La criminologa Roberta Bruzzone: “Riaprite il caso di Mirella Gregori partendo dal suo diario”
di Marco CicalaRoma. Nei lavori dell’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sono tornate a formare un binomio, però le scomparse delle quindicenni Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi fanno ognuna storia a sé. Vennero collegate in modo «arbitrario e del tutto strumentale» stabilirono i magistrati archiviando la prima inchiesta nel ’97. Ma chi strumentalizzò i due casi, e a quale scopo? Se a quattro decenni di distanza dai fatti avete la risposta, scriveteci.
Ad associare le sparizioni di Mirella ed Emanuela, avvenute rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983, furono i sedicenti rapitori della seconda, che in un’estate fitta di inganni e inquinamenti investigativi rivendicarono il sequestro della cittadina vaticana chiedendo il rilascio del turco Ali Agca, attentatore di papa Wojtyla.
Assai prodighi di misteriosi comunicati e telefonate, quegli ignoti non fornirono però mai alcuna prova attendibile di avere o di aver avuto in mano l’ostaggio, né vivo né morto.
Idem per Mirella, la raga…
Roma. Nei lavori dell’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sono tornate a formare un binomio, però le scomparse delle quindicenni Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi fanno ognuna storia a sé. Vennero collegate in modo «arbitrario e del tutto strumentale» stabilirono i magistrati archiviando la prima inchiesta nel ’97. Ma chi strumentalizzò i due casi, e a quale scopo? Se a quattro decenni di distanza dai fatti avete la risposta, scriveteci.
Ad associare le sparizioni di Mirella ed Emanuela, avvenute rispettivamente il 7 maggio e il 22 giugno del 1983, furono i sedicenti rapitori della seconda, che in un’estate fitta di inganni e inquinamenti investigativi rivendicarono il sequestro della cittadina vaticana chiedendo il rilascio del turco Ali Agca, attentatore di papa Wojtyla.
Assai prodighi di misteriosi comunicati e telefonate, quegli ignoti non fornirono però mai alcuna prova attendibile di avere o di aver avuto in mano l’ostaggio, né vivo né morto.
Idem per Mirella, la ragazza di Porta Pia che con Emanuela o il Vaticano non c’entrava nulla, ma – forse perché citata in un articolo di Panorama sugli adolescenti scomparsi – venne tirata dentro l’asserito intrigo internazionale a partire dal 4 agosto ’83.
In quella data, un testo inviato all’Ansa dal fantomatico Fronte Turkesh, e relativo alla “trattativa” Orlandi-Agca, ne menzionò il nome per la prima volta avanzando la seguente richiesta: «Mirella Gregori? Vogliamo informazioni». Che i rapitori invocassero notizie sul rapito non s’era mai visto. Nemmeno nella pur vivacissima Italia criminale dell’Anonima sequestri. E così Mirella si ritrovò catapultata nell’infernale groviglio dell’affaire Orlandi, seppur relegata a scomparsa di serie B.
La Gregori «diventa solo un’appendice del caso Orlandi ed il suo nome viene trascinato come un farraginoso rimorchio sui titoli dei giornali… Cosa ben peggiore è che nelle indagini non le è stata mai concessa una sua identità, una sua visibilità, una sua pista di ricerca» scrivono la criminologa Roberta Bruzzone e le collaboratrici Roberta Catania, Margherita Di Biagio, Laura Genovesi nell’introduzione di Mirella Gregori, viaggio in un’indagine imperfetta.
Il libro, in uscita da Mursia, è un ampio studio degli atti giudiziari, ma anche un inedito tentativo di ricostruire la personalità e la dimensione sociale della ragazza attraverso l’esegesi dei suoi diari. Taccuini ed agende furono acquisiti dagli inquirenti, ma rimanendo pressoché ignorati. E dire che di materiale su cui investigare ne avrebbero offerto in quantità. Amori, amicizie, incontri, nomi e cognomi: a quelle pagine – talvolta stenografate o scritte in un alfabeto da lei inventato – Mirella consegnò molto della sua vita di adolescente.
Il libro riparte da lì, proponendo nuovi interrogativi (tra l’altro su un testo molto enigmatico contenuto in un diario, ma non scritto da lei), spunti d’indagine, possibili scenari in cui potrebbe essere maturata la sparizione. Per scorrevolezza, abbiamo chiesto alle quattro autrici di fondere le loro risposte in una voce sola.
Ricordiamo in sintesi quel che sappiamo delle ultime ore di Mirella.
