La diga sul Vanoi che fa litigare la Lega
Nic PintonVAL CORTELLA (Trento). Per ora è solo un progetto. Sufficiente, però, per provocare uno scontro tutto interno alla Lega. Si tratta della diga sul fiume Vanoi, nella trentina Val Cortella. Maurizio Fugatti – presidente leghista della Provincia autonoma – la vede come il fumo negli occhi. Mentre il governatore veneto Luca Zaia, anche lui leghista, si trova davanti a un inaspettato fuoco amico, avendo inserito lo schema per la realizzazione del bacino artificiale, a cavallo delle due regioni confinanti, nel Pnrr. Ma andiamo per ordine. Sono almeno vent’anni che si parla di costruire una diga sul Vanoi.
È però nel 2022 che l’idea di realizzarla riprende quota. Si punta a costruire un grande invaso con una “spalla” nel comune bellunese di Lamon e l’altra…
VAL CORTELLA (Trento). Per ora è solo un progetto. Sufficiente, però, per provocare uno scontro tutto interno alla Lega. Si tratta della diga sul fiume Vanoi, nella trentina Val Cortella. Maurizio Fugatti – presidente leghista della Provincia autonoma – la vede come il fumo negli occhi. Mentre il governatore veneto Luca Zaia, anche lui leghista, si trova davanti a un inaspettato fuoco amico, avendo inserito lo schema per la realizzazione del bacino artificiale, a cavallo delle due regioni confinanti, nel Pnrr. Ma andiamo per ordine. Sono almeno vent’anni che si parla di costruire una diga sul Vanoi.
È però nel 2022 che l’idea di realizzarla riprende quota. Si punta a costruire un grande invaso con una “spalla” nel comune bellunese di Lamon e l’altra in quello trentino di Canal San Bovo.Il motivo? Una valvola di sfogo per le alluvioni e un rimedio contro l’“apnea idrica” di moltissime aziende agricole del Vicentino e del Padovano. Solo che c’è chi ricorda come la montagna sia tutt’altro che sicura. Nel 2010, per esempio, 50 mila metri cubi di roccia friabile erano finiti sulla vecchia strada, oggi abbandonata, che collegava il confine Veneto a quello Trentino, nel Comune di Canal San Bovo. Mesi dopo il bis: altri massi franarono proprio là dove vorrebbero costruire il bacino idrico fra le due regioni. Ma quel monte “irrequieto” (la carta di sintesi della provincia di Trento classifica la zona ad alto rischio geologico P4) non ha minimamente turbato quanti vorrebbero intercettare l’acqua del torrente. Per farlo serve un serbatoio idrico lungo tre chilometri – che allagherebbe oltre un chilometro quadrato di Val Cortella – con una portata fino a 33 milioni di metri cubi di acqua. Alla Regione Veneto l’idea pare fattibile al punto di avere inviato un piano di interventi urgenti al ministero delle Infrastrutture inserendo la «realizzazione della diga di Vanoi ad uso plurimo, acquedottistico, irriguo, idroelettrico». Il 27 gennaio 2023, sulla Gazzetta Ufficiale viene pubblicato l’esito della gara d’appalto: il Consorzio di Bonifica Brenta – con sede a Cittadella, nel Padovano – è l’ente aggiudicatario.
Campanelli d’allarme
Tutto questo sulla carta. Per toccare con mano la realtà, basta andare nel punto in cui si dovrebbe costruire lo sbarramento. Camminare sul ponte di legno che unisce il Veneto al Trentino e guardare là dove il Vanoi scende, si allarga, stringe, scompare, disegnando fra un paesaggio di carpini, faggi e ontani un insieme di gole e insenature che si ripetono in successione.Il geologo Alfonso Tollardo, che abita da queste parti, spiega che il Vanoi taglia una valle alpina molto profonda con ripidi versanti in roccia e che l’area interessata dall’invaso è di tipo dolomitico, mentre a quote superiori agli 800 metri le rocce diventano di tipo calcareo: «Uno studio di stabilità dei versanti, fatto in maniera seria, non si è ancora visto».
