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Natalia Aspesi incontra Maura Delpero, regista di “Vermiglio”: “Felicità è una gallina che ti corre incontro”

Maura Delpero e Natalia Aspesi durante l'intervista nella casa milanese della nostra giornalista 
Sul divano della nostra Natalia, oggi c’è la regista di “Vermiglio”. “Mi piace raccontare la vita straordinaria delle persone più ordinarie. Un po’ come me”. Intervista
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Milano. È una ragazza sottile e piccolina, con la dolcezza di un bel sorriso e i lunghi capelli – e i 49 anni di oggi che non le tolgono la grazia timida di bambina. Il suo film, alla 81esima Mostra del Cinema di Venezia, ha vinto il Leone d’Argento, l’Anica l’ha subito scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2025. Lei si chiama Maura Delpero, il film si intitola Vermiglio, che è il nome di un paese di montagna del Trentino-Alto Adige, a 1.200 metri, nel silenzio della neve e nel risveglio dell’estate. È il secondo film di Maura Delpero dopo Maternal, girato a Buenos Aires e dato a Locarno nel 2019 (e per qualche giornalista ancora più bello di questo).

Se concorrerà all’Oscar per il miglior film straniero, potrebbe vincere, come nel 2014 La grande bellezza, oppure no, come altri nostri film presentati di anno in anno, e come neppure Io capitano di Garrone nel 2024. Ma la fretta con cui Vermiglio è stato destinato agli Oscar ne rende più possibile una vittoria. Sarebbe un modo pe…

Milano. È una ragazza sottile e piccolina, con la dolcezza di un bel sorriso e i lunghi capelli – e i 49 anni di oggi che non le tolgono la grazia timida di bambina. Il suo film, alla 81esima Mostra del Cinema di Venezia, ha vinto il Leone d’Argento, l’Anica l’ha subito scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2025. Lei si chiama Maura Delpero, il film si intitola Vermiglio, che è il nome di un paese di montagna del Trentino-Alto Adige, a 1.200 metri, nel silenzio della neve e nel risveglio dell’estate. È il secondo film di Maura Delpero dopo Maternal, girato a Buenos Aires e dato a Locarno nel 2019 (e per qualche giornalista ancora più bello di questo).

Se concorrerà all’Oscar per il miglior film straniero, potrebbe vincere, come nel 2014 La grande bellezza, oppure no, come altri nostri film presentati di anno in anno, e come neppure Io capitano di Garrone nel 2024. Ma la fretta con cui Vermiglio è stato destinato agli Oscar ne rende più possibile una vittoria. Sarebbe un modo per riconoscere un grande film corale su un mondo sepolto, finito, la vita contadina bruciata da internet – e forse persino dalla scuola dell’obbligo. Vermiglio mi ha turbata e non so dire perché. Forse è il ricordo della guerra che anch’io ho vissuto sulle montagne della Val di Fiemme, in Trentino, con il gelo delle notti e d’estate le mandrie che alla sera scendevano con le loro campanelle dai prati alti e il profumo era quello di boàcia, la cacca di mucca in dialetto trentino.

Il film, per chi ancora non lo avesse visto al cinema, tanti lo hanno già fatto, racconta una storia contadina nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale, un mondo dove si nasce, si muore o si va a “fare la serva” in città. Era così. Quando, finita la guerra, tornammo a Milano, venne da noi anche la Dolores, e negli anni vennero pure le sue tante sorelle, e tutte dormivano in cucina. Nel film c’è anche un padre che decide per tutti. È solo nella notte, nei letti, dove si dorme in tre, che si raccontano i segreti, le magie, i diavoli, i peccati compiuti dietro l’armadio…

Parliamo di Vermiglio, e soprattutto di te? Ma cominciamo dal film. Mi ha colpito in particolare un ragazzo molto bello e molto ribelle. Dove l’hai trovato?
«Ah, Patrick Gardner, il nostro Jean-Paul Belmondo! Ha 15 anni, e nella vita lo sai cosa fa? Porta in giro 1.400 pecore! Ti faccio poi vedere i video della transumanza. Se gli guardi le mani, capisci che ha sempre lavorato. L’abbiamo trovato all’istituto agrario dove ti insegnano anche a diventare pastore e a lavorare con gli animali. Ha l’anima di chi veglia sugli altri in silenzio, una intelligenza emotiva che gli permette di andare a letto solo quando tutti gli altri stanno bene».

E voleva fare il cinema?
«No, niente affatto, quella di fare cinema era una idea lontanissima da lui. Al casting all’istituto, ho trovato sia lui che Ada, la sorella di mezzo. Alle ragazze chiedevo: quale è stato il momento più felice della tua vita? E naturalmente la risposta cominciava sempre con una frase del tipo “quando tizio si è accorto di me...” . Poi è arrivata Rachele Potrich, e quando le ho fatto la stessa domanda, lei mi ha risposto: “Quando una delle mie galline mi ha riconosciuta e mi è corsa incontro”. Le ho spiegato che nel film ci sarebbe stata per lei anche una scena con la cacca di gallina. Mi ha detto: “E cosa me ne frega, io sto sempre in mezzo alla cacca di gallina...”».

La tua famiglia veniva da Vermiglio. Tuo nonno era “padrone” come il padre del film, sempre col giornale in mano o a sentir Vivaldi, sempre comandando su tutti?
«Sì, era come lui, era un uomo del suo tempo, e quindi dal nostro punto di vista esecrabile. Era il maestro del paese, ma aveva quello che a Bologna chiamano lo sbozzo, cioè quella cosa in più, come un’inclinazione per l’arte, per cui invece di dare le bacchettate – perché quelli erano tempi di bacchettate – durante le lezioni sapeva anche condividere le sue passioni. Nel film ha sette o otto figli, a seconda di chi nasce e di chi muore. Uno gli muore di strangolin, in città la chiamavano tosse asinina».

