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Quanto è difficile vivere nei piccoli paesi in Italia

© 2023 Frank Bienewald 

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Il tentativo di rivitalizzare i piccoli paesi a rischio abbandono in chiave solo turistica non funziona, dicono sindaci e comunità montane. E quindi? Giro d’Italia tra fondi pnrr e buone pratiche fai-da-te
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L’italia è piena di borghi incantati. Ma inabitabili. Paesi che per uno o due giorni alla settimana vivono di turismo e poi languono, spopolati e deserti. C’è solo il ricordo di quando li animavano scuole e botteghe, artigiani e piccoli imprenditori, maestri e impiegati. Chi sceglie di restare è costretto a un continuo movimento, serve l’auto per fare la spesa e rifornirsi di benzina, trovare un medico, frequentare la scuola. Figuriamoci comperare un giornale o cercare uno sportello bancomat. Così, se dopo il lockdown in Italia è esplosa la borgomania – con agenzie e guide turistiche che invitano la gente di città a visitare luoghi descritti come idilliaci, i “borghi del silenzio”, quelli del “respiro”, i borghi “più belli d’Italia” – nella realtà migliaia di paesi sono solo gusci vuoti.Secondo l’Istat è un crollo: duecento Comuni italiani sono privi di un negozio e di un bar, 90 solo in Piemonte. C’è chi pensa che lo spopolamento riguardi una percentuale marginale della popolazione, …

L’italia è piena di borghi incantati. Ma inabitabili. Paesi che per uno o due giorni alla settimana vivono di turismo e poi languono, spopolati e deserti. C’è solo il ricordo di quando li animavano scuole e botteghe, artigiani e piccoli imprenditori, maestri e impiegati. Chi sceglie di restare è costretto a un continuo movimento, serve l’auto per fare la spesa e rifornirsi di benzina, trovare un medico, frequentare la scuola. Figuriamoci comperare un giornale o cercare uno sportello bancomat. Così, se dopo il lockdown in Italia è esplosa la borgomania – con agenzie e guide turistiche che invitano la gente di città a visitare luoghi descritti come idilliaci, i “borghi del silenzio”, quelli del “respiro”, i borghi “più belli d’Italia” – nella realtà migliaia di paesi sono solo gusci vuoti.Secondo l’Istat è un crollo: duecento Comuni italiani sono privi di un negozio e di un bar, 90 solo in Piemonte. C’è chi pensa che lo spopolamento riguardi una percentuale marginale della popolazione, ma i numeri parlano chiaro: su quasi ottomila Comuni in Italia, il 70 per cento ha meno di cinquemila abitanti e dunque è considerato “a grave rischio abbandono”. Più o meno 23,6 milioni di italiani vivono ogni santo giorno con il problema di dove fare la spesa. Per la Confesercenti, dal 2014 a oggi, nei piccoli centri hanno abbassato le serrande quasi 26 mila attività di base come negozi alimentari e bar. L’assenza del commercio locale contribuisce al degrado non solo economico ma anche sociale. E infatti i paesi si spopolano. Simone Poletti, vicesindaco di Veleso, paese da cartolina sulle colline intorno al lago di Como, duecento abitanti circa, ha un sogno: «Aprire un negozio di generi alimentari, l’ultimo ha chiuso nel 2015. Abbiamo ristrutturato i locali, ora stiamo cercando di capire come gestire almeno un piccolo supermarket. Sarebbe una svolta». Nel frattempo, ci si dà una mano. «Visto che per qualsiasi esigenza siamo costretti ad andare nel paese vicino, Nesso, che dista otto chilometri, io, il sindaco e gli altri consiglieri comunali accompagniamo chi non ha l’auto, oppure chi non può muoversi, come gli anziani rimasti soli. Oppure si dà la lista delle cose da prendere al vicino di casa. D’altronde chi vive nei borghi diventa pendolare fin da bambino».

Tutti per uno

A Polino, paese in provincia di Terni di 201 abitanti, già colpito dal terremoto del 2016, tutta la vita ruota intorno a un pickup e al sindaco Remigio Venanzi che si dà un gran da fare. Il primo paese, Arrone è a 12 chilometri, Terni a 23. «Quel pickup è indispensabile: l’abbiamo preso con i nostri fondi. I consiglieri comunali e anche io, volontariamente, accompagniamo chi ha bisogno di fare acquisti e per qualsiasi altro tipo di esigenze». Venanzi racconta con orgoglio che il paese è riuscito a tener aperto un bar, un luogo importante per la vita dei piccoli centri: è stato messo a disposizione un locale di proprietà comunale e ora è un punto di incontro di giovani e meno giovani. Ma il vero fiore all’occhiello si svelerà in questi giorni, quando aprirà un “ambulatorio di prossimità”: con soli 165 mila euro dal Pnrr, è stata acquistata attrezzatura sanitaria soprattutto diagnostica. Grazie a un medico e a un infermiere che hanno dato la propria disponibilità, gli abitanti di Polino potranno sottoporsi ad analisi, elettrocardiogramma e test radiologici, rimanendo in paese. «I referti li invieremo ai pazienti grazie al sistema di telemedicina che abbiamo già allestito alle strutture sanitarie. All’inizio sembrava impossibile».

