Paolo Sorrentino: con “Parthenope” voglio lasciarmi andare
di Simonetta FioriROMA. «Parthenope in verità sono io. E nell’intreccio costante tra realtà e finzione ho rischiato di farmi male». Paolo Sorrentino ci riceve nel suo studio in piazza Vittorio, una Wunderkammer dove ogni oggetto richiama la possibilità di giocare. Un Maradona in plastica è conservato sotto la teca di vetro, come le reliquie di un santo, mentre il telefono biancoazzurro dalla sagoma panciuta è un regalo dell’allenatore che portò el Pibe de oro a Napoli. Perfino i ciak dei film allineati su uno scaffale sembrano evocare più una collezione di soldatini che la vanagloriosa autobiografia di un premio Oscar.
E forse anche il cinema di Sorrentino ha a che fare con il bambino cresciuto troppo in fretta, con il ragazzino che non si poteva lasciare andare, perché «se si perdono i genitori a sedici anni e si avanza in prima linea, senza nessuno alle spalle, lasciarsi andare può essere mortale». E allora anche la ridondanza come cifra stilistica diventa il modo per recuperare l’abbandono negato in…
ROMA. «Parthenope in verità sono io. E nell’intreccio costante tra realtà e finzione ho rischiato di farmi male». Paolo Sorrentino ci riceve nel suo studio in piazza Vittorio, una Wunderkammer dove ogni oggetto richiama la possibilità di giocare. Un Maradona in plastica è conservato sotto la teca di vetro, come le reliquie di un santo, mentre il telefono biancoazzurro dalla sagoma panciuta è un regalo dell’allenatore che portò el Pibe de oro a Napoli. Perfino i ciak dei film allineati su uno scaffale sembrano evocare più una collezione di soldatini che la vanagloriosa autobiografia di un premio Oscar.
E forse anche il cinema di Sorrentino ha a che fare con il bambino cresciuto troppo in fretta, con il ragazzino che non si poteva lasciare andare, perché «se si perdono i genitori a sedici anni e si avanza in prima linea, senza nessuno alle spalle, lasciarsi andare può essere mortale». E allora anche la ridondanza come cifra stilistica diventa il modo per recuperare l’abbandono negato in una giovinezza mai vissuta. «Mi criticano perché faccio film eccessivi, spericolati, perfino barocchi. Ma non me ne frega niente. Non ho potuto lasciarmi andare da ragazzo, al cinema lasciatemi fare quel che cavolo mi pare».
Tra squarci irresistibili di Napoli e un pervasivo sentimento di perdita, Parthenope è il suo film più ambizioso e commovente. Perfino più spudoratamente intimo e personale rispetto al precedente È stata la mano di Dio, che pure raccontava la tragedia dei genitori morti nell’86 per una fuga di gas. «Qui mi sono sentito più libero, meno vincolato dalla mia biografia. Libero di vagare come un nomade per la città per coglierne le tante anime diverse, non diversamente da quello che ho fatto a Roma con La grande bellezza. Solo che rispetto alla Grande bellezza mi sono fatto più male, rimanendo impigliato nel mio dolore».
Parthenope di Paolo Sorrentino, il trailer
Paradossalmente con Parthenope sembra affondare la lama sul suo vissuto più di quanto abbia fatto nel film precedente.
«È il film che più mi somiglia sul piano della corrispondenza sentimentale. Raccontando la vita di una donna, dalla sua nascita nel 1950 a oggi, ho voluto rappresentare la dimensione epica dell’esistenza, il cumulo di esperienze e di sentimenti di cui sono intessute le nostre vite, tra amori vissuti o solo sognati, l’illusione della giovinezza e la disillusione della maturità. La vita di un essere umano non è nitida né logica. È enorme e ci si perde dappertutto, come dice Céline nell’epigrafe del film. Questa riflessione sull’inesorabile scorrere del tempo mi appartiene molto».
Per la prima volta si è affidato a una protagonista femminile.
«L’ho sempre desiderato, in passato ho anche tentato molte volte. Ma non me l’hanno mai fatto fare».
Perché?
«Forse erano brutte sceneggiature, non so. Questa volta attraverso un personaggio femminile ho voluto raccontare anche una parte di me. Parthenope in verità sono io. Sin dalle prime immagini e fino alla fine, la protagonista osserva tutto senza mai giudicare. Anche il suo lavoro di antropologa è affidato all’osservazione: è vedere le cose. Quello che cerco di fare io con i miei film».
Questo punto di vista emerge dichiaratamente dalla figura del professor Marotta, interpretato da un bravissimo Silvio Orlando.
