Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara Aspesi, puntualmente, le nostre città si caratterizzano per una miscela infernale di rumori che imperversano di giorno e di notte. Non esiste requie per chi è raggiunto da immissioni rumorose intollerabili prodotte dalle più svariate fonti. In particolare i rumori rivelano la speciale capacità dell’uomo di ignorare i diritti degli altri e di affermare il proprio primato non solo mediante l’uso degli strumenti sonori ma anche alzando la voce nelle conversazione e nei dibattiti. Questa nuova barbarie mostra la frantumazione del vincolo sociale, l’incapacità d’ascolto del nostro prossimo, una tragica forma d’insopportabilità del silenzio. Il silenzio è un ornamento della parola, la nutre di significati e di sfumature. A teatro, nella musica e nella vita le pause di silenzio danno valore, forza e respiro alle parole e ai suoni. Dovremmo saper recuperare i silenzi perduti, per scop…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara Aspesi, puntualmente, le nostre città si caratterizzano per una miscela infernale di rumori che imperversano di giorno e di notte. Non esiste requie per chi è raggiunto da immissioni rumorose intollerabili prodotte dalle più svariate fonti. In particolare i rumori rivelano la speciale capacità dell’uomo di ignorare i diritti degli altri e di affermare il proprio primato non solo mediante l’uso degli strumenti sonori ma anche alzando la voce nelle conversazione e nei dibattiti. Questa nuova barbarie mostra la frantumazione del vincolo sociale, l’incapacità d’ascolto del nostro prossimo, una tragica forma d’insopportabilità del silenzio. Il silenzio è un ornamento della parola, la nutre di significati e di sfumature. A teatro, nella musica e nella vita le pause di silenzio danno valore, forza e respiro alle parole e ai suoni. Dovremmo saper recuperare i silenzi perduti, per scoprire il piacere della meditazione, per riprendere la nostra identità svanita a causa dei rumori alienanti della quotidianità.
Mauro Luglio
«Il silenzio è un ornamento della parola, la nutre di significati e di sfumature». È una frase molto bella: per noi il vecchio silenzio, oggi quasi del tutto scomparso, era un modo bellissimo per pensare. Sì,noi viviamo in mezzo al rumore sordo, al vociare lancinante, alla villanata senza senso. Ma perché sia io che lei amiamo il silenzio? Da quando i miei amici mi cercano meno, io provo una pace serena, e soprattutto mi godo il silenzio. Così dolce, così squisito. Una mia cara amica, tornando a casa di sera, ha trovato davanti al portone un gruppo di ragazzi giovani. Ha chiesto gentilmente di entrare, e questi si sono messi subito a dire le solite parolacce insensate. Perché? Bastava spostarsi un po’. In quel momento la mia amica stava rovinandogli il vociare stralunato, il dirsi parolacce perché altro non sapevano dire. Una sera in taxi l’autista di colpo si è messo ad urlare come un pazzo e con bestemmie contro un uomo che guidava lentamente. Con la mia aria da vecchia saggia gli ho chiesto perché non poteva rivolgersi allo sconosciuto con garbo, e la risposta è stata: «se non grido da assassino nessuno mi ascolta».
Fidanzate a dieci anni (e le mamme? D’accordo)
Gentile Natalia, sono in un tardo pomeriggio seduto su una spiaggia del profondo Sud del nostro Paese. Di preciso, del Comune di Cariati, nel basso Ionio cosentino, che è da tempo il mio buen retiro. Nel silenzio ascolti inevitabilmente anche ciò che si dicono le persone a poca distanza. Ebbene, con una naturalezza unica, alcune mamme parlano dei “fidanzati” delle loro figlie, di poco meno di dieci anni. Ragazzine che sembrano delle vere donnine, ma che forse hanno bruciato un po’ le tappe della loro esistenza. Ho piena consapevolezza che tutto nella vita si è anticipato, ma forse sarò io troppo vecchio, quasi alla soglia dei sessant’anni. Lei cosa ne pensa?
Nicola Campoli
La giovinezza è scomparsa, non c’è più. Bambine che sembrano donne, col loro internet semprei n funzione. Come non c’è più la vecchiaia. C’è per esempio la puntata quotidiana di Metropolis, e le belle signore dei vari partiti che vi appaiono sono giovani, belle, coi lunghi capelli. E naturalmente molto sapienti. Io non so che dire, il mondo si è capovolto. Eppure le belle signore, tutte belle, non avrebbero bisogno dell’orrida chirurgia che fa delle labbra, ingrossandole a dismisura, un segnale di paura, la vera fine dell’essere giovani: dell’essere entrate nel mondo dei fantasmi. Lei parla di bambine che paiono adulte, ed è vero, ma come è scomparsa, per fortuna, la parola verginità. Che ridicolo ostacolo c’era tra la nostra libertà e il piacere, che però è diventato adesso molestia. Che dire? Io sono all’antica, e forse, dico forse, rimpiango quella follia per tenerci strette il nostro misero, inesistente, tesoro.
L’amico sacerdote e il corpo delle donne
Gentile signora Aspesi, la seguo da molti anni perché ammiro la saggezza e il buonsenso delle Sue riflessioni. Mi sono deciso a scriverle per sottoporle un punto di vista inaspettato sulla vexata quaestio dell’aborto. Secondo un mio amico sacerdote, fermo restando l’esclusivo diritto di ogni donna sul proprio corpo, l’embrione, o il feto, andrebbe in realtà considerato un “ospite” – infatti non ha lo stesso Dna della madre – per di più a tempo (al massimo, dieci mesi). Ora,ha continuato, ogni ospite sin dall’antichità è stato considerato sacro: ma anche adesso è assolutamente vietato sparare a un migrante che entri clandestinamente in territorio straniero, oppure a uno sconosciuto che ci entra in casa, ed è anche vietato uccidere un cane o un gatto randagio che si intrufola in una nostra proprietà. Questo punto di vista mi ha colpito molto e ho pensato di chiedere il Suo parere. Un cordialissimo saluto,
Felice Vinci, Roma
Mi auguro che a lei non capiti mai di sparare a un gatto, un cane, a uno sconosciuto che entri a casa sua. Truman Capote scrisse di una signora che “per sbaglio” anni prima aveva ucciso il marito immaginando fosse un ladro, ed essendo quella la verità, lei pazza di vergogna preferì ammazzarsi. Posso risponderle senza vergogna, e dirle subito che io di quel che sa il suo sacerdote non so nulla e non voglio neppure saperlo. Io, guardi, posso dirle che negli anni Settanta, con la ventata del nuovo felice femminismo, le ragazze insieme avevano imparato a cantare “L’utero è mio e lo gestisco io”. Cioè le donne avevano scoperto il loro potere su quella parte del corpo che per secoli era stata degli altri, su cui non avevano voce. Allora, se questo grido del cuore ridà vita a una parte di sé, perché occuparsene? Le grida che proibiscono l’uso dell’utero in affitto non hanno senso. Perché le donne l’hanno già gridato, l’utero è mio e lo gestisco io! Anche per fare un figlio per altri.
Sul Venerdì dell’11 ottore 2024