«Il 7 maggio dell’83 esce da scuola, un Istituto professionale e va dal papà, Paolo, che con l’aiuto della figlia maggiore Maria Antonietta e dell’attuale marito di lei, Filippo, gestisce un bar in via Volturno, vicino alla stazione Termini. Alle 13.40 Mirella chiama a casa dal bar dicendo alla madre Vittoria che rientrerà con il padre di lì a poco. Poi però cambia idea e, senza aspettare che Maria Antonietta e Filippo arrivino per dare il cambio a papà Paolo, torna da sola. Prima di rincasare passa a salutare l’amica Sonia che lavora con la propria famiglia in un altro bar, questo situato accanto all’abitazione dei Gregori su via Nomentana, a poche centinaia di metri da Porta Pia. Nei ricordi della madre, Mirella è a casa alle 14. Tempo mezz’ora, rientra anche il padre. Alle 14.45 circa suona il citofono.Risponde Mirella».
Quella citofonata è il cardine dell’enigma. Che cosa disse la ragazza alla cornetta?
«La madre raccontò di averla sentita dire: “Chi sei? Se non mi dici chi sei attacco... Sei della terza media? Alessandro? Ah ciao!... Ma sei matto? Devo ancora pranzare, ci vediamo alle 15.30 a Porta Pia”».
Dopodiché?
«Mirella mangia in fretta, si veste ed esce intorno alle 15.25».
Senza portarsi dietro documenti né denaro, riferì la madre. Quello di Porta Pia è presentato da Mirella come un breve incontro con un ex compagno delle medie. Nel pomeriggio lei ha altri impegni.
«Ma, cosa della quale la madre si dirà sorpresa, uscita da casa Mirella non si precipita all’appuntamento. Fa invece un secondo passaggio al bar di Sonia. Le due chiacchierano chiuse in bagno per quindici minuti. Tanti. Che cosa si dissero? Di quella conversazione Sonia ha fornito versioni diverse e contraddittorie. Però assicura di aver visto l’amica uscire dal bar alle 15.45 , diretta all’appuntamento di Porta Pia. Da quel momento Mirella svanisce».
Si ripete che la ragazza sarebbe caduta in una trappola. Ma la citofonata stride con un piano premeditato.
«Infatti. Se citofoni in pieno giorno puoi essere notato, specie su una strada trafficata e piena di negozi come la Nomentana. E chi suona non può essere sicuro che a rispondere sia proprio Mirella. Troppi elementi di rischio. Anche per un sequestro anomalo. Un rapitore non viene a citofonarti a casa».
Più plausibile l’ipotesi di un incontro improvvisato, magari banale ma finito malissimo. Con chi? Alessandro era un compagno delle medie per il quale Mirella aveva avuto un’infatuazione non corrisposta. Con il passaggio alle superiori però il ragazzo sembrava essere uscito dalla sua vita, frequentavano scuole diverse. Perché rispuntare di colpo con una citofonata?
«Alessandro disse di aver trascorso quel sabato pomeriggio con quattro amici del liceo spostandosi tra i quartieri Trieste e Africano, non distanti dalla casa di Mirella. Il suo alibi non convinse del tutto gli investigatori. Dei movimenti di quello che uno dei compagni definì un “gruppetto omogeneo”, i ragazzi fornirono versioni discrepanti. Ma al di là di questo, nel libro rileviamo come gli alibi dei liceali non vennero mai suffragati da testimoni esterni al gruppo. I cinque dissero di essere andati in una pizzeria a taglio, una sala giochi, un negozio di scarpe, da un barbiere. Ma del personale di quegli esercizi non fu mai ascoltato nessuno».
Si è anche ipotizzato che al citofono qualcuno possa essersi spacciato per Alessandro.
«Quali persone erano a conoscenza della cotta di Mirella per l’ex compagno? E, contando sull’effetto che quel nome avrebbe fatto sulla ragazza, chi avrebbe potuto utilizzarlo come esca per convincerla ad uscire? Nei diari di Mirella compaiono i nomi di diverse persone a lei più o meno legate. Alcune, poche, furono sentite, ma resero dichiarazioni lacunose. Anche le amiche e gli amici più stretti. O Massimo, il fidanzato dell’epoca. Soggetti con i quali Mirella aveva in programma di vedersi quel pomeriggio».
Prima c’era stato un altro fidanzato, sempre di nome Massimo. Nei diari quella relazione appare intensa, ma accidentata. Era un ragazzo più grande, autonomo, intraprendente. Anche lui, sparito dai radar.
«No, mai comparso. Nelle indagini, l’altro Massimo è il grande assente di questa storia».
