Il treno dei bambini di Cristina Comencini: “Eravamo un Paese unito. Non dimentichiamocelo davanti a chi arriva da lontano”
di Simonetta FioriUmberto Eco diceva che al cinema si piange perché “la chimica è la chimica”, difficile resistere a scene calibrate per ottenere la lacrima. Ma nell’ultimo film di Cristina Comencini ci si commuove, e pure molto, davanti a una immagine che non è costruita in modo retorico, e il groppo in gola nasce non da ciò che si vede ma da una mancanza, dal rimpianto di ciò che eravamo e non siamo più. Due Italie povere che si guardano, alla stazione di Modena, sui lati opposti del binario.
Siamo nel 1946, l’anno della ricostruzione dopo la deflagrazione mondiale. Da una parte ci sono i bambini del Sud, avvolti nelle coperte grigie della guerra; dall’altra le famiglie emiliane che hanno scelto di accoglierli per l’inverno. Sullo sfondo, tra lo sventolio del tricolore e delle bandiere rosse, una sgangherata banda musicale intona l’inno nazionale. «Mi sono commossa anche io nel girarla», racconta Comencini dalla sua casa parigina. «Volevo rappresentare il sentimento profondo di un’Italia unita, un Pa…
Umberto Eco diceva che al cinema si piange perché “la chimica è la chimica”, difficile resistere a scene calibrate per ottenere la lacrima. Ma nell’ultimo film di Cristina Comencini ci si commuove, e pure molto, davanti a una immagine che non è costruita in modo retorico, e il groppo in gola nasce non da ciò che si vede ma da una mancanza, dal rimpianto di ciò che eravamo e non siamo più. Due Italie povere che si guardano, alla stazione di Modena, sui lati opposti del binario.
Siamo nel 1946, l’anno della ricostruzione dopo la deflagrazione mondiale. Da una parte ci sono i bambini del Sud, avvolti nelle coperte grigie della guerra; dall’altra le famiglie emiliane che hanno scelto di accoglierli per l’inverno. Sullo sfondo, tra lo sventolio del tricolore e delle bandiere rosse, una sgangherata banda musicale intona l’inno nazionale. «Mi sono commossa anche io nel girarla», racconta Comencini dalla sua casa parigina. «Volevo rappresentare il sentimento profondo di un’Italia unita, un Paese rinato dalle macerie che sceglie di essere convintamente solidale. Da lì veniamo, dallo slancio generoso delle generazioni che ci precedono. E non dovremmo dimenticarcene mai, soprattutto davanti ai bambini che arrivano da lontano».
È un Paese lunarmente lontano dall’Italia di oggi quello messo in scena da Comencini ne Il treno dei bambini, tratto dal romanzo di Viola Ardone, su Netflix dal 4 dicembre dopo l’anteprima alla Festa di Roma. Un Paese schiantato dalla guerra, poverissimo, che pure accoglie la diversità, se ne nutre, facendo anche della varietà linguistica dei suoi abitanti un patrimonio irrinunciabile. Non era impresa facile portare sul grande schermo la voce di Amerigo, il protagonista del romanzo che ha appena 8 anni. Una voce inconfondibile per l’ironia, lo stupore, l’umanissima rassegnazione di un figlio dei vicoli di Napoli salvato dalla miseria grazie al trasferimento in Emilia, ma strappato anche dai suoi affetti più intimi, dalla mamma Antonietta, dai compagni d’avventura nei Quartieri Spagnoli.
Un figlio dimezzato
La sua storia è la sintesi di tante storie vere che Ardone ha avuto il merito di disseppellire dal fondo della memoria collettiva. Era stata l’Udi, l’Unione delle donne italiane, la prima associazione femminista nata all’interno del Pci, a organizzare nel 1946 i treni della felicità, ossia i convogli per trasportare migliaia di bambini affamati dal Mezzogiorno nelle case del Centro-Italia dove avrebbero potuto trovare cibo, accudimento, educazione. E il film resta fedele al romanzo, se non per l’amputazione della sua ultima parte, il ritorno a Napoli di Amerigo ormai maturo, divenuto nel frattempo un violinista affermato: nel grande schermo ne è rimasta traccia al principio e alla fine del racconto, ma non ne costituisce un pilastro essenziale. «Mi sono innamorata dell’Amerigo bambino, fin dalle prime pagine», dice Comencini. «E al bambino ho voluto dare più spazio, concentrandomi sul dolore della separazione, sulle contraddizioni di un figlio dimezzato, sentimentalmente diviso tra la madre del Sud che l’ama immensamente ma non può dargli quello che gli è necessario e la madre del Nord che non sa che cos’è l’amore materno ma gli restituisce la dignità perduta. Due madri imperfette e straordinarie».
Antonietta e Derna, le madri imperfette. Da una parte c’è la ferina Antonietta, a cui presta il suo volto espressivo Serena Rossi: carnale, analfabeta, brusca, perché «di carezze non ne ha mai avute, quindi non ne può dare»; dall’altra la più austera e anche la più moderna Derna, la comunista emiliana che sa tutto di partito e sindacato ma non sa di bambini (interpretata da una bravissima Barbara Ronchi). Amerigo le viene affidato dal Pci non per sua scelta ma per un impedimento della coppia che doveva ospitarlo. E sin dal principio lei confessa la sua inadeguatezza, incapace di abbracciare quella creatura estranea, atterrata per caso in una cascina della Bassa.
