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Tutto quello che c’è da sapere sui Vampiri

Takato Yamamoto, Vampire Memory in Vampire’s Box (2023). La mostra Vampiri è a Crema dal 19 ottobre 2024 al 12 gennaio 2025 
A Crema una grande mostra esplora l’immaginario e la storia delle creature nate nella notte dei tempi della mitologia e approdate, evolvendosi, nella letteratura, nell’arte e al cinema. Dove presto arriverà un nuovo Nosferatu. Sarà un mostro o uno di noi?
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Sasha, frangetta e dolcevita nero, sembra più la nipotina adolescente di Juliette Greco che un vampiro, tant’è che se ne va in giro come un’esistenzialista in crisi di identità col libro di poesie sotto il braccio. L’incantevole protagonista di Vampire Humaniste Cherche Suicidaire Consentant di Ariane Louis-Seize (film presentato l’anno scorso alla Biennale Cinema di Venezia, e questo è un appello: mettetelo in streaming su qualche piattaforma!) è una vampiretta affetta da sindrome post traumatica dopo aver visto i genitori banchettare col clown reclutato per la sua festa di compleanno. A Sasha l’idea di uccidere qualcuno non piace, ma troppa empatia non fa spuntare i canini aguzzi. E allora come fare per nutrirsi? Colpo di genio: scovare un aspirante suicida. Non faremo spoiler, ma la verità è che Sasha non è poi un’eccezione, come ci spiegano Lidia Gallanti, Edoardo Fontana e Silvia Scaravaggi, curatori della mostra Vampiri. Illustrazione e letteratura tra culto del sangue e ritorno…

Sasha, frangetta e dolcevita nero, sembra più la nipotina adolescente di Juliette Greco che un vampiro, tant’è che se ne va in giro come un’esistenzialista in crisi di identità col libro di poesie sotto il braccio. L’incantevole protagonista di Vampire Humaniste Cherche Suicidaire Consentant di Ariane Louis-Seize (film presentato l’anno scorso alla Biennale Cinema di Venezia, e questo è un appello: mettetelo in streaming su qualche piattaforma!) è una vampiretta affetta da sindrome post traumatica dopo aver visto i genitori banchettare col clown reclutato per la sua festa di compleanno. A Sasha l’idea di uccidere qualcuno non piace, ma troppa empatia non fa spuntare i canini aguzzi. E allora come fare per nutrirsi? Colpo di genio: scovare un aspirante suicida. Non faremo spoiler, ma la verità è che Sasha non è poi un’eccezione, come ci spiegano Lidia Gallanti, Edoardo Fontana e Silvia Scaravaggi, curatori della mostra Vampiri. Illustrazione e letteratura tra culto del sangue e ritorno dalla morte. Più di 200 opere, da biblioteche pubbliche e collezioni private, libri rari, illustrazioni, incisioni, poster che dal 19 ottobre fino al prossimo 12 gennaio occuperanno le sale del Museo Civico di Crema e del Cremasco, un incontro ravvicinato con una figura eterna, radicata nell’antichità, e però in costante evoluzione.

Un esempio eloquente: Nosferatu. Dopo il classico muto di Murnau (1922), dopo la versione di Werner Herzog (1979), ora il mondo horror trattiene il fiato per l’arrivo del Nosferatu di Robert Eggers (41 anni, già regista di The Witch) con Bill Skarsgård e Lily-Rose Depp, nelle sale probabilmente a gennaio.

Insomma, i vampiri sono tra noi. «Basta aprire TikTok» racconta la curatrice Lidia Gallanti, «e vedere i video di ragazzi generazione Z che da qualche anno in qua si rifanno i canini appuntiti: è una fascinazione senza fine per quello che c’è oltre la vita». Il cinema, le serie tv, sono lì per alimentare questo immaginario, e non da oggi. Spiega Gallanti che il suo pezzo preferito in mostra sono le bellissime affiche disegnate per il film di Murnau da Albin Grau: «Autentico iniziatore dell’estetica del personaggio, curò sia le scenografie che i costumi. Da esperto di arti occulte fu lui a voler dare al vampiro Orlok quell’aspetto emaciato, morboso». Estetica decadente, malinconica, più romantica rispetto a quella diventata quasi stereotipata del Dracula di Bram Stoker (1897). «A proposito, naturalmente in mostra proietteremo anche il film di Francis Ford Coppola (1992) e altri» aggiunge Edoardo Fontana.

«Il romanzo di Stoker è uno spartiacque. Perché la figura del vampiro come lo conosciamo noi è sempre stata presente in tutte le mitologie sin dall’antichità. Ma non esisteva ancora la parola». Il termine vampiro, spiega Fontana, compare nella cultura europea nel Settecento. «Nell’inverno del 1720, nelle aree più estreme dell’impero austro-ungarico, accade che si manifesti questa presenza di vampiri in un paesino colpito da un’epidemia. Persone che sembravano morte, dopo pochi giorni si risvegliano. In realtà accadeva facilmente che in questi villaggi chi non aveva come sfamarsi cercava di dormire più a lungo possibile, complice il freddo e la mancanza di luce, per questo parevano morti. Gli austriaci arrivano per controllare, in questo paese dove tutto è scritto in cirillico. E sentono per la prima volta questo termine, che suona tipo upir. Solo che in cirillico la U si scrive V, e quindi vupir diventa in poco tempo vampir» a indicare un demone notturno.

