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Brasile, il tramonto di Lula

Luiz Inácio Lula da Silva, meglio noto come Lula, ha 79 anni e guida il Brasile dal 2022 dopo essere già stato presidente dal 2003 al 2011. Ton Molina/NurPhoto 

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Dalle elezioni di metà mandato, il presidente è uscito sconfitto nonostante i successi in campo economico. Mentre gli eredi di Bolsonaro sembrano più in forma che mai. Perché? Abbiamo indagato
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San Paolo. Se l’Europa piange, il Sudamerica non ride. Anche nel continente che ha ispirato i socialismi di tutto il mondo con leader iconici, da Salvador Allende a José Mujica, le forze progressiste non reggono l’urto degli estremismi di destra. Dopo Javier Milei in Argentina, tocca di nuovo al Brasile. Il gigante sudamericano pareva essere uscito dalla fase del populismo di destra con la sconfitta alle presidenziali del 2022 dell’ex presidente Jair Bolsonaro e il ritorno al potere dell’ex leader Luiz Inácio Lula da Silva. Ma non è così: i risultati dell’ultima tornata di elezioni locali raccontano che l’ex sindacalista già due volte presidente non ha più lo smalto dei primi anni Duemila, quando realizzò il miracolo economico brasiliano: i candidati che ha sostenuto alle urne sono andati malissimo.

E lui stesso, a vent’anni di distanza dal primo incarico, oggi appare ai cittadini come un 79enne (compleanno il 27 ottobre) logorato da decenni di politica e dall’anno e mezzo trascorso …

San Paolo. Se l’Europa piange, il Sudamerica non ride. Anche nel continente che ha ispirato i socialismi di tutto il mondo con leader iconici, da Salvador Allende a José Mujica, le forze progressiste non reggono l’urto degli estremismi di destra. Dopo Javier Milei in Argentina, tocca di nuovo al Brasile. Il gigante sudamericano pareva essere uscito dalla fase del populismo di destra con la sconfitta alle presidenziali del 2022 dell’ex presidente Jair Bolsonaro e il ritorno al potere dell’ex leader Luiz Inácio Lula da Silva. Ma non è così: i risultati dell’ultima tornata di elezioni locali raccontano che l’ex sindacalista già due volte presidente non ha più lo smalto dei primi anni Duemila, quando realizzò il miracolo economico brasiliano: i candidati che ha sostenuto alle urne sono andati malissimo.

E lui stesso, a vent’anni di distanza dal primo incarico, oggi appare ai cittadini come un 79enne (compleanno il 27 ottobre) logorato da decenni di politica e dall’anno e mezzo trascorso in carcere – è uscito nel 2019 – dove ha scontato una condanna per corruzione.Nel voto del 6 ottobre, per raccogliere consensi, a Lula e ai suoi non sono bastati nemmeno i risultati oggettivi raggiunti in questi due anni: nel 2024, secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Brasile dovrebbe superare per la prima volta l’Italia per Prodotto interno lordo, diventando l’ottava economia del mondo. E in pochi mesi il suo governo ha portato fuori da una condizione di insicurezza alimentare grave quasi 15 milioni di brasiliani: il numero di cittadini a rischio malnutrizione è passato dai 17,2 milioni della presidenza Bolsonaro ai 2,5 milioni di oggi.

Fuori campo

Eppure il bolsonarismo pare scoppiare di salute, nonostante il suo leader sia stato dichiarato ineleggibile dal Tribunale elettorale fino al 2030 (cioè oltre la prossima tornata presidenziale del 2026) per abuso di potere e sia tuttora indagato per aver favorito il tentato colpo di Stato dell’8 gennaio 2023, quando le sedi delle istituzioni di Brasilia furono prese d’assalto dai suoi sostenitori.Che l’ex presidente sia ancora sulla cresta dell’onda lo ha dimostrato il primo turno delle elezioni amministrative, che ha portato alle urne 155 milioni di brasiliani. Dal test di midterm, il governo è uscito clamorosamente sconfitto: nelle 103 città più grandi, solo quattro candidati sindaci sostenuti da Lula sono stati eletti al primo turno. In 66 casi sono rimasti fuori persino dai ballottaggi che si terranno tra due giorni. I quattro vincitori, tra l’altro, non appartengono direttamente al partito del presidente, lo storico PT (Partido dos Trabalhadores), che ora rischia di non conquistare nessuna delle 27 capitali regionali del Paese.Particolare preoccupazione desta San Paolo, la più popolata area metropolitana dell’America Latina con i suoi venti milioni di abitanti. In quella che era una roccaforte elettorale di Lula, il PT rischia di scomparire: non ha eletto nessun sindaco nei 39 Comuni della regione – la Grande San Paolo – e ora si gioca tutto nella capitale, in cui votano nove milioni di persone. Domenica il suo candidato, l’ex attivista del movimento per i senzatetto Guilherme Boulos, sfida al secondo turno il sindaco uscente di centrodestra Ricardo Nunes: ma la partita lo vede ampiamente sfavorito.

