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Più Welfare, meno malessere

PER POSTA: ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. In una comunità più protetta e tutelata anche l’equilibrio psicologico tiene meglio
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Caro Serra, l’attualità recente, con la crudezza di certi fatti di cronaca, ma anche le sollecitazioni che ci vengono da letteratura e cinema, ci portano a interrogarci sui silenzi degli adolescenti (vedi la bella analisi di Vittorio Lingiardi su Repubblica del 5 settembre), e a farci carico noi tutti, genitori, docenti, assistenti sociali e curanti della salute mentale, di ascoltarli. È uscito nei cinema il bel film L’innocenza di Kore-Eda Hirokazu: anche l’arte, non solo la psicoanalisi e la psichiatria, può offrire a un più vasto pubblico un invito non solo ad ascoltare tali silenzi, spesso insondabili e impenetrabili, ma anche, laddove essi si trasformino in parole, a essere cauti nel pesare tali parole per dar loro un senso.

E prospettare…

Caro Serra, l’attualità recente, con la crudezza di certi fatti di cronaca, ma anche le sollecitazioni che ci vengono da letteratura e cinema, ci portano a interrogarci sui silenzi degli adolescenti (vedi la bella analisi di Vittorio Lingiardi su Repubblica del 5 settembre), e a farci carico noi tutti, genitori, docenti, assistenti sociali e curanti della salute mentale, di ascoltarli. È uscito nei cinema il bel film L’innocenza di Kore-Eda Hirokazu: anche l’arte, non solo la psicoanalisi e la psichiatria, può offrire a un più vasto pubblico un invito non solo ad ascoltare tali silenzi, spesso insondabili e impenetrabili, ma anche, laddove essi si trasformino in parole, a essere cauti nel pesare tali parole per dar loro un senso.

E prospettare un possibile aiuto. Da psichiatra del servizio pubblico raccomando due strumenti: la cautela, nel senso di non esprimersi su casi che non si conoscano direttamente; e la disponibilità ad ascoltare gli altri contesti (familiari, scuola, servizi sociali).

Proprio il film di Kore-Eda, che “decostruisce” il caso di un ragazzo di cui ci si fa di volta in volta un’idea diversa (è lui il bullo? è la vittima? e chi è il perpetratore, i compagni di scuola o il maestro?) ci invita a non essere dogmatici nella nostra ricostruzione dei fatti. Ma la questione più urgente che mi pongo, come psichiatra e come cittadino, riguarda lo stato dei servizi pubblici che sono assolutamente da potenziare: dopo la pandemia tutte le statistiche parlano di un maggior accesso negli ospedali di giovani suicidari, di un incremento dei disturbi dell’alimentazione, ecc. Quale governo negli ultimi trent’anni ha voluto investire seriamente in tali servizi e nell’implementare in essi professionalità esperte nell’ascolto e nel supporto di chi, come diceva Winnicott, può andare incontro a una “rottura (breakdown) evolutiva”?

Giuseppe Leo (psichiatra, Lecce)

La percezione di molti di noi, supportata anche dai numeri, è che il disagio psichico, non solamente tra gli adolescenti, sia in costante aumento. Difficile dire se questo dipenda dall’emergere di patologie un tempo “sommerse” (lo stigma sul malessere psichico è sempre stato fortissimo, oggi, finalmente, un poco meno) o da una effettiva estensione di quelle patologie. Diciamo, semplificando molto, che la definizione “società del benessere” sembra riguardare quello materiale (non di tutti, ma di parecchi), non certo quello psichico. La misura della felicità, o quanto meno della serenità degli esseri umani, non va di pari passo con il famoso Pil.