Comencini racconta che nel romanzo il tema dell’imperfezione era già tracciato, ma nel film gli ha voluto dare una coloritura ancora più accentuata, perché l’amore materno non è emanazione di santità ma si nutre di contraddizioni. «La maternità può essere declinata in modi molto diversi, a seconda delle donne che siamo. Antonietta è una donna miserrima, povera anche moralmente, va a letto con Capa ‘e fierro sapendo che è un mascalzone, ma è capace del gesto più alto d’amore che è quello di lasciare andare il figlio. Non lo trattiene a sé, lo lascia libero di raggiungere condizioni di vita migliori. E Derna, la contadina sindacalista che non aveva mai progettato di essere madre, impara a esserlo. E ci riesce perfettamente, nella tenerezza e nella capacità di ascolto. Perché – come tutte noi che abbiamo avuto figli sappiamo – madri lo si diventa, non si nasce naturalmente».
Protagoniste del racconto, le due madri incarnano anche le fratture lasciate dalla guerra, ferite che non si rimargineranno in tempo di pace. «Entrambe le figure femminili sono segnate dalla solitudine. Il marito di Antonietta è andato a cercare fortuna in America; Derna vive nel rimpianto del suo amore partigiano ammazzato dai tedeschi. Alla fine del conflitto molte donne non ebbero neppure il tempo per elaborare i propri traumi, impegnate com’erano nella ricostruzione». Ma il nuovo edificio democratico fin da principio avrebbe rivelato qualche crepa, con l’espulsione delle operaie dalle fabbriche per lasciare il posto agli uomini. E con l’esclusione delle donne dai palcoscenici pubblici della vittoria antifascista. Anche di questo c’è l’eco nel film, appena accennato. «Dietro i personaggi ci deve essere sempre la storia grande di cui sono figli: queste due dimensioni, privata e collettiva, devono costantemente dialogare tra loro».
L’omaggio al neorealismo
Non è la prima volta che Comencini si cimenta con i materiai storici. Cominciò proprio con La storia di Elsa Morante, negli anni 80, adattando il romanzo per la tv con Suso Cecchi d’Amico in un film diretto da suo padre Luigi. E la relazione tra Ida e il figlio Useppe sembra proiettare un’ombra drammatica anche nel rapporto tra la madre napoletana Antonietta e il figlio Amerigo. «Ma i personaggi costruiti da Morante sono soprattutto vittime: Ida e Useppe subiscono la storia nella sua tragedia più grande che è la guerra. Qui invece ho voluto rappresentare l’Italia del dopoguerra, un Paese che si proietta con generosità nel futuro».
Gli anni della speranza sono gli stessi in cui i padri e le madri costituenti andavano costruendo la Carta della democrazia. E la pedagogia civile esercitata a tavola da Alcide, lo zio del Nord che scopre il talento musicale di Amerigo, è la proiezione di quei principi sanciti dalla Costituzione: l’eguaglianza, la solidarietà, la giustizia sociale. «Bisogna dare a chi non ha», intima Alcide, il compagno emiliano, ai suoi tre figli Rivo, Luzio, Nario. Bisogna rimuovere tutti gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana. Non è un precetto astratto, ma pratica quotidiana. Per raccontare questa nascente Italia democratica, un Paese dal respiro epico, servivano immagini potenti. Comencini le ha ricreate a Napoli rendendo omaggio alla grande tradizione italiana del neorealismo, insieme a un classico della cinematografia francese, Giochi proibiti di René Clemént (i bambini che giocano tra i teschi nel cimitero delle Fontanelle). E, per le riprese nelle grandi aie della Bassa emiliana, si avverte la lezione di Bernardo Bertolucci in Novecento. Soprattutto servivano attori capaci di restituire l’energia vitale del dopoguerra: chi meglio dei bambini? «Non avevo mai diretto un film con così tanti bambini», dice Comencini, che dal padre Luigi ha ereditato la capacità di far recitare i più piccoli. «Forse questa nostra indole dipende dal fatto che nelle nostre famiglie ci sono stati sempre molti bambini. Io ho allevato insieme quattro figli, i tre miei più la piccola avuta da Carlo adolescente. I bambini non sanno recitare, ma sanno giocare: alla mamma, al papà eccetera. Assecondando questa attitudine, si riesce a ottenere da loro tanto».
Fare politica, secondo Comencini, è raccontare i sentimenti profondi. «Da figlia di un lombardo e di una napoletana, attraverso la voce innocente dei bambini ho voluto mostrare la necessità di restare uniti, Nord e Sud insieme. Un’Italia divisa è destinata a immiserirsi, a perdere la sua vera anima. Il film ci mette davanti a quello che siamo stati. E che possiamo essere ancora, prima che sia troppo tardi».