✕

Mario Cucinella, l’architetto che fa scuola. E scuole

Mario Cucinella, sessantaquattro anni, è fondatore e design director dello studio Mca. A giugno ha vinto il Compasso d’oro dell’Associazione per il disegno industriale (Adi) per il museo etrusco ipogeo della Fondazione Rovati di Milano 

Ascolta l'audio

Vincitore del Compasso d’oro 2024, Mario Cucinella ha appena inaugurato quattro edifici dedicati all’istruzione: «Progettandoli ho ripensato anche al mio asilo. è dai nostri desideri e bisogni che dobbiamo partire». Intervista
4 minuti di lettura

Se a gennaio in un biscotto della fortuna avesse trovato scritto “I tuoi progetti vedranno la luce”, probabilmente avrebbe sorriso. E invece a volte il caso gioca scherzi bellissimi. Così, dopo anni dalla vittoria di bandi e concorsi, dei continui stop and go dovuti a intoppi burocratici, di fanghiglia sotto le scarpe sui cantieri, questo 2024 è per l’architetto Mario Cucinella un anno speciale. Nel giro di pochi mesi ha completato la Torre Unipol di Milano, uno dei simboli della rinascita di Porta Nuova, inaugurato l’e-building Ferrari a Maranello e, nelle ultime settimane, ha tagliato il nastro di quattro edifici dedicati all’istruzione. In ordine sparso: la Scuola dei desideri in provincia dell’Aquila, il Polo universitario della Valle d’Aosta, il New Campus di Bologna Business School e il Campus Kid a San Lazzaro di Savena (Bologna). Nel frattempo, però, ha anche vinto tanti premi internazionali, tra cui il Compasso d’oro dell’Adi per il museo ipogeo d’arte etrusca della Fondazion…

Se a gennaio in un biscotto della fortuna avesse trovato scritto “I tuoi progetti vedranno la luce”, probabilmente avrebbe sorriso. E invece a volte il caso gioca scherzi bellissimi. Così, dopo anni dalla vittoria di bandi e concorsi, dei continui stop and go dovuti a intoppi burocratici, di fanghiglia sotto le scarpe sui cantieri, questo 2024 è per l’architetto Mario Cucinella un anno speciale. Nel giro di pochi mesi ha completato la Torre Unipol di Milano, uno dei simboli della rinascita di Porta Nuova, inaugurato l’e-building Ferrari a Maranello e, nelle ultime settimane, ha tagliato il nastro di quattro edifici dedicati all’istruzione. In ordine sparso: la Scuola dei desideri in provincia dell’Aquila, il Polo universitario della Valle d’Aosta, il New Campus di Bologna Business School e il Campus Kid a San Lazzaro di Savena (Bologna). Nel frattempo, però, ha anche vinto tanti premi internazionali, tra cui il Compasso d’oro dell’Adi per il museo ipogeo d’arte etrusca della Fondazione Rovati di Milano. Founder e design director dello studio Mario Cucinella Architects, ha da sempre dedicato molta attenzione all’architettura per la cultura, partendo da un presupposto: «Lo spazio condiziona i comportamenti».

Architetto, com’era la sua scuola?

«Ricordo perfettamente l’asilo nido. Quando ho progettato quello di Guastalla con la mente sono tornato alla mia scuola nel quartiere Ina-Casa di Piacenza, il muro basso, le vetrate col sole, il giardinetto… una cosa a misura di bambino. Gli edifici viaggiano nella memoria, lasciano ricordi, impressioni, emozioni».

Lei sostiene che l’architettura educa. In che senso?

«È una suggestione che ho preso dal fondatore di Reggio Children, Loris Malaguzzi: diceva che l’architettura è il terzo educatore, dopo la famiglia e gli insegnanti. Un esempio sono le scuole montessoriane e quelle di Reggio Children, in cui l’architettura ha un peso importante nel sostenere quei metodi didattici con una specie di agorà centrale, dove l’apprendimento tra i ragazzi è importante quanto l’apprendimento con gli insegnanti».

Eppure di scuole malfatte è piena l’Italia.

«L’architettura scolastica non è un’infrastruttura come le altre, non è un’autostrada, ma il primo luogo in cui un bambino esce dalla zona di conforto della famiglia e sperimenta il sapore, l’amicizia e il rapporto con l’autorità. Abbiamo fatto belle scuole per anni, poi si è perso il filo immaginandole come uno standard edilizio: il corridoio deve essere così, l’aula così, la porta così».

Un esempio virtuoso?

«A Belluno abbiamo ristrutturato la primaria Gabelli, costruita negli anni Venti da due ingegneri che avevano come direttore della progettazione una maestra che disse loro: “Non voglio una caserma”. Ne è nato un luogo pazzesco, con le tacche di ottone per le corse nei corridoi, un grande atrio, i soffitti alti affinché l’anidride carbonica emessa dai bambini non favorisse la perdita di attenzione. Poi lo standard ha ammazzato tutta la qualità architettonica».

