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E ora gli uomini hanno ritrovato il loro “istinto materno”

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Sono sempre di più i padri che si prendono cura dei figli piccoli. MMa contrariamente a quanto si crede non è una vera novità: «lo faceva già l’Homo erectus» spiega un’antropologa
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«Sta piangendo, tocca a me». «Ma no, vado io» insiste l’uomo e balza fuori dal letto per riscaldare il latte per il pargolo. Una scena sempre più frequente oggi, così come si vedono sempre più padri con i passeggini, che approfittano dello smart working per tenere la culla vicina alla scrivania, e che registrano l’ora delle poppate su app come Baby Manager. Ma visto che il padre accudente è raro nei mammiferi e ancora più raro nei primati – dove i maschi di molte specie sono addirittura propensi all’infanticidio – come è potuto questo emergere nel Ventunesimo secolo nell’Homo sapiens, contraddicendo il rigido stereotipo sessista, consolidato nei millenni, dell’uomo che deve competere con gli altri per lo status e portare a casa il pane, mentre alla donna tocca accudire la prole?

La risposta, che intreccia biologia, storia e neuroscienze, è nel saggio Il tempo dei padri: l’istinto maschile nella cura dei figli (Bollati Boringhieri, 448 pagine, 32 euro) di Sarah Blaffer Hrdy, antropolog…

«Sta piangendo, tocca a me». «Ma no, vado io» insiste l’uomo e balza fuori dal letto per riscaldare il latte per il pargolo. Una scena sempre più frequente oggi, così come si vedono sempre più padri con i passeggini, che approfittano dello smart working per tenere la culla vicina alla scrivania, e che registrano l’ora delle poppate su app come Baby Manager. Ma visto che il padre accudente è raro nei mammiferi e ancora più raro nei primati – dove i maschi di molte specie sono addirittura propensi all’infanticidio – come è potuto questo emergere nel Ventunesimo secolo nell’Homo sapiens, contraddicendo il rigido stereotipo sessista, consolidato nei millenni, dell’uomo che deve competere con gli altri per lo status e portare a casa il pane, mentre alla donna tocca accudire la prole?

La risposta, che intreccia biologia, storia e neuroscienze, è nel saggio Il tempo dei padri: l’istinto maschile nella cura dei figli (Bollati Boringhieri, 448 pagine, 32 euro) di Sarah Blaffer Hrdy, antropologa della University of California che ha studiato a lungo l’evoluzione delle dinamiche familiari.«Il primo indizio per risolvere il mistero viene da uno studio della neuroscienziata israeliana Ruth Feldman, che ha analizzato ciò che succede nel cervello dei padri quando accudiscono i figli», spiega la studiosa.

«Un primo dato è che quando si tengono in braccio i bambini, anche nei padri, come nelle madri, si alza il livello dell’ossitocina e della prolattina: ormoni che infondono una sensazione piacevole e rinsaldano il legame affettivo con il neonato. Quindi gli uomini hanno una risposta ormonale alla prossimità con i bebé che rispecchia quella materna». Ciò si integra a un altro importante studio dell’antropologo Lee Gettler della Northwestern University, dove sono stati seguiti lungo il corso della loro vita migliaia di uomini delle Filippine, e si è visto che dopo il matrimonio il testosterone si abbassa leggermente, ma dopo la nascita dei figli ha un calo drastico: i nuovi padri, insomma, perdono in aggressività e diventano un po’ meno mascolini nel temperamento, così da accudire meglio i nuovi nati. Ma Ruth Feldman ha fatto una scoperta ancora più interessante usando la risonanza magnetica: «Quando i padri aiutano le madri ad accudire i figli, nel loro cervello si attivano soprattutto la corteccia prefrontale mediale e il solco temporale superiore: si tratta di aree cerebrali socio-cognitive legate all’empatia e alla comprensione delle intenzioni altrui, dal punto di vista evolutivo sono le parti più recenti del cervello», spiega Blaffer Hrdy. «Quando invece di essere un semplice aiutante, il padre è la figura di accudimento primario del bambino – come accade ad esempio nelle coppie gay con figlio ottenuto da madre surrogata – la risonanza magnetica ha dato a Feldman un risultato inaspettato: ad attivarsi di più, questa volta, sono le aree cerebrali maggiormente legate alle emozioni, come l’amigdala e l’ipotalamo: vale a dire le parti del cervello più antiche. L’implicazione è chiara: anche gli uomini hanno un potenziale materno: l’antichissimo istinto verso l’accudimento rimane sopito anche nel cervello maschile, pronto a risvegliarsi quando all’uomo tocca essere la figura primaria nella cura dei figli».

