✕

Elio Fiorucci, il lato pop della moda

Figurina Fiorucci Stickers, pubblicati dalle Edizioni Panini nel 1984 

Ascolta l'audio

Alla Triennale di Milano una mostra celebra il genio dello stilista che, a partire dagli anni 60, rivoluzionò anche il costume. Dai jeans seconda pelle agli angioletti, viaggio intorno a un marchio ora pronto a ripartire
3 minuti di lettura

«Non mi piacciono i panni dello stilista. Sono un commerciante che ha avuto l’umiltà di guardare con attenzione alla vita, ai comportamenti» ha detto di sé Elio Fiorucci. Oggi, a colui che Gillo Dorfles ha definito “il nostro Duchamp della moda”, dedica una mostra la Triennale di Milano (6 novembre-6 marzo 2025), dove peraltro si è svolta a settembre la sfilata di rilancio del marchio Fiorucci con la direzione creativa di Francesca Murri dopo anni di oblio.

Curata da Judith Clark e promossa anche dalla nuova proprietà del brand (che fa capo all’imprenditrice svizzera Dona Bertarelli), l’esposizione mette in luce, attraverso materiali provenienti dall’archivio personale di Elio Fiorucci (1935-2015), la creatività straordinaria di questo…

«Non mi piacciono i panni dello stilista. Sono un commerciante che ha avuto l’umiltà di guardare con attenzione alla vita, ai comportamenti» ha detto di sé Elio Fiorucci. Oggi, a colui che Gillo Dorfles ha definito “il nostro Duchamp della moda”, dedica una mostra la Triennale di Milano (6 novembre-6 marzo 2025), dove peraltro si è svolta a settembre la sfilata di rilancio del marchio Fiorucci con la direzione creativa di Francesca Murri dopo anni di oblio.

Curata da Judith Clark e promossa anche dalla nuova proprietà del brand (che fa capo all’imprenditrice svizzera Dona Bertarelli), l’esposizione mette in luce, attraverso materiali provenienti dall’archivio personale di Elio Fiorucci (1935-2015), la creatività straordinaria di questo talent scout, cool hunter e imprenditore milanese che a partire dagli anni 60 ha rivoluzionato non solo la moda, ma anche il costume e il mondo dell’arte.

L’allestimento, creato da Fabio Cherstich, è molto suggestivo perché attraversato dalla voce dello stesso Elio in dialogo con quelle degli altri protagonisti della sua storia. Spiega Clark che curare questa mostra «è stata un’occasione per interrogarci ancora una volta su cosa sia riconducibile all’idea di moda, e a questa indagine già si dedicava Elio Fiorucci attraverso il Fiorucci Dxing, un centro di ricerche e documentazione sull’immagine (diretto da Giannino Malossi) in incredibile anticipo sui tempi». A dimostrare la poliedricità di Fiorucci, accanto ad abiti e ad accessori emblematici del suo stile, dai jeans seconda pelle alle T-shirt con gli angioletti diventate un vero simbolo del brand, saranno esposti video, foto, plastici e opere d’arte che hanno contribuito a definire l’identità della griffe.

Dal basso

Nato a Milano nel 1935, “figlio d’arte”, il padre possedeva tre negozi di pantofole nel capoluogo lombardo, nel 1962 ebbe un grandissimo successo lanciando sul mercato delle galosce di plastica colorata. Ma il giro di boa risale al 1965 quando durante un viaggio a Londra venne in contatto con l’antimoda inglese: «Quel casino», ha detto lo stesso Elio, «testimoniava un rapporto nuovo, libero con il “problema” del vestire. La moda non scendeva più dall’alto, come lo Spirito Santo, ma saliva dal basso. Ho soltanto un merito. Averlo capito. Tutta la vicenda Fiorucci prende avvio da un atto di attenzione».

Non passano due anni che inaugura il suo negozio milanese in Galleria Passarella. Progettato da Amalia Del Ponte, era un nuovo tipo di punto vendita, un concept-store ante litteram fatto di bric-à-brac, provocazioni, colori audaci e costi bassissimi. Insieme agli abiti si potevano acquistare anche dischi, libri, profumi, oggetti. Ora al suo posto c’è un punto vendita della catena americana Urban Outfitters, ma nella Milano borghese di allora il negozio Fiorucci era, come scrisse Guido Vergani: «La preghiera di una setta pagana in mezzo a una messa solenne e in latino».

Il successo fu immediato. L’aria fumettistica, gli sticker, l’idea di un erotismo gioioso fecero centro. Di lì a poco, in un momento difficile come l’“autunno caldo” con le dure manifestazioni dei metalmeccanici, si iniziò a parlare di una nuova spensieratezza incarnata dal “Fioruccismo”. Come ha notato Natalia Aspesi, Fiorucci rappresentava «la vampata della giovinezza senza la politica, dell’anticonformismo senza lo spinello, della lotta al sistema senza lo scontro».

Gli uffici del primo piano di Galleria Passarella divennero il centro nevralgico di una nuova creatività che riscriveva i concetti di grafica ed estetica dando libertà alla fantasia.

Una pietra nell’acqua

Non molto dopo vennero aperte succursali a Londra, New York e Los Angeles. Nel frattempo Elio viaggiava, osservava, guardava, reinventava e mescolava stili e materiali. Come testimonia oggi Gisella Borioli, allora giovane redattrice di L’Uomo Vogue e Lei: «Elio si è inserito nella moda senza essere uno stilista, ma piuttosto un creatore di stile, un life lover. Per fare questo ha viaggiato e fatto viaggiare i suoi amici per lui, primo vero talent scout alla ricerca di idee in tutto il mondo».

Durante i suoi soggiorni newyorkesi, ai tempi dello Studio 54, conobbe la stylist e artista Maripol Fauque. «Mi ricordo» avrebbe poi confessato lei «che Elio mi mise in mano un biglietto aereo per il giro del mondo dicendomi: “Vai e torna con delle idee, inventa collezioni”». Non passò molto che Maripol divenne la direttrice creativa del Fiorucci store di New York. Amica di Cher e Basquiat, di Elton John e della giovanissima Madonna, Maripol, famosa per il suo amore per croci, pizzi e calze strappate, ideò il look della pop star per il video di Like a Virgin (1984).

«Voglio ricordare la vita di Elio come una metafora» ha detto Franco Marabelli, architetto, progettista e designer, che a partire dagli anni 70 rivestì a lungo il ruolo di responsabile artistico di Fiorucci a Milano e a New York, «una pietra che, lanciata con grazia in uno specchio d’acqua, crea cerchi che si propagano all’infinito e genera molteplici incontri imprevedibili».

Come quello con Keith Haring, che nel 1983 dipinse le pareti dello store in Galleria Passarella, ed Andy Warhol, che adorava il suo negozio di New York e che gli trasmise la passione per i colori super-accesi, come i toni della televisione. E la fantasia arrivò al potere.

Sul Venerdì del 25 ottobre 2024

Leggi i commenti