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Fabio Volo e il nuovo libro: “Mica lo so perché piaccio tanto”

Fabio Bonetti, in arte Fabio Volo, è nato nel 1972. Con i suoi romanzi ha venduto più di otto milioni di copie. Claudio Sforza 

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Dopo 25 anni di bestseller, lo showman si espone in prima persona in “Balleremo la musica che suonano”, un racconto autobiografico pieno di amore per i libri degli altri. Intervista
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Milano. «Piacere di conoscerla, mi spiace invece per lei che ha dovuto leggere un mio libro». Fabio Luigi Bonetti, in arte Fabio Volo, ti prende in contropiede già in fase di presentazioni, quando stai ancora pensando a come attutire l’imbarazzo di rivolgergli il domandone su scrittori e no, quello che si è sentito fare mille volte da quando ha iniziato a vendere romanzi come fossero dischi di una rockstar. I numeri sono noti ma vale la pena ripeterli: da Esco a fare due passi, anno 2001, il ragazzo cresciuto in una panetteria di Brescia ha venduto più di otto milioni di libri, è stato tradotto in 25 Paesi e ha firmato tante di quelle copie da farsi venire un tunnel carpale. «Quando lo faccio penso sempre a mio padre che firmava solo cambiali».

Per parlare del nuovo libro, Balleremo la musica che suonano (Mondadori), ci incontriamo ai piedi di Radio DeeJay, che è un po’ la sua seconda casa. Non è esattamente un romanzo ma il racconto autobiografico di come i libri che ha letto gli abb…

Milano. «Piacere di conoscerla, mi spiace invece per lei che ha dovuto leggere un mio libro». Fabio Luigi Bonetti, in arte Fabio Volo, ti prende in contropiede già in fase di presentazioni, quando stai ancora pensando a come attutire l’imbarazzo di rivolgergli il domandone su scrittori e no, quello che si è sentito fare mille volte da quando ha iniziato a vendere romanzi come fossero dischi di una rockstar. I numeri sono noti ma vale la pena ripeterli: da Esco a fare due passi, anno 2001, il ragazzo cresciuto in una panetteria di Brescia ha venduto più di otto milioni di libri, è stato tradotto in 25 Paesi e ha firmato tante di quelle copie da farsi venire un tunnel carpale. «Quando lo faccio penso sempre a mio padre che firmava solo cambiali».

Per parlare del nuovo libro, Balleremo la musica che suonano (Mondadori), ci incontriamo ai piedi di Radio DeeJay, che è un po’ la sua seconda casa. Non è esattamente un romanzo ma il racconto autobiografico di come i libri che ha letto gli abbiano cambiato la vita. E quali libri, diamine. Camus, Céline, Dante, Leopardi, Roth, García Márquez, Salinas... Lo stile à la “vogliamoci bene” è lo stesso di sempre, un marchio di fabbrica, eppure questo non è il “solito” libro di Fabio Volo. Stavolta il Bonetti si espone in prima persona, esce dallo schema dell’immedesimazione da compagno di banco a cui deve metà della sua fortuna e sì, in qualche modo azzarda, verbo che generalmente non si accosta al fabiovolismo in purezza. E invece. «Volevo narrare l’importanza, per uno della mia estrazione, di aver incontrato certi autori, che per me sono stati strumento di liberazione da un destino segnato».

E quei testi nel libro li cita a profusione. Già sento il sussurro di chi dice “ma come, ha letto tutti questi libri e ancora non ha imparato a scrivere?”
«Il mio motto è “se una cosa porta il tuo nome non vuol dire che ti riguardi”. Ognuno ha il suo posto nel mondo e fa la sua cosa. Per me l’importante è conoscere e praticare me stesso, nella mia misura. Quella su Fabio Volo scrittore alto, basso, medio, non-scrittore, è una discussione che interessa un circolino limitato di persone. Io venticinque anni fa ho scritto un libro, ha venduto, me ne hanno chiesto un altro e ha venduto più del primo. E così è andata avanti. Non sono Claudio Magris o Umberto Eco, e allora? Di questo tipo di ragionamenti, fuori da certi ambienti limitati, non frega niente a nessuno. Sono pippe mentali».

Non fa una piega, effettivamente. Ma visto che ci siamo: non le pesa non essere Albert Camus?
«Rispondo con Woody Allen, che diceva sempre di voler essere Bergman. Ecco, io vorrei essere Philip Roth ma sono Fabio Volo. E mi va benissimo così. Anche perché io mica lo so che significa essere me».

In che senso, scusi?
«Nel senso che non ho idea del perché i miei libri piacciano tanto. E infatti leggo avidamente le critiche del genere “ora vi spiego perché Volo ha successo”. Così magari poi lo capisco anch’io».

