Il Venerdì

Tra i ghiacci delle Svalbard l’archivio dei capolavori

NOI SIAMO QUI. Le Isole Svalbard, 78esimo parallelo, si trovano a metà strada tra Norvegia e Polo Nord. FREI Bjerkestrand, COURTESY BY AWA
NOI SIAMO QUI. Le Isole Svalbard, 78esimo parallelo, si trovano a metà strada tra Norvegia e Polo Nord. FREI Bjerkestrand, COURTESY BY AWA 

Nell’arcipelago dell’Artico una miniera conserva (a pagamento) copie digitali di documenti e opere d’arte in grado di resistere a qualsiasi catastrofe. Vale la pena portarle fin lì? Siamo andati a vedere

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Longyearbyen (isole Svalbard, Norvegia). Tutto qui grida “resistere al peggio”. A partire dai piumini per quando fuori fanno -40 gradi, in vendita nel negozio che noleggia fucili di precisione per difendersi dagli orsi polari (è caldamente raccomandato di averne uno con sé quando si lascia il centro abitato). Senza però rinunciare alla tenerezza, dal momento che sono in vendita anche flûtes smontabili per uno champagnino nella tormenta. Si prosegue con lo Svalbard Museum in cui si racconta anche di quando i pomors, irriducibili immigrati russi, costruirono dei rifugi nell’isola per cacciare la balena tutto l’anno e non solo durante la bella – si fa per dire – stagione. Quest’anno, a fine settembre, il clima è ancora tiepido, solo cinque gradi sotto lo zero, a causa del riscaldamento climatico che qui alza le temperature quattro volte più della media globale.

Rune Bjerkestrand, fondatore di Piql, azienda specializzata in “preservazione digitale”, nonché padrone di casa, ne approfitta per tener fede a una promessa prevista nel programma, alla voce “Bagno nell’Artico”: si mette in boxer e si tuffa, seguito solo dall’intrepida archivista della Fondazione Jaguar, un’inglese coi capelli fucsia-verdi-azzurri – forse omaggio all’aurora boreale che non riusciremo a vedere. Intanto il vostro cronista, insieme a una trentina di persone venute da mezzo mondo per assistere all’annuale deposito di dati nell’Arctic World Archive (Awa), pudicamente batte i piedi per scongiurare la necrosi degli alluci.

Il fabbricato di metallo rosso è l’entrata della miniera che ospita l’Awa. Foto di Riccardo Staglianò
Il fabbricato di metallo rosso è l’entrata della miniera che ospita l’Awa. Foto di Riccardo Staglianò 

Per il rituale dell’indomani ci sarà da scendere in una miniera dismessa scavata nel permafrost, i ghiacci perenni che garantiscono una temperatura sottozero. Dovrebbero assicurare, assieme ad altri ingredienti che vedremo, di mantenere intatti, per 500-2.000 anni, i documenti qui fisicamente conservati. Le Biblioteche Vaticane, che con l’eternità hanno un rapporto preferenziale, sono già venute due volte per mettere in salvo la copia digitale della loro Divina Commedia e molto altro ancora. Ma sono venuti anche i governi del Messico e del Brasile per preservare i manoscritti delle loro Costituzioni. Cliente dell’Awa – perché si paga, sebbene sia difficile capire quanto – è anche GitHub, col suo immenso catalogo di software libero acquisito da Microsoft. E poi l’università di Yale, l’Agenzia Spaziale Europea, l’Unicef. Insomma, tutta gente sveglia che non butta via i soldi. Ma stando così le cose, con tutto il cloud a disposizione, c’era proprio bisogno di arrampicarsi fino al parallelo abitato più a Nord del globo per stare ragionevolmente sicuri di non perdere documenti preziosi? Oppure è una domanda mal posta. E quella vera, ultima, esistenziale è che quest’ascensione all’estremo settentrione ha decisamente più a che fare con il riaffermare la sacralità della memoria in un mondo effimero come una storia di Instagram.

Sarà davvero per sempre?

