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I ricchi scendono in campo e vogliono pagare più tasse

Guglielmo Notarbartolo con la madre Veronica Marzotto fotografati per il Venerdì mentre giocano a biliardino nella sede della Pfc a Milano (Nicola Marfisi/Agf) 

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In Italia una sola famiglia su cinquecentomila milionari ha firmato l’appello per essere tassati di più. Sono i Notarbartolo-Marzotto. Madre e figli. Eravamo curiosi di conoscerli...
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Milano. Si fa presto a dire uno per cento. Gli happy few che potrebbero non lavorare per campare hanno in comune i soldi, non necessariamente le opinioni. In Italia i milionari sono 457 mila. Baciati dal sole come non mai se ha ragione Boston Consulting nel prevedere che da 6,3 trilioni di dollari, oltre tre volte il nostro Pil, il loro patrimonio complessivo lieviterà a 7,4 entro il 2028. Eppure, di questo quasi mezzo milione di fortunatissimi, solo una famiglia ha osato rompere l’ultimo dei tabù dicendo: tassate di più noi che possiamo permettercelo, non la classe media. Dovremmo essere dalle parti di Lapalisse. Invece, nella terra dove almeno due diversi presidenti del Consiglio hanno parlato di «diritto naturale a evadere» di fronte a un’imposizione troppo alta o di tasse come «pizzo di Stato», risulta un’affermazione radicale. Da tradimento di classe. Che si è concretizzata nella firma di una petizione dei Patriotic Millionaires che chiede appunto una maggiore giustizia fiscale. …

Milano. Si fa presto a dire uno per cento. Gli happy few che potrebbero non lavorare per campare hanno in comune i soldi, non necessariamente le opinioni. In Italia i milionari sono 457 mila. Baciati dal sole come non mai se ha ragione Boston Consulting nel prevedere che da 6,3 trilioni di dollari, oltre tre volte il nostro Pil, il loro patrimonio complessivo lieviterà a 7,4 entro il 2028. Eppure, di questo quasi mezzo milione di fortunatissimi, solo una famiglia ha osato rompere l’ultimo dei tabù dicendo: tassate di più noi che possiamo permettercelo, non la classe media. Dovremmo essere dalle parti di Lapalisse. Invece, nella terra dove almeno due diversi presidenti del Consiglio hanno parlato di «diritto naturale a evadere» di fronte a un’imposizione troppo alta o di tasse come «pizzo di Stato», risulta un’affermazione radicale. Da tradimento di classe. Che si è concretizzata nella firma di una petizione dei Patriotic Millionaires che chiede appunto una maggiore giustizia fiscale. In Gran Bretagna l’hanno sottoscritta in una novantina. In America oltre settanta. In Francia più di trenta. Da noi tre, i Notarbartolo-Marzotto. Ovvero lo 0,0006 per cento del totale degli ultraricchi italici. Siccome ci piacciono le minoranze, ancor più se avanguardiste, siamo andati a conoscerli.

Veniamo da lontano

Ci vediamo nella palazzina di Foro Buonaparte, a due passi dal Castello Sforzesco di Milano, dove ha sede Partners For Change (Pfc), il family office, ovvero la società che si occupa di preservare e far crescere il loro ingente patrimonio, però investendo in progetti a impatto sociale e ambientale e devolvendo il 10 per cento degli utili in «filantropia strategica». Soldi che arrivano, nonostante i feudi siciliani dei Notarbartolo di Villarosa, soprattutto dal ramo materno. Cioè da Veronica Marzotto, presidente della omonima fondazione, figlia del conte Paolo e nipote di Gaetano Junior che negli anni 30 estese gli affari ben oltre il tessile che nel Vicentino fece grande il casato industriale. «Senza perdere mai di vista il benessere dei lavoratori con la Città Sociale di Valdagno realizzata dai suoi antenati», chiosa Veronica. La prima a firmare la petizione, ormai cinque anni fa, è stata però sua figlia Giorgiana. Quarantun anni, da una ventina a Londra, dopo economia alla Bocconi e un master all’Insead. Dice che, appena laureata, dei soldi di famiglia non voleva saperne: tutto avrebbe voluto essere, meno che la figlia o la nipote di.