In compenso Sonia, l’amica del bar, fu interrogata a più riprese. Tra silenzi, reticenze e contraddizioni, il suo atteggiamento continua a suscitare sospetti. Al punto da farvi supporre che, quel pomeriggio, fra lei e Mirella possa esserci stata una qualche combutta.
«Sin da subito le reazioni di Sonia appaiono singolari e difficili da valutare. Con la madre e la sorella di Mirella che chiedono informazioni, la ragazza si mostra stranamente distaccata. Possiamo pensare che nell’immediato non fosse preoccupata dal ritardo dell’amica e da un incontro di cui forse immaginava che si fosse prolungato oltre il previsto, ma senza allarmarla».
In quell’atteggiamento però Sonia finisce col trincerarsi. Non partecipa alle ricerche dell’amica e interrompe i rapporti con i Gregori. Se conosce la vera identità della persona incontrata da Mirella, perché continua a tacerla da 41 anni? Che tipo di soggetto giustificherebbe un tale silenzio?
«Non lo sappiamo. Sonia non parlò per coprire l’amica o per proteggere se stessa? Oppure Mirella mentì anche a lei? In questo caso, perché Sonia non aiutò i Gregori, magari suggerendo qualche ipotesi su chi potesse essere il tizio X?».
Poniamo che, come voi scrivete, uscendo di casa la ragazza abbia detto alla madre una “bugia bianca”, ossia veniale, ma dalle conseguenze fatali. Se così fosse, perché utilizzare come scusa il nome di Alessandro e non limitarsi a un semplice, e soprattutto più rassicurante, “Scendo un quarto d’ora da Sonia”? Dopotutto in quel bar si tratteneva quasi tutti i giorni…
«Forse faceva parte dell’accordo che il nome di Sonia non venisse pronunciato?».
Anche così la citofonata non torna. Se Mirella aveva prefissato un incontro “segreto” che bisogno c’era del colpo di citofono e del teatrino “chi sei-chi non sei”?
«La persona con cui aveva appuntamento potrebbe essersi presentata in anticipo cogliendola di sorpresa».
Nell’agosto ‘83 i sedicenti rapitori associano i nomi di Emanuela e Mirella. Ma a settembre cominciano ad arrivare oscure telefonate. Soffermiamoci su una in particolare, quella del 24 settembre.
«Alle 9.25 uno sconosciuto chiama il bar Gregori. Risponde il papà di Mirella, ma subito passa la cornetta al futuro genero, Filippo. A lui l’interlocutore, pare dall’accento straniero, dice “prendi carta e penna” e poi gli elenca le marche dei vestiti e delle scarpe indossati da Mirella al momento della scomparsa. A quella telefonata è stata accordata molta importanza. Però mostra notevoli criticità. Ricordiamo innanzitutto che non venne registrata perché i telefoni dei Gregori non erano ancora stati messi sotto controllo. Dunque ne conosciamo il contenuto soltanto de relato. I Gregori confermarono che le marche degli indumenti erano esatte. Eppure Maria Antonietta non sarebbe stata in grado di farlo, avendo dichiarato di non aver mai incrociato la sorella il giorno della scomparsa. Gli abiti non sembrano poi corrispondere precisamente alle descrizioni fornite dalla mamma di Mirella fino a quel momento. Che senso attribuire a una lista comunicata quasi tre mesi e mezzo dopo la scomparsa? Quanta suggestione c’è stata intorno a quella telefonata?».
E tuttavia, in almeno un’altra chiamata, questa registrata, un ignoto dall’accento simil-anglosassone dimostrò di conoscere cose accadute a Mirella il giorno prima della scomparsa che pochissimi potevano sapere. Come nel caso Orlandi, anche qui ci domandiamo da dove gli anonimi attingessero certe informazioni.
«A colpirci è l’aspetto depistante di quelle telefonate».
Ma di norma i depistatori occultano una verità che conoscono. Questi invece sembrano non sapere che cosa sia realmente accaduto alle due ragazze. Ad ogni modo, su Emanuela pare abbozzarsi una trattativa, mentre su Mirella no. Nelle chiamate lei viene data subito per perduta, spacciata, morta.
«Prometteranno di restituirne il corpo. Ma non a caso non lo faranno mai. Comunque a loro la Gregori non interessa. L’obiettivo delle telefonate su Mirella è un altro».
Quale?
«Accreditarsi come interlocutori attendibili nel caso Orlandi, il grande affare internazionale. Nel libro riferiamo due cifre significative per comprendere la disparità tra le due inchieste. Nella prima settimana, sul caso Orlandi vennero sentite 27 persone, nel caso Gregori soltanto 5, tra cui la madre».