Discussione chiusa. Parliamo del libro. Niente coppie in crisi, niente storie d’amore. Lei, la sua famiglia, e soprattutto i libri della vita. E se stavolta i lettori non si immedesimano?
«Sarà arrogante, e forse lo è, ma io dico: andrà come deve andare. Se sento di dover scrivere una cosa lo faccio, punto. Ho la mentalità di uno che non è andato a scuola (Fabio ha la licenza media, ndr), quindi non sono abituato a fare le cose aspettando che poi arrivi il voto. Penso come pensava mio padre panettiere, conta l’impegno messo in un impasto, il valore è lì non nel risultato».

Sarebbe il momento di spiegare perché quei testi gli hanno cambiato la vita, ma quando glielo chiedo si acquatta sul tavolo, mi invita ad avvicinarmi e sibila: «Ma in fondo, cos’è che vogliamo...?». Fiuto la trappola e replico «no dai, ora non faccia Fabio Volo», e con ciò guadagno una risata e il gesto di chi si mette l’indice sotto al mento, solleva il viso di trenta gradi e dice che i libri gli hanno fatto la stessa cosa: «Mi hanno preso lo sguardo e me lo hanno alzato di tre spanne almeno. Ma prima ancora, nell’attimo della scintilla, quegli autori mi hanno riconosciuto. Più leggevo e più mi accorgevo che gli scrittori vedevano delle cose di me che gli altri, la famiglia, gli amici, non vedevano. Richard Bach, poi Herman Hesse, Céline, Dante, è stato grazie a loro che ho scoperto di non essere solo. Avevo bisogno di essere “visto” e loro lo hanno fatto. E con ciò mi hanno dato il coraggio di mettermi in viaggio verso me stesso, oltre gli schemi ristretti in cui ero cresciuto. Sono stati loro a dirmi che c’era di più, che dovevo prendere la mia piccioletta barca e andare a guardare che altro c’era dentro di me, nella vita e nel mondo».

E adesso attenzione, perché piccioletta barca non è un vezzo da citazionista del web, perché Fabio Volo ti recita intere strofe della Commedia a memoria come niente fosse. Lo ha appena fatto, sgranando gli occhi spiritati alla Max Pezzali, e quando azzardo il paragone annuisce sornione: «È lo sguardo della provincia».

Essere visto, riconosciuto. A quell’età è una cosa che succede con le prime fidanzate.
«E allora può benissimo scriverlo, che per me i libri sono stati come la prima fidanzata. Poi però le ragazze sono arrivate, eh. Un panettiere che legge le poesie di Pedro Salinas fa un certo effetto, glielo assicuro».

Ci credo. Ma adesso giochiamo al cosa-mi-ha-dato-chi: cominciamo da Dante.
«Mi ha dato tutto. Ero lì, bloccato, a chiedermi come potevo lasciare il sentiero tracciato dalla famiglia e incappo nell’Inferno: né dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre... Me lo ha spiegato Dante che me ne dovevo andare, dovevo provarci».

Hermann Hesse.
«Da lui ho imparato l’importanza della ricerca di se stessi».

Leopardi.
«Ho imparato così che nessun piacere è bastevole, perché siamo fatti per l’Infinito».

Philip Roth.
«Il senso di libertà, la possibilità di guardare negli occhi anche le bassezze dell’essere umano».

J.D. Salinger.
«La bellezza delle domande semplici, sulle piccole cose della vita».

Orwell e Huxley.

«Ah, quelli sono i libri che darò ai miei figli quando mi chiederanno cos’è la politica».

E adesso, cosa sta leggendo?

«Un libro che spiega e interpreta il Vangelo di Giovanni».

In Balleremo la musica che suonano lei racconta dell’incontro fatato con Silvano Agosti e di quando Cecchetto le ha messo davanti un microfono. Piccioletta barca a parte, c’è voluta anche fortuna?
«Certo, questo lo dico in pubblico ma non lo direi mai ai miei figli. Non voglio insegnargli la cultura della fortuna, ma che esiste un equilibrio nel quale, se ti predisponi nel modo giusto, poi arrivi a destinazione. Anzi, sa cosa penso della fortuna?».

Mi dica.
«È come quando fai la frolla per i biscotti dolci. Ci vuole anche un pizzico di sale. Il culo è quel pizzico di sale lì».

Si ricorda quando le dicevano che i libri glieli scriveva un altro?
«Come no, e io rispondevo che fosse stato così avrei preso uno più bravo».

Se riassumiamo quanto detto con un bel “Fatti non foste a viver come bruti?”.
«Direi che è perfetto. Ma è facile. Dante è sempre perfetto».

Sul Venerdì del 25 novembre 2024

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