Poi ha scoperto la finanza sociale e si è rappacificata con la propria estrazione: forse si potevano usare quelle fortune, e Pfc vale un miliardo di euro, per fare la differenza – formula che spesso è fuffa, ma in questo caso sembra proprio di no – come da ragione sociale. Giorgiana conosce la svedese Kristina Johansson di Resource Justice, poi promotrice di Patriotic Millionaires UK e nel 2019 firma l’appello per essere tassati di più. A ruota la segue il fratello Guglielmo, a sua volta economista e investitore in Pfc ma anche nel suo Anya Capital. In quale humus politico affondano queste scelte, chiedo. Giorgiana: «Per cominciare da mia madre. Ricordo la gratitudine per le prime calze che mi comprò, invece di “ereditarle” da qualcun altro. O quando ci faceva notare che certi nostri giocattoli costavano come una settimana di lavoro di chi ci aiutava in casa. Capitalisti, ma consapevoli. Poi mi sono sempre identificata nel centrosinistra italiano». Guglielmo: «Alle ultime europee ho creduto in Alessandro Tommasi, già fondatore di Will Media (primo caso di successo di informazione su Instagram, ndr) che ha lanciato il partito Nos che sosteneva Azione. Però non hanno passato il quorum». Obietto che Calenda sbotterebbe a sentir parlar di patrimoniale: «Ma neanch’io, quando dico di tassare i ricchi, penso alla patrimoniale su uno che, avendo ereditato due appartamenti a Milano che magari fatica a mantenere, risulta sulla carta milionario. Perché in questo modo troppe persone si sentirebbero chiamate in causa e il cambiamento non passerebbe mai». Giorgiana e Guglielmo intendono i ricchi-ricchi, quelli tipo loro. Giorgiana: «La soglia su cui si sono assestati i Milionari Patriottici comprende tutti i miliardari, ovviamente, e chi ha un patrimonio da 10 milioni in su». Stando ai Milionari Patriottici inglesi, ciò porterebbe alle casse britanniche 24 miliardi di sterline all’anno.

Avete tempo fino al 9 ottobre

A ottobre scorso è stata lanciata #TaxTheRich, un’Iniziativa popolare europea, ovvero una petizione per chiedere alla Commissione europea un’imposta progressiva sui grandi patrimoni. Serve un milione di firme online, chiude il 9 ottobre, e siamo ancora sulle 300 mila. Oxfam, che è tra gli ispiratori, ha calcolato che se fosse applicata all’uno per cento degli italiani più ricchi, 50 mila persone con un patrimonio netto sopra ai 5,4 milioni di euro, potrebbe portare nelle casse dello Stato fino a 16 miliardi di euro all’anno. Al G20 di maggio, il Brasile ha proposto di tassare di più (anche qui nei dintorni di un extra due per cento) gli ultraricchi (intesi come i tremila miliardari globali). Primi convinti sostegni sono arrivati dai ministri delle finanze di Francia, Sudafrica e Spagna. L’Italia, dove Salvini promette di estendere la flat tax per gli autonomi da 85 a 100 mila euro, resta educatamente in silenzio.Parlano, fortunatamente, i Notarbartolo. Giorgiana: «C’è ormai una drammatica disconnessione tra capitale e lavoro, col primo sempre più ricco e i protagonisti del secondo che faticano ad arrivare a fine… settimana. Una cosa è la massimizzazione del profitto, altra la creazione di vero valore». Concetto che Guglielmo riprende e semplifica: «Nel breve periodo hanno vinto i ricchi, ma nel medio, se continua così, perdiamo tutti». Anche loro fanno filantropia, ma – nell’insuperabile sintesi di un’altra rampolla molto consapevole, Abigail Disney – «filantropia è quello che fai una volta pagate le tasse, non al posto loro». «Conosciamo le obiezioni dei grandi ricchi convinti di fare meglio da soli» dicono i fratelli in coro «perché la politica è spesso corrotta e i governi inefficienti. Ma dimenticano la dimensione democratica e il fatto che le loro scelte, tipicamente nel campo delle arti, della cultura o delle grandi università, solo marginalmente – c’è chi ha calcolato una percentuale del cinque per cento – vanno a ridurre le disuguaglianze».

