Esce il film “The Apprentice”. Il regista Ali Abbasi: “Ecco come ha fatto Donald a diventare Trump”
di Roberto CrociLos Angeles. Donald Trump ora è anche, indirettamente, protagonista di un film, The Apprentice. Alle origini di Trump, in cui Sebastian Stan (Tonya, vari Marvel Captain America, Black Panther, Fresh e l’ultimo A Different Man, miglior attore alla Berlinale) veste i panni del magnate, poi presidente e ora candidato alla presidenza più discusso d’America. Il film è diretto dal regista iraniano Ali Abbasi che, per ironia della sorte, è stato il primo iraniano ad ottenere l’esenzione dall’obbligo del visto – in via eccezionale, per la prima nordamericana del suo quinto film Border, nel 2018 – imposto proprio dall’Amministrazione Trump nei confronti dei cittadini iraniani e di altri sei Paesi. Il film uscirà negli Usa l’11 ottobre (in Italia dal 17), a meno di un mese dalle elezioni presidenziali tra le più tumultuose che la Storia degli Stati Uniti ricordi. E non ha nulla a che fare con l’omonima serie tv della Nbc in cui per 14 stagioni Donald Trump è stato ospite fisso, ma si concentra …
Los Angeles. Donald Trump ora è anche, indirettamente, protagonista di un film, The Apprentice. Alle origini di Trump, in cui Sebastian Stan (Tonya, vari Marvel Captain America, Black Panther, Fresh e l’ultimo A Different Man, miglior attore alla Berlinale) veste i panni del magnate, poi presidente e ora candidato alla presidenza più discusso d’America. Il film è diretto dal regista iraniano Ali Abbasi che, per ironia della sorte, è stato il primo iraniano ad ottenere l’esenzione dall’obbligo del visto – in via eccezionale, per la prima nordamericana del suo quinto film Border, nel 2018 – imposto proprio dall’Amministrazione Trump nei confronti dei cittadini iraniani e di altri sei Paesi. Il film uscirà negli Usa l’11 ottobre (in Italia dal 17), a meno di un mese dalle elezioni presidenziali tra le più tumultuose che la Storia degli Stati Uniti ricordi. E non ha nulla a che fare con l’omonima serie tv della Nbc in cui per 14 stagioni Donald Trump è stato ospite fisso, ma si concentra sulla sua ascesa come giovane tycoon immobiliare, su come abbia costruito la propria fortuna fra gli anni 70 e 80 grazie al suo mentore, Roy Cohn, avvocato spietato, conosciuto come “il serpente” e magnificamente interpretato da Jeremy Strong. È lui a insegnare al futuro presidente le tre regole fondamentali per avere successo: «Attaccare, non ammettere mai nulla, dichiarare sempre di aver vinto».
Nel film c’è anche l’ex moglie di Trump, Ivana, interpretata da Maria Bakalova, e poi i genitori, sorelle e fratelli succubi del padre, Fred, e ancora Roger Stone, Andy Warhol, Ed Koch, Rupert Murdoch...Nonostante a Cannes abbia ricevuto una standing ovation di otto minuti, il film ha faticato a trovare una distribuzione. A finanziarlo in parte era stata Kinematics, compagnia di produzione del miliardario Dan Snyder, amico e sostenitore di Trump. Il quale, una volta scoperto che il film avrebbe mostrato Trump intento a farsi di anfetamine, sottoporsi a liposuzione e a “stuprare” Ivana, ha abbandonato il progetto: «Divergenze creative».
Mister Abbasi, lei aveva chiesto 100 mila dollari su Kickstarter per pubblicizzare e portare il film in più sale possibili, e ne ha raccolti quasi 400 mila. La vostra campagna si è basata sullo slogan “Aiutateci a promuovere e difendere il biopic su Trump che la Corporate America ha paura di mostrarvi”. Perché hanno tutti così tanta paura?
«Quando Gabriel Sherman, lo sceneggiatore, ha avuto l’idea di questo progetto sette anni fa, molte voci potenti di Hollywood gli dissero: “Non si farà mai, nessuno vuole vedere un film su Donald Trump”. La gente quando pensa a Hollywood pensa a un posto liberal, in realtà è piena di conservatori, gente che ha paura del potere e soprattutto di smuovere le acque. Anche se nel corso degli anni il mio ottimismo nei confronti degli esseri umani si è parecchio affievolito, come regista io continuo a lottare: oggi il mondo è regolato dal caos, e credo sia importante che qualcuno faccia questo tipo di film. Anzi, spero sempre di non essere il solo».