Bisogna far leva sulla buona volontà, sull’attaccamento e la conoscenza del proprio territorio, per trovare soluzioni adatte alla medicina di prossimità, con buoni professionisti. Come nella Comunità dell’Appenino reggiano, dove un gruppo di infermiere e infermieri si prende cura degli anziani con passeggiate di gruppo per sconfiggere la sedentarietà. O come sull’Appenino abruzzese, dove le ostetriche di comunità seguono casa per casa le donne durante la gravidanza.

Una parola trappola

Un immenso tesoro ambientale, storico, culturale e sociale è dunque a rischio. «Per favore, però, non chiamiamoli borghi, sono paesi, altrimenti li consideriamo solo una meta turistica». Marco Bussone, presidente dell’Unione delle Comunità Montane (Uncem), da anni combatte per arginare il fenomeno della desertificazione dei piccoli centri, che si è intensificato negli ultimi cinque anni: dopo la pandemia sono scomparse 16.582 imprese commerciali di base, i due terzi di quante sono “morte” in tutto il decennio, con il calo imprenditoriale che va di pari passo con il calo demografico. Negli ultimi dieci anni infatti i piccoli Comuni hanno perso circa 800 mila residenti (-7,15 per cento). «La parola borghi dà un’immagine idilliaca che non corrisponde alla realtà, ha contribuito a creare la semplice equazione di turismo uguale sviluppo» spiega Bussone. «C’è la convinzione, da parte delle istituzioni, che un paese isolato in collina o in montagna sia degno di vivere solo in quanto borgo, ossia a mero uso turistico. È l’idea, ad esempio, alla base del “bando borghi” del ministero della Cultura che ha destinato un miliardo di euro per la rigenerazione urbana: la metà serve a creare in ogni regione “il borgo dei borghi”, un paese-vetrina da venti milioni di euro ognuno. Soldi dati senza alcuna attenzione alla politica e alle esigenze di ogni territorio, alla qualità della vita degli abitanti, ma solo per chi trascorrerà in quei vicoli qualche ora».

Sì, perché se mancano abitanti e negozi, alla fine anche il marketing turistico a lungo andare non regge. «Come non tiene più il concetto di “bando-lotteria”, arrivato al capolinea come ha dimostrato il Pnrr. È stato un pasticcio anche l’ultimo bando emanato in base alla legge dei Piccoli Comuni dove erano stanziati 172 milioni di euro». La legge è del 2017, ma i sindaci hanno dovuto aspettare il 2024 per vedere la pubblicazione del bando. Nel frattempo hanno lavorato ai progetti: ne sono stati ammessi 1.100 e finanziati solo 144. Tantissimi sindaci hanno protestato. Troppi esclusi, hanno spiegato, significa che qualcosa non ha funzionato proprio nei parametri previsti dal bando. Anche perché tra i progetti bocciati c’erano soprattutto quelli per aprire nuovi asili nido e scuole per l’infanzia, considerati la base per combattere la desertificazione e lo spopolamento. Rincara Bussone: «Servono altre modalità di selezione e di finanziamento dei progetti. Per questo motivo dico che la questione non è solo politica, ma culturale. Non basta varare una nuova legge o trovare qualche euro in più nella prossima Manovra. Per vincere i crescenti divari territoriali c’è bisogno di analisi, riflessioni politica e tecnica. La chiave per rigenerare comunità, combattere la crisi demografica e climatica, è unire i territori, creare alleanze tra Comuni che vadano oltre i colori dei partiti. Questi devono essere i criteri di valutazione». Come sta accadendo in Francia che, con il piano France ruralités, ha messo in campo otto miliardi di investimenti fino al 2027 per garantire centri multiservizio nei piccoli comuni che si sono consorziati. Non solo. Nel programma c’è il capitolo 1000 cafés per aprire mille bar in spazi pubblici pagati dallo Stato. «Servono idee nuove che si intrecciano alle storie antiche dei paesi italiani» conclude Bussone.

Pensare digitale

La parola chiave è “sperimentare”. Come sta avvenendo in una serie di paesi italiani che hanno creato spazi per il coworking. Tursi, in provincia di Matera, ne ha allestito uno all’interno di un ex convento del Seicento; a Fontanigorda, in alta Val Trebbia (Liguria), con 240 abitanti, si può lavorare in una scuola chiusa, mentre a Montepulciano è stata creata la piattaforma Smartway dedicata a chi vuole soggiornare e lavorare da remoto. Forse proprio dalle future frontiere del digitale può nascere la rigenerazione dei piccoli Comuni, di nuovo “paesi” e non più solo “borghi”.

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