Bambini, niente paura

In Italia, però, nessuno vuole avvicinarsi alla parola più radioattiva, quella che inizia con t e finisce con asse. Perché? «Perché non c’è il senso della cosa comune» azzarda Veronica Marzotto, che una decina d’anni fa aveva contribuito a organizzare “Le belle tasse”, un progetto per spiegare ai bimbi delle elementari cosa sono e a cosa servono le imposte: «Ricordo ancora le lamentele scandalizzate di alcuni genitori che per protesta non avevano mandato i loro figli in classe». Oppure perché «trent’anni di deriva politico-culturale, non potevano non lasciare un segno» aggiunge questa cattolica di acciaio e velluto che, sostiene, ha faticato per far accettare al sindacato un aumento di stipendio del trenta per cento in tre anni ai suoi dipendenti: «Temevano i contraccolpi nel settore». Qualche politico capisce il problema? «Nessuno ci ha cercati dopo la nostra affiliazione ai Milionari Patriottici. Non solo: da mesi cerchiamo di sensibilizzare altri ricchi italiani, per poi scrivere una lettera al governo, ma per ora nessuno si è aggiunto» dice sconsolata Giorgiana. Eccezion fatta per Martino Cortese, nipote del fondatore di Amplifon che non ha nemmeno avuto bisogno dell’invito, e non a caso è figlio di un’imprenditirice… inglese. E con lui la percentuale dei milionari italiani raggiunge lo 0,0008 per cento dell’1 per cento. Ovvero quasi niente. «Il fatto è» nota Giorgiana, cogliendo un’altra grande costante della natura umana, «che anche se sai che è un privilegio – tipo pagare tasse basse da decenni – quando te lo tolgono ti sembra comunque un’ingiustizia». Qualche scintilla di speranza, in un capitalismo meno individualista, la scorge «in Giappone o Corea del Sud, dove tra i valori cominciano a inserire il clima e quei bisogni che, nella celebre gerarchia della piramide di Maslow, stanno sopra fame, salute, affetti e autostima: quelli che consentono l’autorealizzazione. Quest’ultima sempre più aliena nella routine del normale lavoratore».

La politica? Immobile

E il vostro pantheon intellettuale, qual è? «Oltre a Piketty e Johansson, Jason Hickel e la sua nuova decrescita. Stephanie Brobbey, fondatrice di Good Ancestors Movement. Edgar Villanueva e il suo libro su “decolonizzare la ricchezza”». Una biblioteca per intenditori, tendenzialmente, con zero italiani. Nonostante tutto, però, «se l’ottimismo è sciocco io resto fiduciosa» giura Veronica. «Saremmo orgogliosi di pagare di più» dicono tutti e tre. Loro sono pronti, è la classe politica ferma sulle gambe. Ovviamente non solo qui, e non solo a destra. I tagli alle tasse sono come il doping: una volta che hai iniziato, la gente si abitua ed è difficile tornare indietro. Infatti l’Economist, che non sta nello stesso scaffale di Lotta comunista, ha già calcolato che – nell’evenienza in cui vincesse – Kamala Harris non cancellerà gli osceni sconti ai ricchi fatti da Trump nel 2017. Ritoccherà giusto le aliquote, sì e no, al due per cento degli americani.

In libreria l’inchiesta di Riccardo Staglianò

Tra i tanti record italiani, pochi sono stati meno tematizzati del trentennale rimpicciolimento dei salari. Nel 2020, ha calcolato Ocse, tra tutti Paesi europei dove crescevano dal 270 per cento lituano all’80 irlandese, dal 33 tedesco al 30 francese, le nostre paghe sono le uniche a essere addirittura andate indietro rispetto al 1990. Del 3 per cento. Com’è stato possibile? E com’è possibile che nessun politico, dopo averlo appreso, non si sia incatenato ai banchi del Parlamento per trovare una soluzione? Questi interrogativi sono il cuore di Hanno vinto i ricchi. Cronache da una lotta di classe (Einaudi, 176 pagine, 13 euro) del nostro Riccardo Staglianò, in libreria dal 24 settembre. C’entra la bassa produttività. Il nanismo dell’industria. La precarizzazione dei diritti. Un drammatico indebolimento del sindacato. Un sistema fiscale a tutto vantaggio del capitale. Al netto di globalizzazione, finanza e automazione. Con la grande incognita IA. Un primato disastroso, quello italiano, ma non avvenuto per caso. Anzi, meticolosamente preparato dall’ideologia neoliberista che vedeva il male in ogni intervento perequativo dello Stato. Un’offensiva di fronte alla quale la sinistra si è fatta trovare drammaticamente impreparata. Per non dire dell’attuale governo che ha affossato la ragionevole proposta di introdurre un salario minimo. Come il reddito di cittadinanza, senz’altro non era la soluzione alla nostra debolezza strutturale ma con altrettanta certezza avrebbe giovato. Fino a quando, è la domanda che il libro si pone – alternando l’inchiesta al reportage – questo stato di cose ci sembrerà normale?

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