Nel film, Roy Cohn insegna a Trump l’abc per arricchirsi e ottenere potere tramite inganno, intimidazione, menzogne e soprattutto manipolazione dei media: insegnamenti che rendono il tutto molto attuale.
«Chiariamo una cosa. Questo non è un film su Donald Trump. È un film su come funziona il sistema americano, su come la corruzione intrinseca al sistema abbia permesso a persone come Roy Cohn di navigare liberamente e anche legalmente, e di manovrare per decenni le leve del potere politico. Voglio dire: anche il mostro più spregevole, la persona più immonda della storia, ama gli animali e ad un certo punto della sua vita si innamora o è stata gentile con qualcuno. Ma questo non vuol dire che non sia un mostro. Ecco: con questo film voglio decostruire l’immagine mitologica di un’icona odiata e amata da milioni di persone. E mostrarla al mondo come semplice essere umano».
Ci dica delle pressioni ricevute durante la lavorazione e la distribuzione.
«Siccome offre uno sguardo senza filtri sul complicato, sconveniente e spesso spietato viaggio di Trump verso il potere, in tanti hanno cercato in ogni modo di censurare il film. Ma per noi è stato solo un motivo in più per non tacere. Molte società non hanno voluto distribuirlo temendo ritorsioni in caso di rielezione di Trump. E così abbiamo cercato di coinvolgere il pubblico, superando i nostri stessi obiettivi in un solo giorno. Segno che invece la gente vuole vedere The Apprentice nei cinema americani».
Ivana ha davvero accusato il marito di stupro?
«Sì, lo accusò nel 1990 durante una deposizione nel corso della causa per divorzio. Tuttavia, diversi anni dopo, e durante la prima corsa presidenziale di Trump, ritrattò l’accusa. Affermando che, pur avendo utilizzato la parola “stupro” non voleva che questa fosse “interpretata in senso letterale o criminale”. Secondo la biografia non autorizzata scritta da Harry Hurt III, Lost Tycoon: The Many Lives of Donald J. Trump, Ivana disse di essere stata violentata in un impeto di rabbia, dopo che Donald aveva subito un doloroso intervento per rimuovere la calvizie dallo stesso chirurgo plastico di Ivana, intervento da lui giudicato non soddisfacente. Il film si basa su fatti verificati, dietro c’è un grande lavoro giornalistico, molto rigoroso. Mi fido ciecamente della sceneggiatura di Gabriel Sherman, che è anche un giornalista, e della sua etica professionale. Leggete il suo libro The Loudest Voice in the Room: How the Brilliant, Bombastic Roger Ailes Built Fox News-and Divided a Country su Roger Ailes, l’amministratore delegato di Fox News, accusato di abusi e molestie sessuali».
Quanto è cambiata Hollywood dai tempi di film come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore?
«Hollywood può votare anche blu (democratico, ndr), ma è molto più cauta rispetto a quegli anni. Però mi lasci aggiungere: il mio non è un documentario, è un’opera di finzione che si ispira ad una storia realmente accaduta. Non è un film politico, né un’opera di denuncia, né propaganda. Non è contro o pro nessun partito politico, non è né democratico né repubblicano. Ciò detto non avrei mai pensato che distribuire un film di questo tipo potesse essere così difficile, soprattutto negli Stati Uniti. Sono stato bandito dal governo iraniano per un mio film precedente, Holy Spider (a cui il Venerdì dedicò una copertina nel febbraio 2023, ndr), e per motivi di sicurezza non posso tornare nel mio Paese. Ma il fatto che The Apprentice ci abbia creato tutti questi problemi, beh, lo trovo piuttosto sconvolgente. Essere censurati in Iran uno se lo aspetta. Ma nella “Terra della Libertà” proprio non me lo aspettavo».
Scusi, eh: ma non le bastavano i problemi avuti in Iran? Perché ha voluto affrontare anche quelli della politica americana?
«Mi creda, io in politica sono assolutamente neutrale. Non sostengo né la squadra blu né quella rossa. Certo, come cittadino ho le mie opinioni, anche sulla politica americana, ma le tengo per me, non sono rilevanti per il film. Io volevo solo raccontare una persona unica, con una storia particolarmente interessante proprio nella sua evoluzione. Avrebbe anche potuto non essere un americano, ma nessun personaggio ha veramente catturato la mia attenzione come è invece riuscito a fare Gabriel Sherman con Donald Trump. E comunque, sa cosa le dico? L’importante è che ora, The Apprentice, lo si potrà vedere finalmente al cinema».
Sul Venerdì dell’11 ottobre 2024