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Massimo Giannini: a lezione da Berlinguer

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L’altra mattina mi sono svegliato, ho aperto la finestra e ho riaffermato «la centralità di quel che si può chiamare pensiero solare». Ho guardato l’orizzonte lontano, e ho scorto «il punto d’incontro tra la rigidità delle ideologie, della battaglia delle idee, che si distoglie nella luce meridiana dello spirito mediterraneo». Ai miei tempi, per noi studenti c’era il Devoto-Oli.

Oggi, per tradurre in italiano la neo-lingua del ministro della Cultura, usiamo il Devoto-Giuli. Dalla Buchmesse di Francoforte il successore di Sangiuliano ci ha regalato un’altra prova dei suoi dotti funambolismi lessicali. Ironie a parte, lo spunto è utile per riflettere sul rapporto tra politica e cultura, élite e popolo. Come parla la politica contemporanea? E il modo in cui parla accorcia o…

L’altra mattina mi sono svegliato, ho aperto la finestra e ho riaffermato «la centralità di quel che si può chiamare pensiero solare». Ho guardato l’orizzonte lontano, e ho scorto «il punto d’incontro tra la rigidità delle ideologie, della battaglia delle idee, che si distoglie nella luce meridiana dello spirito mediterraneo». Ai miei tempi, per noi studenti c’era il Devoto-Oli.

Oggi, per tradurre in italiano la neo-lingua del ministro della Cultura, usiamo il Devoto-Giuli. Dalla Buchmesse di Francoforte il successore di Sangiuliano ci ha regalato un’altra prova dei suoi dotti funambolismi lessicali. Ironie a parte, lo spunto è utile per riflettere sul rapporto tra politica e cultura, élite e popolo. Come parla la politica contemporanea? E il modo in cui parla accorcia o accresce la distanza tra gli elettori e gli eletti? Berlusconi è stato un grande facitore e corruttore del linguaggio: lo ha semplificato e deformato fino alla sua essenza più basica, per portarlo al livello della neo-casalinga di Voghera che guarda Rete4 e piegarlo al servizio del suo disegno cesarista e populista. Oggi, il linguaggio dei suoi epigoni bascula tra l’”apocalittismo difensivo” di Giuli, forbito e sostanzialmente improduttivo, e il tribalismo aggressivo di Meloni, sguaiato e falsamente inclusivo. Cioè tra l’io parlo come voi della premier e il vi piacerebbe parlare come me del ministro. In mezzo non c’è nient’altro. Ma sull’altro fronte come vanno le cose? Gianni Cuperlo, in un magnifico articolo sul Domani, coglie il punto. Vittima del ricatto del presente – l’urgenza di schiacciare la politica e il suo lessico sul brevissimo termine – la sinistra ha giocato al ribasso, finendo per chiudere un bel numero di uffici studi e per aprire altrettanti uffici stampa. Nella convinzione che la debolezza della politica risiedesse negli strumenti della comunicazione, non nei suoi contenuti. Tutto sbagliato. Serve a poco assoldare l’armocromista o rappare dal palco con J-Ax, credendo di ritessere la tela strappata del dialogo con i giovani che non vanno più a votare.

Concordo con Cuperlo: serve riformare partiti degni della qualifica e formare classe dirigente. Al cinema lo splendido Berlinguer - La grande ambizione di Andrea Segre – con un mostruoso Elio Germano che al segretario del Pci ha rubato le mosse, lo sguardo, la voce – ci insegna molto. A parte la solita nostalgia canaglia, il modo in cui quell’uomo riusciva a far coincidere il suo modo di vivere e di pensare, le cose che faceva e quelle che diceva, andrebbe fatto studiare a chiunque voglia fare politica. Berlinguer ha fatto i suoi errori, sui quali il film sorvola. Ma è stato un politico onesto perché credibile, o credibile perché onesto. Parlava bene, perché studiava e pensava bene. La gente lo capiva per questo. Come Gramsci, dice nel film «la nostra pazienza è limitata, ma non passiva e inerte». Come Gramsci, aggiungo io qui «istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza».

Sul Venerdì del 25 ottobre 2024

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