«A lui affido la mia idea del cinema come una forma visionaria dell’antropologia. Sono davvero convinto che Billy Wilder sia uno dei migliori antropologi di tutti i tempi! Ma il cinema è anche un gioco di seduzioni, ben rappresentato dal cardinale demoniaco Peppe Lanzetta. Soprattutto è uno strumento che ti consente di conciliare sordido e sublime, come succede al personaggio di Parthenope che scivola con naturalezza dalle sontuose ville di Posillipo ai bassifondi ferini dei quartieri popolari. Una straordinaria ricchezza di esperienze che a me è stata regalata dal mio lavoro. Senza il cinema non sarei entrato negli attici di New York o nelle case dei militari fascistizzati del New Mexico o nelle latrine più infime che Napoli nasconde dietro la sua stupefacente bellezza».
Questa mescolanza di alto e basso, di splendore e miseria, è la caratteristica della città che è l’altra grande protagonista del film, richiamata fin dal titolo. A pochi anni dal suo film autobiografico, lei sembra assecondare la profezia del regista Capuano che nell’ultima scena di È stata la mano di Dio dice a Fabietto: «È una illusione fuggire da Napoli. Tanto qua tornate sempre».
«È così. Sentivo di non aver esaurito il discorso sulla mia città. In È stata la mano di Dio era una Napoli filtrata dallo sguardo famigliare, quindi ritratta nei suoi interni piccolo-borghesi, con una fedeltà ai luoghi dell’infanzia che ha finito per vincolarmi. Qui ho voluto mostrare in modo anche trasfigurato il mio viaggio a Napoli lungo trentasette anni, gli anni della mia permanenza in quella città».
Qual è l’esito di questa esplorazione?
«Uno scrittore che amo moltissimo, Giuseppe Pontiggia, diceva che niente sa occultarsi meglio dell’evidenza. Mi pare un’immagine appropriata per Napoli che sta sempre in mostra, anche grazie al comportamento recitativo dei suoi abitanti, ma si tratta sempre di una messa in scena per dissimulare la realtà: non c’è città più sinistra e segreta di lei. Mi è piaciuto raccontare questo mistero. E la mescolanza tra sacro e profano – o, meglio, l’innesto del sacro su un basamento molto profano – che ne costituisce l’essenza più autentica».
Un mistero che lei consegna all’eternità. Napoli continua la sua recita, mentre la protagonista traccia un bilancio della sua vita che volge al termine. Noi abbiamo una fine, Napoli no. Anche le immagini restituiscono la luce del mito, rispetto alla Napoli livida del suo primo film, L’uomo in più. Con Parthenope ha fatto finalmente pace con la sua città?
«Con Napoli non ho mai litigato. Nutro per lei il sentimento amoroso che ho provato per donne amate: non puoi farne a meno, le desideri alla follia, ma poi vieni animato da sentimenti di fuga. Lo stesso accade con la mia città: non vedo l’ora di tornarci, nessuno è più divertente, intelligente e arguto di un napoletano, ma dopo un po’ che vivi là non ne tolleri più lo snobismo e l’autoreferenzialità».
Napoli snob?
«Sì, non gliene frega niente di quel che accade fuori di lei. Sarebbe capace di colonizzare pure Trump. Le racconto un episodio. Ero a Napoli per girare il film, quando mi ha raggiunto Bob De Niro, in vacanza da quelle parti. Nel giro di pochi giorni è stato totalmente sedotto dalla città per cui mi chiedeva con una certa apprensione dove potesse mangiare la mozzarella o la pizza più buone. Francamente non mi sembrava la priorità della vita. A Napoli può accadere pure questo».
Se n’è finalmente liberato?
«Quello che dovevo dire l’ho detto con questi due ultimi film. Non credo di ritornarci sopra».
Lei ha affermato di essere diventato “un regista sentimentale”. Che cosa vuol dire?
«È accaduto dopo aver vinto l’Oscar. La vittoria di un premio così importante ha un doppio effetto: da un lato ti procura molti vantaggi, questo è evidente. Ma dall’altra ti affloscia: raggiungi il massimo, con la conseguenza di perdere la spinta euforica che ti aveva sostenuto fino a quel momento. Ho faticato un po’ a capire quali fossero le nuove motivazioni».
E quali sono?
«È cambiato il mio modo di fare cinema, non tanto nello stile e nella tecnica, ma nel fare entrare in gioco le emozioni. Riesco a fare un film solo sulla spinta di una pulsione sentimentale, non più sulla base di un interesse come accadeva quando raccontavo le stanze del potere o la corruzione. Mi dicono che in Parthenope si piange: dubito che accadesse nei miei primi film. In questo cambiamento c’è del buono perché posso sperimentare cose che non avevo fatto prima. Ma è più rischioso, perché fare film dove si resta impigliati nel proprio e altrui dolore è pericoloso».
Lei in questo film mette in scena una giovinezza spensierata che in realtà non ha vissuto. L’ha solo sognata e immaginata.