Il nostro corteggiamento all’Awa inizia quasi un anno fa. «Vorremmo venire a vedere» avevamo scritto. «Ci andiamo una volta all’anno, ghiacci permettendo» avevano risposto. Poi, al momento opportuno, si erano ricordati e, alla fine di settembre, assieme a una troupe della Bbc e ad altri due documentaristi, mi ritrovo qui. La sera prima del deposito, Bjerkestrand, il fondatore, organizza una conferenza stampa al Nordover, uno dei due cinema della capitale di questo lunare arcipelago da 2.500 umani, 3.000 orsi e 15.000 renne. Grandi e drammatiche immagini proiettate alle sue spalle illustrano i «tempi molto incerti in cui viviamo». Dall’Isis che ha cannoneggiato il tempio siriano di Palmira ai talebani che han fatto altrettanto con i Buddha di Bamiyan. Fino alla devastazione di Gaza e alla prospettiva che, nel 2050, Venezia potrebbe finire sott’acqua.

Sottotesto piuttosto chiaro: attrezziamoci oggi se ci teniamo che, domani, qualcuno si ricordi di come eravamo. Ovviamente approfittando della speciale pellicola brevettata da Piql e testata dal Norwegian Defence Research Institute per durare fino a due millenni. Dopo il padrone di casa prende la parola Christian Clauwers, fotografo belga specializzato nel documentare la crisi climatica, che archivierà qui un lavoro sulle isole Marshall in via di sprofondamento. Gli scappa detto che nel 2019 il permafrost si era sciolto e c’era stata un’infiltrazione nella miniera numero 3, quella che accoglie l’Awa e una volta ospitava anche il prototipo della Seed Vault, la ben più celebre Banca del seme che dal 2008 è diventata una specie di arca della biodiversità planetaria e che sta a due passi da qui. Ma nessuno sembra registrare l’informazione. Si rompono le righe e ognuno rientra in albergo, seguendo ruscelli ghiacciati sotto un inatteso cielo blu Klein.

Il rito del deposito

Finalmente il D-day, nel senso del giorno del deposito. Dagli hotel ci portano in bus sulla collina più brulla della mia carriera (vero mistero: come sopravvivono le renne?). Tre minuti dopo aver superato il triangolo di cemento che segnala il fortificato ingresso della Banca del seme, ecco un capannone di lamiera rossa, più officina meccanica che Fort Knox, dove riconosciamo qualcuno dello staff. La delegazione più nutrita è polacca. Trattasi di 24 persone, cinque dipendenti e gli altri facoltosi clienti della Pekao Bank, la seconda del Paese. Sono venuti a mettere in salvo dieci importanti opere d’arte della loro collezione. Da Varsavia arriva anche un responsabile dell’Istituto Chopin che ha portato spartiti annotati dal Maestro. Poi c’è Jack Connor, americano di Los Angeles. Nonostante vada in giro con uno skateboard sottobraccio, è il presidente di Lingua Aeterna, ente che vuole salvare idiomi a rischio di estinzione. Nei file che consegnerà c’è registrato un frasario da 550 di quelle più a rischio. Per la Gran Bretagna c’è la citata archivista, quella coi capelli multicolore, con al seguito un tesoro di iconografia popolare legata alla leggendaria vettura inglese. In rappresentanza della Francia, reperti dall’opera di Serge Bassenko, artista e scrittore, la cui vedova ha affidato all’Awa 7.000 foto che aveva scattato a Venezia e ben 19 romanzi. Con la maglia del Belgio, per così dire, il menzionato Clauwers, che è stato anche delegato ufficiale del suo Paese per le conferenze Onu sul clima. Infine il presidente della DNK, potentissima assicurazione delle navi norvegesi contro i rischi di guerra.

Le speciali pellicole Piql: le buste di alluminio con le pellicole sono impilate negli scaffali della cripta scavata nel permafrost, a 300 metri di profondità. Foto di Riccardo Staglianò
Le speciali pellicole Piql: le buste di alluminio con le pellicole sono impilate negli scaffali della cripta scavata nel permafrost, a 300 metri di profondità. Foto di Riccardo Staglianò 

Anche a noi, nel nostro piccolo, era stato proposto di depositare la prima copia digitale del Venerdì, ma siamo arrivati tardi per trasformare il file nella speciale pellicola brevettata da Piql. Perché è questa che, fisicamente, viene consegnata a ogni depositante, sigillata in speciali buste di alluminio. Che verranno impilate, ognuna dietro la propria bandierina, in un container che si trova a 300 metri di profondità al termine di una passeggiata di cinque minuti in una stradina buia della miniera. E qui resterà – questa la scommessa sulla cui verosimiglianza torneremo tra un attimo – per l’eternità o la sua umana approssimazione.