Io l’ho avuta a un anno e chissà che fine hanno fatto le foto di me che piango disperata. Per fortuna quella malattia oggi non c’è più. Smisi di camminare prima di riprendermi.
«Mio nonno di figli ne aveva dieci e mia nonna, sottomessa, li sfornava. Lei non si muoveva dalla cucina, lui stava sempre al bar. Una delle figlie, una mia zia, voleva tanto diventare suora, ma siccome le appioppavano sempre i tanti fratellini, non se ne fece niente. Insomma, la usavano. E siccome i miei lavoravano tanto, spesso mi lasciavano da lei, a Bolzano, dove si erano trasferiti per trovare lavoro. Io restavo con la zia e c’era sempre il suono costante del Rosario, e poi mi portava a Messa, con quell’odore d’incenso... Diciamo che da un punto di vista sensoriale la mia infanzia è stata impregnata di cattolicesimo. Ho anche avuto un momento in cui avrei potuto darle l’enorme soddisfazione di compiere io il suo sogno...».

Di diventare suora?
«Diciamo che ho avuto un momento di spiritualità, sì. Poi però ho iniziato a studiare Filosofia ed è tragicamente crollato. Ma mi è rimasta molto, addosso, la fascinazione per un certo radicalismo che c’è nel cattolicesimo. Soprattutto quello delle clausure. Sono persino andata dai francescani ad Assisi a chiederne il perché. Mi interessava molto questa loro scelta radicale fatta qui, in Terra. Poi ho capito che ci sono cose che non si possono capire».

Dimmi un po’ della tua vita. Bolzano, e poi?
«Bolzano fino ai 18 anni, e poi Bologna, dove ho studiato Lettere e insegnato a scuola. A 22 anni ho cominciato a ballare il tango. A Bologna c’era un piccolo baretto, il Campo delle Fragole, e lì ci si incontrava, alcuni argentini, altri italiani. Il tango non era ancora così diffuso da noi, ma io me ne sono innamorata. Poi da lì a Parigi, e anche lì c’erano un mucchio di argentini, tutti emigrati ai tempi della dittatura. La mamma dice che io ho sempre parlato di Argentina, ma a lei piace creare leggende. Io so solo che a Parigi ho cominciato a frequentarli e a provare una grande attrazione. Finché è arrivato un Natale in cui ho detto: non voglio star qui al freddo. Ho preso le scarpette da tango, sono andata a Buenos Aires e ho sentito che avrei voluto starci molto di più che un solo Natale».

Lì hai conosciuto tuo marito. È bello?
«Sì, è bello. Si chiama Santiago Fondevila Sancet e sembra un tedesco, ha i capelli biondi. Fa l’attore, in Vermiglio è il soldato timido e depresso che ha abbandonato la guerra. Non parla mai, nel film, ma a un certo punto prende la mano di Lucia, che ha perso il suo amore, e le dice solo “Mi dispiace”. Lucia che poi farà un gesto quasi pionieristico, va a lavorare in città, da sola, come oggi fanno le donne dell’Est, che vengono da noi e lasciano i loro bambini a casa. Avrebbe potuto rimanere in un paese in cui ti dicono “chi ti prende più?”, perché ha fatto una figlia. E invece se ne va. E non perché pensa ciò che oggi possiamo pensare noi donne. Ma per non uccidersi. A me piace molto quando lo straordinario entra nell’ordinario e si porta dietro quel tono sommesso dell’estrazione sociale. Anche io ho un’estrazione sociale ordinaria, lo avrai capito».

E anche tu hai una bambina, come si chiama?
«Juana Caterina, ora riparto subito per andare da lei. È a Fermo, nelle Marche, con lei ci sono i nonni argentini e anche mio marito. Adesso ha solo venti mesi, ma credo pensi che tutti vivano come noi. Nomadi. Ha già cambiato non so quante case, ma la vedo serena e contenta. Tutti noi avevamo bisogno di un posto tranquillo, vicino al mare, e Fermo è una cittadina molto carina...».

E i tuoi? Non vai a trovare la tua mamma?
«Certo, ed è molto contenta di me. Mio padre invece non c’è più, è morto cinque anni fa, e mi dispiace molto che non abbia visto il film, ne sarebbe stato contento».

Sai che questo tuo film, a me laicissima, mi ha molto colpito, mi ha costretto un po’ a pensare? C’è una scena, per esempio: c’è la Ada che è diventata suora, si siede a un tavolino, si toglie il velo e comincia a fumare una sigaretta. Quella stessa sigaretta che prima di farsi suora aveva rifiutato per non peccare…
«Sì, ho capito la scena a cui ti riferisci. Hai presente Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf? Quella sigaretta per Ada è la sua stanza tutta per sé. L’altra possibilità che aveva era il matrimonio, ma non avrebbe potuto studiare e si sarebbe riempita di figli».

Ma insomma, tu hai fatto due film, uno pieno di suore, Maternal, e l’altro con le suore che corrono sui prati, Vermiglio. Voglio dire: ma allora sei credente…
«No, e non sono praticante. Forse quello che tu hai colto, e passami il termine che sembra un po’ altisonante, è un senso religioso della vita. Domande che con gli anni ho risolto in maniera più filosofica. Ma siccome la filosofia non consola, mi faccio consolare dalla poesia».

Ci vivi volentieri in Argentina?
«Molto. Ora però è un momento bruttissimo. Noi ci torniamo in punta di piedi, per capire se riusciremo ancora a vivere in un posto oggi così tragicamente toccato».

Peggio dell’Italia?
«Sì. Perché quando lì è il peggio, la miseria è dietro l’angolo».

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