Raggiungiamo la valle percorrendo a piedi la vecchia strada appena sopra il torrente, fino al punto in cui la frana del 2010 è ancora ben visibile. «È uno dei tanti campanelli d’allarme» dice Daniele Gubert del Comitato contro la diga, che ci invita a guardare sul monte dove sono presenti altri smottamenti sia sul versante Veneto che su quello Trentino. «Se la diga si rompe» lo dice lo studio di fattibilità che ha analizzato l’effetto dam breaking (la rottura della diga, ndr), «il primo Comune a valle a finire sott’acqua è quello di Fonzaso. Poi quelli della Pedemontana: a cominciare da Bassano del Grappa, fino a 70 chilometri di distanza dal bacino idrico». Una immensa ed estesa area sommersa dall’acqua che, qui, a molti ricorda il disastro del Vajont, nel Bellunese. Dove, il 9 ottobre del 1963, la diga non crollò ma l’enorme frana che ci cadde dentro provocò un’onda che spazzò via interi paesi causando la morte di quasi duemila persone.
C’è chi dice no
Il fronte del no, in Trentino, è tanto agguerrito quanto variegato. E passa dai sindaci ai comitati di cittadini. Trovando sponda, dall’altra parte del ponte, anche nelle amministrazioni comunali bellunesi in gran parte governate da esponenti della Lega. A Canal San Bovo il paese è tappezzato da colorati striscioni contro l’invaso. Durante l’assemblea promossa dal Consorzio di Bonifica Brenta, lo scorso 9 settembre, per illustrare i progetti di fattibilità e per raccogliere le osservazioni, un diciamo molto vivace e altrettanto rumoroso pubblico ha dato voce al dissenso. Nel frattempo la Provincia autonoma di Trento ha annunciato di volersi affidare all’avvocatura provinciale per un parere: «L’articolo 36 del piano generale di utilizzazione delle acque pubbliche» osserva Giulia Zanotelli, assessora che in giunta a Trento si occupa di ambiente e difesa idrogeologica «stabilisce che i progetti che incidono sui territori, sia trentini che veneti, devono avere a monte un’intesa fra le amministrazioni». Dopo settimane di silenzio, il governatore veneto Zaia ha cercato di gettare, è il caso di dire, acqua sul fuoco. Sostenendo che «la mia Regione non può permettersi un altro Vajont». E che vanno risolti «i dubbi sulla sicurezza». Precisando anche, però, che «i comitati fanno i comitati, le istituzioni fanno le istituzioni». Un equilibrismo che non convince la deputata trentina del Pd, Sara Ferrari: «La nostra mozione per lo stop al progetto è stata bocciata dal Consiglio Regionale, a maggioranza Lega». Ma non tutti gli amministratori veneti sono per la diga. A partire da Roberto Padrin, presidente della provincia di Belluno, che taglia corto: «Siamo pronti a fare qualsiasi cosa, con ogni mezzo possibile, per evitare che quella diga venga costruita».
C’è chi dice sì
Chi non ha il minimo dubbio sulla bontà dell’opera è Enzo Sonza, presidente del Consorzio del Brenta – con mandato in scadenza dopo dieci anni di presidenza: «Per il Veneto è un’opera storica, chi dice no se la vedrà con la Storia. Noi andiamo avanti. Gli ostacoli tecnici sono superabili, più difficile è avere a che fare con il marasma creato da chi ha solo interessi personali e non territoriali. Scriveremo nome e cognome di chi non ha fatto questa opera. E il Consorzio non farà parte di quella lista». Eppure, sostiene Gubert, le alternative ci sarebbero: «Si sghiaino le 4 dighe che si trovano già tra il Veneto e il Trentino che farebbero guadagnare una cubatura d’acqua importante. Eppoi si decida di usare il territorio veneto in maniera più sapiente per evitare di abbassare le falde acquifere che alimentano le campagne».
Enigma risorse
C’è poi una novità che potrebbe segnare una svolta. La mancanza di risorse per realizzare l’opera. Nei giorni scorsi Simona Angelini, direttore generale del ministero dell’Agricoltura, ha spedito una lettera alle due Regioni, alla Provincia di Belluno e a quella di Trento in cui afferma che «non è previsto alcun finanziamento per la realizzazione dell’opera». Le risorse attuali, insomma, sarebbero legate al solo sviluppo del progetto. In pratica l’invaso non è previsto dal Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico pubblicato il 18 luglio. Anche perché il commissario antisiccità, Nicola Dell’Acqua, lo aveva escluso dall’elenco degli interventi. Ed è questo, più delle polemiche, che potrebbe mettere la pietra tombale sulla diga della discordia.
Sul Venerdì del 20 settembre 2024