«Vero. Ho immaginato ragazzi che si lasciano andare completamente, persi in quella dimensione estatica che è tipica della giovinezza. E alcune scene mi hanno messo in difficoltà, proprio perché non riuscivo a trovare dentro di me il vissuto di quello che raccontavo. Io so sempre come girare una scena, invece in alcuni passaggi ho esitato».
A quale scena allude?
«Il ballo a tre su una terrazza di Capri. Parthenope, il fratello Raimondo e il timido corteggiatore si lasciano andare in un lento che li vede intrecciati in modo molto sensuale. Non sapevo come girare quella scena perché io da ragazzo non mi sono mai lasciato andare. Non potevo permettermelo. Nella mia condizione abbandonarsi poteva essere mortale. Non avevo alle spalle i genitori che pongono un argine all’eccesso».
Ha avvertito questo abbandono mancato come un limite?
«Come una possibilità che mi è stata negata. Anche perché io ce l’avrei la tendenza a lasciarmi andare. L’ho sempre frenata per paura di farmi male».
L’ha recuperata con il cinema.
«Sì, al cinema mi sono potuto lasciare andare. Divento coraggioso e spericolato, ridondante, perfino barocco: in tanti me lo rimproverano. Ma non me frega niente, lasciatemi fare quel che cavolo mi pare. Poi ci sono quelli che vogliono il rigore. Ma il rigore al cinema da me non l’avrete mai!».
Non si è mai fatto tentare dalla psicoanalisi?
«Sì, ci ho pensato tante volte, ma alla fine non l’ho mai fatta».
Il cinema è stata la sua personalissima analisi?
«Diciamo di sì, ma non gli darei troppo peso. Il cinema non risolve. Quando ho girato il film sulla morte dei miei genitori mi sono illuso: adesso posso metterci una pietra sopra. In realtà da certe cose non ci si libera mai. Si impara a conviverci, ma non ci si libera. Un film non ti cura da una nevrosi o da una ossessione».
Tutto il suo cinema è attraversato da un sentimento di perdita. Qui si fa particolarmente acuto. Anche la capacità di vedere le cose – ci mette in guardia il professor Marotta – arriva quando tutto il resto è passato: è passata la giovinezza, è passata la bellezza, è passato anche l’amore...
«La mia vita è stata segnata dalla perdita, che inevitabilmente si riflette nei miei film. A Parthenope affido l’ultimo paradosso di cui parla la letteratura: la vera conoscenza arriva quando resta poco da vivere. Più vai avanti negli anni, meno ti innamori, meno ti diverti, diminuisce anche la tua capacità di meravigliarti. Però riesci a vedere le cose, a vederle in profondità».
La riflessione sul tempo che passa è rappresentata attraverso i personaggi femminili: non solo la protagonista, anche l’attrice velata e la diva sul viale del tramonto.
«Credo di aver voluto raccontare un mio lato femminile, legato a questa consapevolezza della vita che fugge. Gli uomini tendono a rimuoverla, mentre le donne, proprio perché portatrici di un orologio biologico, sono più lucide, anche più avvertite dei cambiamenti del corpo. Io tendo a parlarne moltissimo con le mie amiche, soprattutto con mia moglie Daniela. Ma Parthenope va oltre la riflessione sul tempo. Attraverso di lei ho voluto raccontare anche una pulsione di libertà verso la vita che solo una donna poteva restituire con potenza».
Libertà che lei associa alla solitudine.
«Che le donne libere spesso convivano con la solitudine è una evidenza del nostro tempo: ancora troppi uomini non sono in grado di tollerarla».
Posso chiederle quanto abbia contato sua madre nell’elaborazione di un immaginario femminile? Lei in passato l’ha indicata tra i suoi maestri.
Sorrentino sta in silenzio per qualche secondo, poi chiede scusa per essersi commosso.
«Mia madre era una maestra di ironia e a me piace mettere l’ironia nei miei film. Ma è stata anche una maestra di sofferenza: io vedevo il suo dolore. Ero il più piccolo, passavo molto più tempo a casa rispetto ai miei fratelli, che erano più autonomi. E i suoi giochi, i suoi scherzi, erano un modo per sfuggire alla sofferenza. Amava mio padre di un amore incondizionato che forse non era ricambiato».
Ma lei nel suo precedente film ritrae una coppia innamoratissima, unita da grande complicità...
«Diciamo che nel film ho calcato la mano, rappresentando più un mio desiderio che una corrispondenza reale. Come ho raccontato, esisteva anche un’altra famiglia – mio padre fece un figlio con una sua collega – che per quella generazione era una cosa scabrosa e immorale. Non se ne poteva parlare. E mamma ne ha sofferto in modo atroce».
A colorare il suo universo femminile è poi arrivata Daniela, sua moglie. L’ha definita «motore» e «misura» della sua vita.