Le tracce di questa creatura «che non è viva e non è morta, e non è né maschio né femmina, è più fluida per come lo intendiamo oggi», sono ovunque. Portano indietro alla Mesopotamia di Lilith, demone notturno, e all’antica Grecia della nèkyia omerica, «un rito necromantico», racconta Scaravaggi, «evocato dalle illustrazioni di John Flaxman e nell’Odissea, quando Ulisse per tornare dal mondo dei morti ha bisogno di sangue».

La svolta pop

La mostra ci ricorda anche che ci sono quattro versi sui vampiri nell’Ulisse di Joyce; e che Robert Louis Stevenson nel 1885 scrisse Olalla, storia di una vampira spagnola «tra sensi di colpa e perbenismo vittoriano»; mentre William Polidori buttò giù il racconto Vampyr dopo una notte passata a sfidarsi a colpi di storie del terrore con Lord Byron, Percy Bysshe Shelley e Mary Wollstonecraft. Sul tema si sono misurati tanti scrittori e illustratori; A Kiss of Judas (1893) è un disegno del raffinatissimo Aubrey Beardsley, commissionato dalla rivista Pall Mall per un racconto su un vampiro discendente di Giuda; Voltaire dal canto suo disse che i veri vampiri si trovano nelle grandi città e sono quelli che succhiano il sangue ai poveri; lo ha ribadito a modo suo il regista cileno Pablo Larraín quando in El Conde (2023) ha immaginato Pinochet come discendente di una stirpe vampira.

Non ultimo, Andy Warhol «ha messo Dracula nella serie dei Miti, con Marilyn, con Elvis, una scelta sorprendente, lo rappresenta come una figura romantica e al tempo stesso trash». Il suo Dracula è il più classico di tutti, capello impomatato, mantello nero foderato di rosso, elegante panciotto bianco: Bela Lugosi, immortale, nel film di Tod Browning del 1931, direttamente preso dal romanzo di Stoker. «Stoker era un capace amministratore di teatro con un’intelligenza finissima nel marketing. Costruì la vicenda del vampiro perché fosse un bestseller: la prima edizione di Dracula venne stampata e venduta nel giro di una mattinata!». Con lui il vampiro entra nella modernità, e diventa pop. Passa dal grande schermo alla copertina del singolo Bela Lugosi’s Dead degli inglesi Bauhaus, considerato l’atto di nascita della cultura dark – non a caso il locale più frequentato dai goth a Londra si chiamava Batcave. Il suo Dracula è ancora fortemente sanguinario, erede di una mitologia nata sulla classica contrapposizione tra il bene e il male. Quello che però la mostra racconta è come nell’evoluzione contemporanea il vampiro passa dall’essere annoverato tra i mostri a diventare l’emblema di qualcos’altro: di una diversità via via più raffinata e seducente.

Lestat di Intervista con il vampiro (1994) è un dandy aristocratico «che vede l’immortalità come una condanna» continua Fontana «e si pone il dilemma umano del non uccidere. Ribalta l’idea del vampiro come predatore, soprattutto quando attacca le donne, quando invece per questi esseri il genere non ha importanza. È una parte della cultura pop che ha sessualizzato le vampire, tanto che usiamo il termine vamp per la femme fatale», come ricorda anche l’omonimo film con una strepitosa Grace Jones, o i fumetti di Vampirella.

Noiosa eternità

È un mondo di tenebre che però fa sempre meno paura, basta vedere la serie tv What We Do in the Shadows girata come un surreale comico documentario sulle vicende quotidiane di un gruppetto di vampiri costretti a convivere. In mezzo c’è stato anche il Polanski di Per favore non mordermi sul collo, a ricordarci quanto «il morso sul collo sia fortemente erotico, una sintesi dell’atto sensuale. All’inizio non era esplicitato come i vampiri prendessero il sangue» racconta Fontana. «Furono gli inglesi, Stoker per primo, nel loro pragmatismo, a indicare questa parte del corpo molto vicina al seno, dove il bambino si nutre del latte della madre». L’evoluzione porta a un’altra figura rivoluzionaria, in Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmusch (2014) la vampira è una donna, Tilda Swinton, «che quando viaggia si porta dietro queste valigie piene di libri. L’unica cosa che le interessa veramente è leggere, è il suo rifiuto del quotidiano. Il vampiro», conclude Fontana, «è in assoluto il mostro più intelligente, perché è quello che è stato in grado di evolversi insieme alla società che ha abitato, individuo coltissimo e insieme belva troglodita».

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