Da questo discende, caro Leo, proprio quanto lei dice: bisognerebbe che la sanità pubblica facesse fronte con più mezzi e più competenze. Ma mentre lo scrivo mi viene in mente la progressiva ritirata della sanità pubblica da molti dei suoi avamposti (pensi solo ai pronto soccorso); la carenza di medici e paramedici; l’abbandono progressivo, imputabile non solamente a questo governo ma anche ai molti precedenti, della sanità e della scuola pubblica come priorità assolute, non negoziabili, decisive per l’integrità della comunità nazionale. L’illusione, soprattutto a destra, è stata che i privati potessero supplire, ed essere complementari alle strutture pubbliche. Non mi sembra che sia andata così, per l’ovvia ragione che il mercato premia, per sua natura, gli abbienti, e trascura i poveri. E dunque, per non allargare le braccia e dire “ormai non c’è più niente da fare”, non ci resta che sperare in un vero e proprio rovesciamento dei paradigmi vincenti nell’ultimo trentennio, grosso modo. Welfare prima di tutto, Welfare “whatever it takes”, ripristino della lealtà fiscale, politiche sociali che riprendono fiato. Credo non sia per niente azzardato supporre che in una comunità che si sente più protetta, più tutelata, anche l’umore delle persone, la loro serenità, il loro equilibrio psicologico ne trarrebbero giovamento.

Al centrosinistra serve anche Renzi

Caro Serra, oggi che la destra occupa tutto, per vincere le elezioni occorre che tutta la sinistra si unisca al di là delle simpatie o antipatie personali. Qualcuno parla di accozzaglia. La destra al governo è meno accozzaglia? Tornando a Renzi non lo vorrei come leader ma come giocatore si. Il ragazzo, mandato all’attacco, ha capacità politiche, culturali e dialettiche superiori a tanti, compresi quelli di sinistra.

Pietro Maranò

Tra i lettori del Venerdì (perlomeno dalle mail che mi arrivano) i favorevoli all’inclusione di Renzi nel cosiddetto campo largo sono una minoranza. Del resto, anche Renzi è in netta minoranza. Sono per il rispetto delle minoranze: a patto che sappiano di esserlo, e si comportino come tali.

Meglio Ciccio Formaggio del nostalgico Giuli

Gentile Serra, ma se l’approdo doveva essere un nostalgico di Julius Evola e dei riti druidici, non era meglio il cultore di Ciccio Formaggio?

Rosario Frattini

Le macchiette regionali sono tranquillizzanti, d’accordo. Ma sono di una tragica mediocrità, e mettono malinconia. Non che i riti druidici, se compiuti a Frascati, non facciano ridere pure loro (sarebbero una variante esotica delle macchiette regionali). Ma sono sicuro che il neo insediato Giuli conosce la distinzione tra pubblico e privato, e da ministro della Cultura saprà prescindere da sue eventuali esperienze personali. Non avremo dunque, dopo la mostra su Tolkien, anche una mostra sul Wahlalla. Mentre la permanenza di Sangiuliano avrebbe portato, temo, a una consulenza a Ciccio Formaggio.

Il senso del ridicolo del trumpiano Pillon

Caro Serra, come decine di milioni di persone, ho seguito il testa a testa televisivo Trump-Harris. L’evento di per sé sarebbe già memorabile, ma i commenti che ne sono seguiti sui vari social si sono rivelati altrettanto degni di nota, anche qui in Italia. Ne prendo uno su tutti: un tweet di Pillon che dice “Trump ha vinto a mani basse il dibattito tv” e “Trump ha saputo pressare su tutto una Kamala beffarda, stordita e impreparata”. Io capisco tutto, compresa la necessità di difendere a priori il suo schieramento da talebano conservatore. Ciò detto mi chiedo anche che fine abbia fatto il senso del ridicolo. È senz’altro vero, come diceva Flaiano, che qualcuno ne sposta continuamente la soglia, ma qua non si tratta di un semplice spostamento. Queste sono distanze siderali.

Guglielmo Busso

Caro Busso, è vero che, in generale, tendiamo tutti a leggere la realtà secondo la nostra convenienza intellettuale. Ma disponiamo di contrappesi spesso molto utili, cose come il senso critico, l’esperienza, una sorta di spinta etica all’obiettività (non si dicono bugie, si deve essere leali, eccetera). Questi contrappesi ci aiutano a non essere troppo faziosi e, in ultima analisi, a non fare la figura del fanatico, quasi coincidente con la figura dello stupido. Non tutti dispongono di questi contrappesi.

Sul Venerdì del 20 settembre 2024

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