«Sì, è stata Daniela a restituirmi una condizione necessaria per il mio lavoro – che è la calma. Lo diceva anche Proust: solo la calma mi fa scrivere i miei libri. I momenti di innamoramento e di eccitazione sono quelli che ti suggeriscono l’idea, ma poi è la calma che ti permette di realizzarli. Mia moglie è più intelligente di me. Molto acuta, vede le cose prima. C’è un copione fisso: io m’infatuo delle persone e lei mi mette in guardia. Puntualmente ha ragione lei».
Nonostante il suo amore felice, il film insiste su quelli mancati, impossibili. Sugli amori che uccidono.
«Ma perché penso che rimangano impigliati nella memoria più di quelli riusciti. Nel finale di un racconto di Giuseppe Berto si legge che l’amore mancato è perfetto perché ha il sapore delle cose che non sono accadute».
L’unico amore che resiste è quello del professor Marotta per la sua creatura di acqua e sale.
«Non mi chieda che cosa rappresenti. Io so di aver visto un essere umano abnorme, nascosto in un palazzo nobiliare di Napoli. La padrona di casa mi aveva dato il permesso di lavorarci per un film, a condizione che non mettessi il naso in quella stanza segreta. Cosa che puntualmente feci, scoprendo una persona di una bellezza assoluta nella sua deformità».
Lei cita spessissimo romanzi che l’hanno ispirata. Quanto conta la letteratura nel suo cinema?
«Moltissimo. Sono più imbevuto di letteratura che di cinema. Io elaboro le immagini a partire dal personaggio, ma il motore del grande viaggio dentro il personaggio sono i romanzi. Anche a me capita quel che succede a Woody Allen: metto la testa sul cuscino e vedo il film ancora prima di realizzarlo. Non so perché accada, e come accada. Posso stare anni senza vedere immagini, ma poi succede. E tutto parte sempre dalle pagine di un racconto».
Quindi anche Parthenope nasce da un romanzo.
«In un libro per me importante, Viaggio al termine della notte, il protagonista, Bardamu, ritrae l’irresistibile bellezza di una infermiera che dorme. Quindi la donna dormiente non è un personaggio vero e proprio, ma ciò che trasmette al lettore è l’immagine della bellezza come qualcosa di ineluttabile: si deve cedere e basta. Da qui sono partito».
Nel film rende esplicito omaggio a John Cheever. Ma si avverte forte l’eco di Ferito a morte di Raffaele La Capria.
«L’ho saccheggiato abbondantemente qui come nella Grande bellezza. È un romanzo che ho amato così tanto da volerne fare un film. La Capria mi rimproverava di vedere solo il lato frivolo e mondano del suo racconto, ignorando il retroterra politico. Aveva ragione lui: a trent’anni non avevo ancora gli strumenti. Poi anche grazie alle conversazioni con Giorgio Napolitano avrei capito cosa voleva dire essere comunisti a Napoli negli anni 50».
A proposito di frivolezza, alcuni giornali come il Guardian e Libération le hanno rimproverato un cedimento all’estetica pubblicitaria della moda. Secondo queste critiche non sarebbe estraneo il condizionamento di Yves Saint Laurent, che figura tra i produttori.
«Mi sembra una colossale sciocchezza. Yves Saint Laurent s’è limitato a darmi gli abiti per la protagonista: se non ci fosse stato questo marchio, li avrei chiesti a Prada o ad Armani. Non ho ricevuto alcuna pressione sul film, ci mancherebbe. I cosiddetti addetti ai lavori spesso ignorano come si fa il cinema».
E il fatto che Nanni Moretti abbia sfilato a Venezia con un’inguardabile camicetta a mezza manica – proprio lui, naturalmente elegante – non le ha suggerito una velata critica a un cinema sempre più griffato?
«Ma no, dai, Nanni non ci ha mai tenuto al look».
Ora che è diventato un regista sentimentale non si occuperà più di politica?
«No. Mi sono ripromesso di non fare più quel genere di film: sono troppo faticosi e stressanti. Li ho fatti quando avevo l’energia per affrontare le pressioni e il clima putrido che si creava intorno al mio lavoro, ora non ho più intenzione di infilarmi in questo incubo».
Ha raccontato la prima Repubblica andreottiana e il nuovo evo berlusconiano. Riuscirebbe a mettere in scena la destra di radice fascista che oggi ci governa?
«Non credo. Io sono sempre stato affascinato dalla grandezza del potere – quella che ho raccontato nella serie sul Papa – e dal carisma dei suoi protagonisti: al di là di tutti i difetti, né Andreotti né Berlusconi ne erano sprovvisti. Oggi non vedo né grandezza né carisma».
Sul Venerdì del 4 ottobre 2024