Battaglia per l’Amazzonia

La vendetta dei dinosauri

La popolarità di Lula è ai minimi storici – il 36 per cento a ottobre contro l’80 per cento con cui aveva chiuso il secondo mandato nel gennaio 2011 secondo i dati dell’istituto Datafolha – ma secondo gli esperti questa tendenza non è dovuta a un fallimento del governo. Lo confermano i buoni indicatori economici e anche i sondaggi: secondo una rilevazione di Datafolha, il 40 per cento dei brasiliani crede che l’economia migliorerà ancora, contro il 28 per cento di pessimisti. E allora, che cosa è successo?Intanto, l’immagine di Lula è ammaccata dalle vicende giudiziarie, che buona parte della popolazione non gli perdona. Ma c’è ovviamente dell’altro. I mercati finanziari non hanno gradito alcune sue esternazioni, come quella sulla finanza che sarebbe «un dinosauro vorace» fatta quando si trattava di rivendicare il ruolo pubblico di Petrobras, il colosso petrolifero di cui il primo azionista è lo Stato e che dunque secondo il leader socialista deve distribuire meno dividendi e investire di più sulla transizione green. Poi c’è la cheapflation, cioè l’inflazione che colpisce i beni di prima necessità: «Alcune persone sono uscite dalla povertà estrema, ma la maggior parte fa più fatica di prima della pandemia», spiega l’economista Fernando Dantas.

Il nuovo che avanza

E naturalmente ci sono gli avversari, vecchi e nuovi. Fra questi spicca il 37enne Pablo Marçal, astro nascente del populismo, capace di raccogliere nelle elezioni a sindaco di San Paolo 1,7 milioni di consensi e di sfiorare il passaggio al secondo turno, finendo alle spalle del progressista Boulos col 28,1 per cento contro il 29. Questo risultato dimostra che mentre Lula non ha eredi, il bolsonarismo si sta rinnovando. Per prendere il posto del presidente negli anni scorsi si era parlato della moglie Janja, sociologa di vent’anni più giovane, sposata nel 2022, sgraditissima al partito, che la considera un’approfittatrice. E dell’autorevole ministro dell’Economia Fernando Haddad, che però si è bruciato con le presidenziali perse del 2018. Sull’altro fronte è invece sempre più emergente proprio la figura di Marçal, imprenditore da 200 milioni di reais di patrimonio stimato (33 milioni di euro) e da 13 milioni di follower su Instagram (prima che gli venisse bloccato l’account per aver comprato like durante la campagna elettorale), con diverse vicende giudiziarie alle spalle: dall’arresto a 18 anni per truffe informatiche fino alle accuse di evasione fiscale, di divulgazione seriale di fake news e persino di tentato omicidio e di legami col crimine organizzato.

Per i suoi seguaci Marçal è semplicemente il “coach”, perché prima di fare politica scriveva bestseller su come diventare ricchi e vendeva corsi online di autostima al costo di 20 mila reais (3.250 euro).In campagna elettorale ne ha combinate moltissime: durante un dibattito tv ha provocato un altro candidato, rimediando una sediata in testa; ha provato a dimostrare, esibendo un falso certificato medico, che il rivale Boulos facesse uso di cocaina; e sempre a favore di telecamere il suo portavoce ha preso a cazzotti il responsabile comunicazione del sindaco Nunes. Tuttavia, i cappellini blu con la “M” stampata sono andati a ruba in tutta San Paolo, diventando la moda del momento: nonostante la sconfitta sono ancora in vendita a prezzo pieno, 65 reais, poco più di dieci euro.

Il capo di Hezbollah

“Marçal è un Bolsonaro 2.0”, ha scritto sulla rivista progressista Veja Thomas Traumann, ministro della Comunicazione sociale del governo di Dilma Rousseff e autore di importanti libri sulla polarizzazione della politica, come Biografia dell’abisso: «Si presenta come candidato antipolitica, conservatore, cristiano, autentico. L’obiettivo è lo stesso dei vari Bolsonaro, Trump, Milei: generare la sensazione di essere sincero e di lottare contro il sistema per poter dire le cose come stanno». Ma non solo: se Bolsonaro andava a votare con la maglia della Nazionale di calcio, il coach ci va scalzo, ostentando un’informalità che piace. Mentre Lula, scrive l’analista Igor Gielow sulla Folha de Sao Paulo, «è rimasto ai cliché degli anni 70 e non ha la minima idea di come riconquistare le classi medie urbane». Così, con le presidenziali del 2026 che si avvicinano, il presidente appare ogni giorno più travolto dalla macchina del fango degli avversari. L’ultimo fake? Sarebbe stato nominato nuovo capo di Hezbollah. Qui in Brasile in tantissimi ci hanno creduto.

Sul Venerdì del 25 ottobre 2024

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