7 del mattino, giusto per capire come siamo fatti, ci avventurammo in un pratone nei pressi del rifugio. Trovammo un chiodo e poi un bossolo esploso da un Carcano 91, fucile in dotazione al regio esercito. Provai una gioia indescrivibile».
Il ferro la emoziona sul serio.
«Mi emoziona moltissimo quel che racconta. Col Mu.Re.perlustriamo una miniera inesauribile di racconti della Prima guerra mondiale: 24 chilometri di montagne dell’Alto Garda. Per batterli servirebbero mille vite. Qui fu guerra di posizione, poche vittime, non fu l’Isonzo, e i reggimenti trascorsero tre anni lasciando di tutto. Per le ricerche partiamo dai diari dei soldati, dai documenti, e dei militari sentiamo di resuscitare parte dell’anima quando troviamo esempi di trench art: bracciali fatti con le spolette, calamai di fortuna dentro alle bombe dove il pennino trovava lacrime e inchiostro, bossoli riciclati a lumini. L’emozione della memoria di uomini scomparsi che riaffiora è quel che cerco di trasmettere anche al pubblico della serie. Ma soprattutto ai visitatori del museo».
A caratteri cubitali all’ingresso, c’è scritto che resterà per sempre gratis.
«È un patrimonio per le generazioni future, il ricordo di ferro di chi, un secolo fa o l’altro ieri, di ferro è morto: è indispensabile per me a comprendere la fragilità della carne, delle nostre vite, la forza inespugnabile dell’umanità che conserva un cuore».
Sul Venerdì del 13 settembre 2024