Che cosa scatena l’istinto materno nei nuovi padri? «Un elemento chiave è il tempo passato in prossimità dei neonati», continua Blaffer Hrdy. «E poi ci sono fattori come il pianto, che ha un effetto ancestrale sugli uomini come sulle donne, l’odore del cuoio capelluto dei neonati (che deriva da un composto organico detto esadecanale), e i “segnali infantili”, ovvero quelle caratteristiche dei bambini che suscitano tenerezza e desiderio di proteggere e accudire: la testa grande rispetto al corpo, il viso rotondo, gli occhi grandi e il naso e la bocca piccoli». È il kindchenschema teorizzato già nel 1943 dall’etologo Konrad Lorenz.

A questo punto c’è da chiedersi perché questo notevole potenziale di accudimento si sia sviluppato soltanto nell’uomo e non negli altri mammiferi maschi, e soprattutto in quelli a noi più vicini come gli scimpanzé.

La svolta del Pleistocene

Per l’antropologa la chiave del mistero è nel Pleistocene. «È il periodo nel quale i nostri progenitori Homo erectus si sono spostati dalle foreste alle savane, ambienti più pericolosi che hanno richiesto un cambio di strategia per la sopravvivenza della specie, che a un certo punto si stima possa essersi ridotta a non più di 20 mila unità», osserva Blaffer Hrdy. «L’assoluto bisogno di cure dei neonati e lo svezzamento tardivo, rispetto ad altre specie, ha fatto sì che si evolvesse un sistema di cura cooperativa dei figli all’interno dei gruppi umani. I maschi iniziarono a passare più tempo in prossimità delle donne, e quindi anche dei bambini, e questa vicinanza pose le basi per le reazioni ormonali e neuronali che ancora oggi vediamo nei padri. Inoltre iniziò a svilupparsi un’empatia a doppio senso: i maschi diventarono più attenti ai bisogni dei neonati, e questi ultimi a loro volta più attenti alle emozioni e intenzioni degli adulti, così da poterseli accattivare. Quei bambini poi diventarono padri più sensibili dei loro predecessori, e così via. Alla selezione sessuale darwiniana che voleva i maschi brutali interessati solo a competere tra di loro, si affiancò gradualmente una “selezione sociale” che premiava i maschi più capaci di aiutare le donne e più mansueti con i bambini. Tutto questo accadde proprio mentre dall’Homo erectus si passava all’Homo sapiens, e quindi nel periodo in cui il nostro cervello si ingrandiva e completava».

Le cose, però, iniziarono a cambiare quando prese vita la civiltà vera e propria e la vita precaria da cacciatori-raccoglitori diventò una vita stanziale. L’invenzione dell’agricoltura rese gli umani meno in balia di un ambiente ostile, quindi meno bisognosi di un allevamento cooperativo dei figli, e fu dominante una netta divisione dei ruoli tra uomini e donne, addossando totalmente la cura dei figli alle madri.

La nascita del patriarcato

«Le società divennero patriarcali e si rafforzò nei secoli una visione stereotipata della virilità secondo cui occuparsi dei bambini non era cosa da uomini», dice sempre la studiosa. «Ma tutto questo non è stato sufficiente a eradicare il “potenziale materno” degli uomini, che è rimasto ben radicato nel cervello, pronto ad affiorare al momento giusto».E il momento giusto è oggi. «In realtà il cambiamento è iniziato già nel XX secolo, grazie a innovazioni sociali come l’emancipazione femminile e a conquiste pratiche come i biberon con tettarella», commenta l’antropologa. «Ma il boom dei padri accudenti è quello a cui stiamo assistendo nel XXI secolo, grazie ad ulteriori innovazioni come il congedo di paternità pagato, il telelavoro, e una maggiore fluidità culturale nei ruoli di genere. Ci sono più uomini che si occupano dei neonati oggi che in tutta la storia della nostra specie».Una tendenza colta anche a livello statistico: un sondaggio del 2010 del Dipartimento della salute degli Stati Uniti rivela infatti che su dieci padri che risiedono con figli al di sotto dei cinque anni di età, nove dichiarano di prendersi cura di loro aiutandoli tutti i giorni a fare il bagno e a vestirsi. E se anche hanno mentito, «è lo stesso una buona notizia», chiosa Blaffer Hrdy, «perché significa che hanno comunque assorbito l’idea che essere più disposti ad accudire è lodevole».

Sul Venerdì del 20 settembre 2024

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