Cercando un’arca

Traguardo, questo, sul quale più d’uno si esercita da tempo. È fresca la notizia dei ricercatori di Southampton che sarebbero riusciti a incidere col laser il genoma umano su un cristallo 5D in grado di resistere «miliardi di anni». Da conservare nella miniera di sale di Hallstatt, in Austria, evocativamente battezzata Memory of Mankind (Mom). Un progetto iniziato nel 2012 del ceramista Martin Kunze che, dopo aver letto l’apocalittico Il mondo senza di noi di Alan Weisman, ha cominciato a raccogliere i frammenti culturali più diversi e a inciderli sulla quasi indistruttibile ceramica, per aiutare i sopravvissuti di un eventuale collasso planetario a ricostruire la civiltà.

In una prospettiva meno millenaristica, e limitata al fronte delle lettere, ci sono poi fortini come l’Harry Ransom Center di Austin, Texas, dove ero stato anni fa per consultare il fondo David Foster Wallace – appunti delle sue lezioni, glosse ai manoscritti, casse di libri. Documenti comprati per svariati milioni di dollari insieme a quelli di Gabriel García Márquez, Don DeLillo e altri giganti della letteratura, per metterli a disposizione delle future generazioni. Per non dire di The Long Now Foundation, fondata da Stewart Brand, il tecnologo a cui si deve la celebre frase erroneamente attribuita a Steve Jobs («Siate affamati, siate (un po’) folli»). La missione della fondazione è di incentivare dibattiti di lunga gittata in un’epoca flagellata da intervalli di attenzione sempre più brevi. E per segnalare il superamento dei famigerati 8 secondi in cui riusciremmo a concentrarci online prima di passare ad altro, hanno scelto come simbolo il Long Now Clock, un orologio che dovrebbe durare 10 mila anni. Ne esistono già alcuni prototipi ma la costruzione in scala reale, 150 metri d’altezza, è in corso da anni nel ranch texano di Jeff Bezos, tra i pochi con ego e disponibilità economica adeguati all’impresa.

E così ci avviciniamo al punto debole di tutti questi apprezzabili sforzi per recuperare un po’ di prospettiva cronologica in una società drammaticamente schiacciata sul presente. Ovvero: facile dire duemila o diecimila anni, ma poi chi verificherà che la promessa sarà mantenuta?

A lezione sulla Yucca Mountain

La cosa che mi viene in mente mentre mi addentro con casco e lucina da speleologo nelle viscere della Gruve 3, la Miniera 3 dell’Awa, è un bel libro dal titolo Una montagna. L’autore, John D’Agata, andato ad aiutare la madre a fare un trasloco a Las Vegas, si appassiona alla storia della Yucca Mountain, dove il governo vorrebbe conservare scorie nucleari per «10 mila anni». Ma da dove vien fuori quel numero tondo, si chiede D’Agata? Indagando scopre che, per essere davvero sicuri, le scorie dovrebbero in realtà essere conservate per milioni di anni. Ma il panel di esperti aveva suggerito al Dipartimento dell’energia la cifra di 10 mila solo perché più «convincente». D’Agata riflette poi sull’imponderabile sicurezza strutturale del sito, tra rischi di terremoti o infiltrazioni. E sul fatto che gli esseri umani tra diecimila anni riescano a decrittare le avvertenze sul sito, perché potrebbero non parlare più la nostra lingua. In altre parole: se per un momento anche la De Beers aveva rivisto il suo slogan “Un diamante è per sempre” in “Forever, now”, allora significa proprio che bisogna andare molto cauti con la pretesa di estendersi verso l’infinito.

