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Ultime notizie dallo Stato islamico

Da anni ogni giovedì notte l’Isis mette in rete il suo bollettino: editoriali, foto e grafici raccontano i successi di una jihad solo apparentemente in crisi. Indicando i prossimi obiettivi
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Ogni settimana, nella notte tra giovedì e venerdì, lo Stato islamico pubblica una rivista clandestina di otto pagine in lingua araba, per tutti gli affiliati e i simpatizzanti. Si chiama al Naba, che è un nome sobrio e in arabo vuol dire “il bollettino”. Non è su carta, circola online in formato pdf a colori, anche se qualche anno fa, ai tempi d’oro del Califfato, non appena gli estremisti conquistavano un nuovo territorio, si mettevano a stampare copie materiali e a distribuirle a più non posso. Quando si entrava in una città abbandonata dallo Stato islamico in Siria, Iraq e Libia, era una visione abbastanza comune vedere pagine spaiate di al Naba sollevate dal vento, fra le macerie. Il prossimo numero sarà il 460.

Lo schema dell’impaginazione è fisso. In prima pagina l’apertura è sempre dedicata all’attacco più spettacolare della settimana, e detta così sembra la parodia di una rivista vera. Ma loro si prendono molto sul serio, e ci sono sempre dei morti di mezzo. Quindi tocca prend…

Ogni settimana, nella notte tra giovedì e venerdì, lo Stato islamico pubblica una rivista clandestina di otto pagine in lingua araba, per tutti gli affiliati e i simpatizzanti. Si chiama al Naba, che è un nome sobrio e in arabo vuol dire “il bollettino”. Non è su carta, circola online in formato pdf a colori, anche se qualche anno fa, ai tempi d’oro del Califfato, non appena gli estremisti conquistavano un nuovo territorio, si mettevano a stampare copie materiali e a distribuirle a più non posso. Quando si entrava in una città abbandonata dallo Stato islamico in Siria, Iraq e Libia, era una visione abbastanza comune vedere pagine spaiate di al Naba sollevate dal vento, fra le macerie. Il prossimo numero sarà il 460.

Lo schema dell’impaginazione è fisso. In prima pagina l’apertura è sempre dedicata all’attacco più spettacolare della settimana, e detta così sembra la parodia di una rivista vera. Ma loro si prendono molto sul serio, e ci sono sempre dei morti di mezzo. Quindi tocca prenderli sul serio. Non è una parodia. Un gruppetto di seguaci dello Stato islamico lancia una rivolta dentro un carcere russo e ammazza quattro guardie? Va in prima pagina con foto. Un attentato in strada in Afghanistan con quarantacinque morti? Anche questo diventa una prima pagina con foto. E così via.

23 agosto, Solingen, Germania

La terza pagina è sempre dedicata all’editoriale. C’è una certa fissità di argomenti, perché lo Stato islamico è ossessionato da alcuni – pochi – pilastri ideologici e torna sempre a battere su quelli (ma non vale forse anche per alcuni editorialisti convenzionali?). In una delle ultime edizioni, a fine agosto, il titolo di terza pagina era “Una jihad in Europa!”. Il testo chiedeva a tutti i lettori di aumentare gli attacchi con i coltelli in territorio europeo. L’idea centrale è che “Dio non chiede mai ai suoi soldati un compito superiore alle loro forze”, e quindi non c’è più bisogno di pianificare operazioni complicate con zainetti bomba o altro (che spesso sono intercettate e fermate dall’intelligence quando ancora nella fase preliminare): prendete un coltello e colpite, perché c’è sempre almeno un coltello nella cucina di ogni casa. L’editoriale nota anche che la Germania è stata costretta a cambiare le leggi sui coltelli in modo più restrittivo ed è un segno che la campagna dello Stato islamico funziona.

La pagina successiva, per affinità di tema, era dedicata all’attentatore di Solingen che la sera del 23 agosto, durante un festival in piazza, ha accoltellato tre tedeschi a morte e due giorni dopo si è consegnato alla polizia: veniva presentato come un eroe. Prima di farsi arrestare, ha avuto il tempo di spedire al bollettino foto e dichiarazioni. Come tutti gli addetti ai lavori possono confermare, le campagne di attacchi dello Stato islamico non arrivano mai a sorpresa. Sono precedute da una quantità enorme di propaganda e le otto pagine del settimanale giocano un ruolo importante. È successo così per gli attentati suicidi in Iran a gennaio e per il massacro a Mosca. Si può dire che lo Stato islamico ci avvisa in anticipo. Un tempo questi avvertimenti circolavano di più, perché il gruppo pubblicava riviste e materiale di propaganda in altre lingue, dall’inglese al russo, dal francese al turco e persino – qualche volta – all’italiano. Ma poi con la crisi cominciata nel 2019 è tornato a usare soltanto l’arabo, per penuria di traduttori.

