Il sequestro, la buca e la mafia. L’omicidio Mazzotti torna in aula
dal nostro inviato Marco CicalaComo. Tre auto, ma per l’operazione fu scelta quella sbagliata. Un errore senza il quale forse non saremmo qui a riparlare dell’Italia dei sequestri e della storia di Cristina Mazzotti, 18 anni, rapita e fatta ritrovare cadavere in una discarica. A pagamento del riscatto già avvenuto. Oggi, quasi mezzo secolo dopo i fatti, quattro persone si ritrovano alla sbarra della Corte d’Assise di Como. Si chiamano Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito. Il più giovane ha 70 anni, il più anziano 80.
Sono accusati di essere stati gli esecutori materiali del rapimento che costò la vita alla ragazza per le atroci condizioni in cui venne tenuta prigioniera nel luglio 1975. All’epoca, il processo a 22 imputati si concluse con otto ergastoli, poi ridotti a quattro, e pene fino a trent’anni. Ma nella nutrita lista dei partecipanti mancava ancora qualcuno, a cui è stato possibile risalire soltanto poco tempo fa. Vediamo perché ripartendo dal principio.
Como. Tre auto, ma per l’operazione fu scelta quella sbagliata. Un errore senza il quale forse non saremmo qui a riparlare dell’Italia dei sequestri e della storia di Cristina Mazzotti, 18 anni, rapita e fatta ritrovare cadavere in una discarica. A pagamento del riscatto già avvenuto. Oggi, quasi mezzo secolo dopo i fatti, quattro persone si ritrovano alla sbarra della Corte d’Assise di Como. Si chiamano Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito. Il più giovane ha 70 anni, il più anziano 80.
Sono accusati di essere stati gli esecutori materiali del rapimento che costò la vita alla ragazza per le atroci condizioni in cui venne tenuta prigioniera nel luglio 1975. All’epoca, il processo a 22 imputati si concluse con otto ergastoli, poi ridotti a quattro, e pene fino a trent’anni. Ma nella nutrita lista dei partecipanti mancava ancora qualcuno, a cui è stato possibile risalire soltanto poco tempo fa. Vediamo perché ripartendo dal principio.
Commando notturno
Notte del 1° luglio ’75 : Cristina Mazzotti, figlia dell’imprenditore cerealicolo Helios, è in macchina con due amici, Carlo ed Emanuela, con cui ha trascorso la serata. Stanno tornando verso la villa brianzola dove lei è solita passare le vacanze insieme alla famiglia. Al volante della Mini Minor c’è Carlo, che si accorge di essere seguito da una Giulia. La vettura lo supera e gli sbarra la strada. Ma ad assaltare la Minor sono quattro uomini scesi da una Fiat 125, o forse spuntati da un boschetto.
Prima stranezza: il commando non prende solo Cristina, ma anche i due amici. Seconda: i tre ostaggi non vengono trasbordati su un’altra macchina, ma spinti sul sedile posteriore della Minor. Uno degli assalitori si mette al posto di guida con accanto un complice armato di pistola. Partono. Durante il tragitto, i ragazzi sentono i due rapitori parlare con accento meridionale. Dopo quasi un’ora la Minor si ferma in una pineta. E riecco la Fiat 125. Ne smontano alcuni tizi dall’aria determinata, ma – terza stranezza – le idee non tanto chiare. «Chi è Cristina Mazzotti?» chiede uno del gruppo. «Io» dice la diciottenne. Le mettono in testa un cappuccio e la caricano sulla Fiat. Si dileguano.
Intanto Carlo ed Emanuela sono stati legati, narcotizzati e abbandonati dentro la Mini Minor. cinque centimetri d’aria Ad attendere Cristina c’era una buca lunga 2 metri e 55 centimetri, larga 1 e 65, profonda 1 e 40. L’avevano scavata accanto a un cascinale di Castelletto Ticino, provincia di Novara.
«Ho visto quella fossa» ricorda Emilio Magni, ex giornalista de La Provincia di Como e Il Giorno, che seguì la vicenda da cronista e ora la ripercorre in Il rapimento Cristina Mazzotti. Una buca, 5 centimetri d’aria (Mursia).«La ragazza» racconta, «rimase là sotto per 28 giorni senza potersi mettere in posizione eretta. Le assicuravano l’aerazione tramite un tubo di plastica del diametro di 5 centimetri».
A Cristina vennero somministrati sedativi in quantità tale da ridurla rapidamente in uno stato semicomatoso e a una debilitazione che l’avrebbe uccisa. «Non sappiamo con precisione come venisse nutrita né in che modo si provvedesse ai suoi bisogni igienici. A indebolirla fatalmente furono comunque le massicce dosi di tranquillanti alternate agli eccitanti con i quali la risvegliavano per farle scrivere le lettere alla famiglia, affinché si accelerassero le trattative» dice Magni. Missive, telefonate: sarebbe stato raggiunto un accordo per l’esborso di 1 miliardo e 50 milioni di lire. Le consegne avvennero in più tranche. Una fu effettuata da Carlo Tavecchio, allora direttore di banca e in seguito discusso presidente della Federcalcio. Nel mentre, la localizzazione di una chiamata degli estorsori aveva permesso alla polizia di pizzicare un filo della matassa. Un uomo fu visto uscire da una cabina telefonica di Varese. Cominciarono i pedinamenti, i controlli bancari, ma non si arrivò in tempo. Su indicazione di un altro tizio arrestato, il corpo di Cristina fu ritrovato il 1° settembre in una discarica di Varallino di Galliate, sempre nel novarese.
«Il sequestro Mazzotti è stato una miscela di ferocia e stupidità» commenta Magni. Le indagini portarono all’arresto e alla condanna di oltre venti persone tra protagonisti e comprimari. Tante, per un unico, seppur cospicuo bottino. Emerse inoltre che il rapimento era stato opera di una saldatura tra malavitosi lombardi, svizzero-ticinesi e ‘ndranghetisti calabresi. Un caloroso abbraccio criminale fra Nord e Sud.
Il caso tornò a fare notizia nel ‘90, quando due dei condannati, la coppia Giuliano Angelini e Loredana Petroncini, se la diedero a gambe durante una licenza premio dal carcere di Perugia. Vennero riacciuffati mentre se la scialavano in Costa Azzurra. Coi dané del vecchio riscatto? Ma la vicenda aveva in serbo altre sorprese.
Negli anni Duemila, grazie alle nuove tecniche di investigazione scientifica, si accertò che le impronte repertate tre decenni prima sul cruscotto della Minor appartenevano al calabrese Demetrio Latella, quello che aveva impugnato il volante. Al momento della scoperta Latella scontava una condanna per un altro sequestro. Ammise di aver fatto parte del commando che aveva preso Cristina.
Il rapimento era reato prescritto, ma non più, secondo nuove leggi, la fattispecie di omicidio che ha consentito il rinvio a giudizio dell’uomo e di altri tre complici.
Il processo si è aperto lo scorso 25 settembre. Resta da stabilire se nel caso Mazzotti vi fu o meno omicidio volontario, divenuto imprescrittibile. Ma nel suo complesso la vicenda presenta, secondo Magni, ulteriori aspetti oscuri: «Forse il vero basista dell’operazione non è stato ancora identificato».
Sul Venerdì del 25 ottobre 2024