Ma la propensione al dubbio non è il profilo migliore di Rune Bjerkestrand, mister Awa. Dopo la gagliarda conferenza, la cerimonia del deposito e una cena spettacolare in un ristorante specializzato in renna, riesco a intervistarlo. Inizio dalla domanda più prosaica: quanto costa conservare i documenti? «Non lo diciamo perché varia tantissimo, dipende da quanti materiali e per quanto tempo». Un ordine di grandezza? «Potrei dire da 10 euro a 1 milione di euro, ma non avrebbe senso. Se proprio volete, chiedete un preventivo sul sito». Cosa che abbiamo fatto per scoprire che salvare “per sempre” la prima copia del Venerdì ci costerebbe 139 euro. Gli accenno quindi alla concorrenza, quelli del genoma da “miliardi di anni”: «Come li hanno testati? I nostri 500-2.000 anni sono certificati da un ente pubblico di grande autorevolezza». E in caso di infiltrazioni del permafrost, come diceva Clauwers? «Lì è successo perché la prima sede della Seed Vault era nella parte sbagliata della miniera, una parte in cui l’acqua può arrivare. Mentre noi siamo in una zona in cui, se anche ci fossero dei liquidi, la pendenza li porterebbe altrove».

Le speciali pellicole Piql: le buste di alluminio con le pellicole sono impilate negli scaffali della cripta scavata nel permafrost, a 300 metri di profondità. Foto di Riccardo Staglianò
Le speciali pellicole Piql: le buste di alluminio con le pellicole sono impilate negli scaffali della cripta scavata nel permafrost, a 300 metri di profondità. Foto di Riccardo Staglianò 

Ma il vero interrogativo, per me, resta la sicurezza. Ok che, come ha detto nel talk del giorno prima, le Svalbard sono una zona demilitarizzata dove tutti lasciano la bici aperta, senza lucchetto, perché un ladro sarebbe beccato il giorno stesso. Ma se qui viene da fuori un malintenzionato con un frullino, può forzare la serratura della miniera e arrivare al sancta sanctorum senza incontrare resistenza. Bjerkestrand mi guarda storto: «Questo non ha senso! Perché il tipo di file che noi salvaguardiamo non contiene segreti industriali ma solo frammenti culturalmente significativi. E comunque di ogni pellicola fisica, staccata dalla rete e quindi non hackerabile né modificabile, abbiamo una copia in una location sicura e più copie digitali in altrettanti server».

Al che, però, si torna al punto di partenza: perché dovrebbe essere più sicuro portare una copia fisica qui invece di salvare cento copie digitali in altrettanti server sparsi nel mondo? È statisticamente impossibile che sia io il primo giornalista a fargli un’obiezione del genere: «La nostra tecnologia, su cui abbiamo investito 45 milioni di euro in ricerca e sviluppo, è estremamente robusta. La pellicola salva le informazioni in due modi: con codici QR ad alta densità che rimandano a documenti digitali e con pittogrammi che riproducono le opere vere e proprie. Basterà, in un futuro remoto, avere una fonte di luce e una macchina fotografica per consultarli. Non solo: sulla pellicola abbiamo previsto una “macchina virtuale” che consentirà la lettura dei documenti senza bisogno di altra tecnologia. Nessun server vi dà, neanche lontanamente, una sicurezza comparabile».

Nonostante le credenziali impeccabili (il loro socio è di fatto il ministero dell’Industria, proprietario delle miniere dell’isola) e i clienti blasonati, la norvegese inflessibilità del fondatore non giova alla causa. Perché è vero che la pellicola resiste alle guerre chimiche o batteriologiche, ma già un incendio potrebbe metterla in crisi. In Una montagna, D’Agata si interroga a fondo sull’ambizione umana del controllo. Che cozza con una lista di previsioni di possibili fini del mondo. A un certo punto, nel libro, cita anche Edvard Munch e il suo L’Urlo come metafora per le angosce collettive sul futuro. È utile averne, scriveva D’Agata, per evitare comportamenti autodistruttivi. Una copia digitale del quadro, peraltro, il Museo di arte contemporanea di Oslo l’ha già salvata qui. E che duri o meno tutto il tempo che dice durerà, senz’altro l’accasamento nella miniera numero 3 aumenterà le sue probabilità di arrivare ai posteri.

Sul Venerdì del 25 ottobre 2024

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