Chi sale e chi scende

Al Naba è come il battito cardiaco dello Stato islamico. Non ha mai saltato un colpo da quando ha cominciato le pubblicazioni: è il segnale che c’è sempre un canale di produzione e distribuzione e che quindi il gruppo è vivo e attivo. Anche quando il leader più alto in grado è scovato e ucciso, il bollettino esce la sera del giovedì seguente. Non ci sono firme, per ragioni di sicurezza ovviamente, ma anche se ci fossero sarebbero nomi di battaglia che non direbbero nulla. Ci sono state molte speculazioni sulla redazione, per capire dove si trovasse fisicamente. L’ipotesi più probabile è che sia decentralizzata in molti luoghi e alcuni di questi potrebbero essere appartamenti di insospettabili in Turchia. Non guerriglieri che vivono con il fucile in mano e dormono nelle grotte, ma persone che conducono una doppia vita: di giorno lavoratori perfettamente integrati che di sera confezionano il settimanale del gruppo terroristico più pericoloso del mondo.

È un ruolo rischioso, perché devono ricevere pacchetti di dati dai gruppi di fanatici combattenti sparsi per il mondo e quindi, poiché sappiamo che tutte le tracce digitali lasciano un segno, corrono il rischio di essere individuati. A volte alcuni dei canali di distribuzione del bollettino sparsi sul web, da immaginarsi come edicole digitali, non chiudono per cancellazione ma restano deserti. Non sono più aggiornati. Come se il tenutario fosse sparito e non potesse più pubblicare – magari perché è finito in cella oppure perché è morto. Ma per ogni canale vuoto o cancellato, ne spunta sempre un altro. Ci sono altri temi che potrebbero stupire i non addetti ai lavori.

Per esempio il bollettino si occupa della Striscia di Gaza ma non considera il massacro di civili palestinesi sotto le bombe israeliane che abbiamo visto in questi mesi come un fatto prioritario. Lo Stato islamico è universale, punta alla creazione di un Califfato che copra tutto il mondo e quindi dedica uno spazio minimo alla questione palestinese, che è considerata troppo circoscritta e “nazionalistica”. Un discorso simile vale per i talebani in Afghanistan, che sono odiati dai redattori di al Naba perché visti come gente molle che tradisce la causa dell’Islam. La seconda pagina è un’infografica con i numeri aggiornati degli attacchi compiuti dallo Stato islamico nel mondo. La grafica è infantile, ma i numeri dicono una cosa interessante. Continuiamo a pensare allo Stato islamico come a un gruppo armato che ha perso molta della sua rilevanza ed è quasi sull’orlo dell’estinzione, dopo gli anni delle conquiste in Iraq e in Siria e dopo la sequenza di attentati in Europa di nove anni fa.

In realtà commettiamo l’errore di osservare le cose da un punto di vista occidentale. I numeri degli attacchi in Africa sono in ascesa costante. Nel Sahel, negli Stati dell’Africa occidentale e dell’Africa centrale ci sono colonne armate di migliaia di seguaci che si spostano in motocicletta, assaltano le postazioni dell’esercito, riscuotono tasse, fanno proselitismo e controllano il territorio. Lo Stato islamico si è trasformato in un’insurrezione africana. L’ultimo numero di al Naba racconta lo sterminio di 130 uomini in un villaggio della Nigeria: accusati di collaborare con l’esercito e fucilati.

Da Facebook a Telegram

Per procurarsi una copia di al Naba è necessario visitare alcuni siti e canali che però sono molto diffidenti, perché vengono cancellati di frequente. Telegram a lungo è andato forte come piattaforma ospite – il fondatore, il russo Pavel Durov, è nei guai anche per questo – ma poi è stata sostituita da sistemi di messaggistica decentralizzati: il materiale ora è sparso sui telefoni che formano la rete di pubblicazione. Questi sistemi sparpagliati hanno un vantaggio: resistono di più alle cancellazioni. C’è anche un ritorno su Facebook, perché le pagine sono così tante che è difficile censurarle tutte. Ma curiosare potrebbe non essere un’idea brillante. In molti Paesi è illegale: nel Regno Unito, per esempio, può costare fino a quindici anni di carcere.

Sul Venerdì del 20 settembre 2024

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