In provincia dell’Aquila ha appena inaugurato la Scuola dei desideri. Cosa c’entra la parola “desiderio” col cemento e col vetro?

«Quell’edificio è nato da un reale processo partecipato con insegnanti, genitori e bambini. Abbiamo chiesto loro: come immaginate la vostra scuola ideale? I bambini ci hanno chiesto tanto verde, la luce, la possibilità di vedere il cielo e gli animali. Purtroppo sono passati 9 anni dal progetto e quei ragazzini oggi avranno finito le superiori, ma spero che tutti i bambini abbiano le stesse ambizioni. Quella scuola ha anche una cucina sociale utilizzabile nei week-end dalle famiglie e c’è uno spazio centrale per fare le feste. Totalmente antisismica, è anche un rifugio in caso di terremoto. È un luogo dei desideri e della speranza per l’intera comunità».

È possibile costruire anche case dei desideri?

«È un tema bellissimo. Il sociologo Mario Abis qualche tempo fa fece una ricerca sulle case degli italiani. Il risultato è che gli appartamenti non rappresentano più le persone. Il mercato continua a distinguere tra un vano, due vani, tre vani ma questa suddivisione non racconta più lo stile di vita attuale. Le famiglie oggi sono di tante forme, e di tante provenienze etniche, e hanno bisogno di alloggi flessibili. L’ideale, in qualche caso è già successo, sarebbe fornire degli spazi aperti che ognuno personalizza con pareti fisse o mobili, soppalchi, una piccola scala, decidendo quali sono i metri quadrati ideali per ciascun ambiente. In un mondo tutto social, l’unico luogo dove è possibile avere un ultimo momento di intimità è la casa. Almeno lì sarebbe bello fare ciò che ci pare».

L’edilizia è responsabile del 35 per cento dei consumi energetici e della metà della produzione dei rifiuti. Non bisognerebbe fermare gli abbattimenti e puntare tutto sul recupero dei vecchi edifici?

«L’edilizia è un campo minato, spesso ci raccontiamo le favole del “tutto zero”: zero energia, zero emissioni, zero rifiuti. È una favola, appunto. Il recupero è importante perché è un modo efficace di non consumare nuove materie. Ma non può essere l’unica soluzione. A Cremona stiamo costruendo l’ospedale nuovo accanto a quello vecchio, che non ha nessuna possibilità di recupero per come sono organizzati gli spazi, per le altezze dei solai, per le performance di isolamento. A volte bisogna avere il coraggio di demolire per ricostruire, riutilizzando, se si può, la maggior quantità di materiale affinché non finisca in discarica».

Recupero significa anche salvaguardia della storia. Per il Polo universitario della Valle d’Aosta lei dice di aver agito «in complicità» con il passato, eppure l’edificio appare super moderno.

«La complicità con il passato non è, ovviamente, questione di stile. Prima della rivoluzione industriale, per millenni, le città si sono comunque costruite, e anche molto bene. Allora mi chiedo: come posso recuperare le conoscenze che mi permettono di creare architettura con le energie a disposizione come acqua, pioggia, vento, terra? Oggi non interessa quasi a nessuno capire qual è il clima di un luogo perché abbiamo la tecnologia che va a coprire i nostri errori».

Errori di che tipo?

«Fa freddo? Riscaldo. Fa caldo? Refrigero. Questo modello non sta più in piedi e va invece ritrovata quella complicità con il passato per cui una casa ben esposta era in grado di sfruttare al massimo la luce naturale, la ventilazione e aveva muri in grado di isolarla. L’università di Aosta è un edificio che si definisce a quasi energia zero. Quella necessaria arriva dalla geotermia, dal fotovoltaico e soprattutto dalla riduzione dei consumi, ma questo è possibile solo perché sono stati ridotti tutti gli sprechi termici. Spesso l’architettura guarda solo all’estetica e non alla qualità reale dell’edificio. Basta aprire Instagram: è pieno di architetture bellissime, anche un po’ pornografiche, ma poi siamo sicuri che funzionino e che la gente ci stia bene dentro?».

Edifici più performanti, meno consumi e più alberi: sembrano obiettivi raggiungibili…

«In Italia emettiamo 420 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, ma il nostro patrimonio forestale riesce ad assorbirne solamente un decimo: per azzerare il conto dovremmo avere un Paese dieci volte più grande. Gli alberi sono cosa buona e giusta, ci rendono la vita più facile ed è bello vivere con la natura, però i numeri sono questi. Accanto a campagne come “Forestami” dovremmo iniziarne una che chiamerei “Rinunciami” perché se non cambia il sistema economico e di consumo non c’è albero che ci possa salvare. Continuare a crescere con questi ritmi è irresponsabile».

Lei a che cosa rinuncerebbe?

«A sprecare cibo, tempo, energia. Sarebbe già un buon inizio. Quando affronto questo tema mi sembra di parlare ai mulini a vento perché rinunciare a qualcosa non piace e non conviene a nessuno. I punti dove risparmiare sono tanti e sono chiari, bisogna solo decidere di farlo».

Leggi i commenti