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James Franco torna al cinema con “Hey Joe”: “Ero a pezzi, ho dovuto rallentare. Ora ricomincio dall’Italia”

James Franco, 46 anni, in Hey Joe del regista Claudio Giovannesi, prodotto da Palomar con Rai Cinema e distribuito da Vision Distribution 
Con il film “Hey Joe”, girato a Napoli, in Calabria e Puglia, l’attore torna dopo una lunga assenza. «Ho preso una pausa dal cinema, ma era la mia vita a essere in pausa da almeno vent’anni». Intervista
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Roma. James Franco è tornato. Dopo una pausa di qualche anno è alla Festa del Cinema di Roma, protagonista di Hey Joe, film diretto da Claudio Giovannesi. E lo si vede in Italia a intermittenza già da un po’, a Roma e al Cinema Troisi, che frequenta e dove ogni tanto presenta film che ha diretto o interpretato. Dodici anni fa ho tradotto il suo primo libro, In stato di ebbrezza (minimum fax), da allora siamo amici, ci scriviamo spesso, quando siamo nella stessa città ci vediamo. Se siamo a Roma andiamo in giro per monumenti e musei. In ordine cronologico e non esaustivo: i Musei Vaticani, San Pietro in Vincoli e il Mosè di Michelangelo, i Musei Capitolini, Palazzo Barberini, le Terme di Diocleziano, le Terme di Caracalla. Traduco i suoi libri e, come sa chi traduce libri di mestiere, passo così tanti mesi nella sua testa che trascorrere del tempo con lui è facilissimo. Questa più assidua frequentazione dell’Italia corrisponde a un momento della carriera di James Franco in cui è tornat…

Roma. James Franco è tornato. Dopo una pausa di qualche anno è alla Festa del Cinema di Roma, protagonista di Hey Joe, film diretto da Claudio Giovannesi. E lo si vede in Italia a intermittenza già da un po’, a Roma e al Cinema Troisi, che frequenta e dove ogni tanto presenta film che ha diretto o interpretato. Dodici anni fa ho tradotto il suo primo libro, In stato di ebbrezza (minimum fax), da allora siamo amici, ci scriviamo spesso, quando siamo nella stessa città ci vediamo. Se siamo a Roma andiamo in giro per monumenti e musei. In ordine cronologico e non esaustivo: i Musei Vaticani, San Pietro in Vincoli e il Mosè di Michelangelo, i Musei Capitolini, Palazzo Barberini, le Terme di Diocleziano, le Terme di Caracalla. Traduco i suoi libri e, come sa chi traduce libri di mestiere, passo così tanti mesi nella sua testa che trascorrere del tempo con lui è facilissimo. Questa più assidua frequentazione dell’Italia corrisponde a un momento della carriera di James Franco in cui è tornato a fare cinema dopo una pausa legata a ragioni personali e che coincide con gli anni del Covid, dello sciopero degli attori a Hollywood e del #Metoo. Nel 2021 si è anche chiusa la vicenda giudiziaria iniziata nel 2018 con le accuse di condotta sessuale inappropriata mosse da alcune ex studentesse – tutte maggiorenni – della scuola di recitazione Studio 4 che James ha diretto dal 2014 al 2017. Sempre nel 2021 James ha rotto il silenzio sulla vicenda, smentendo parte delle accuse ma assumendosi comunque la responsabilità di quanto è avvenuto. Intervistato da Jess Cagle ha dichiarato: «Avrei dovuto pensarci prima. Vorrei averci pensato prima. Ma non posso tornare indietro e cambiare le cose. Posso solo cambiare il modo in cui mi comporterò in futuro».

Qui in Italia, oltre che Roma, James ha frequentato a lungo Napoli, durante le riprese di Hey Joe (girato anche in Calabria e Puglia), trovando un modo per fare sua la città e restituirla trasformata nel film. Hey Joe è la storia di un veterano americano, Dean Barry, che negli anni Settanta torna a Napoli per conoscere un figlio avuto lì durante la Seconda guerra mondiale. Non è un thriller ma c’è molta suspense dall’inizio all’ultima scena, e viene in mente Francis Scott Fitzgerald e quel suo strano insistere sull’idea che nella vita di un americano non esista un secondo atto, per poi essere smentito dalla realtà. Dopo l’anteprima alla Festa di Roma, Hey Joe (prodotto da Palomar con Rai Cinema e distribuito da Vision) sarà nelle sale italiane dal 28 novembre. Ed è magnifico: per la regia, per la fotografia di Daniele Ciprì, per l’interpretazione di James e dell’intero cast.

«Quando ho letto la sceneggiatura», racconta James, «ho pensato fosse un dono del dio del cinema. Proprio in quei giorni avevo visto La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, ma non avevo idea che mi avrebbe chiesto di essere nel suo prossimo film. Ed erano anni che non mi capitava un ruolo così serio. È la storia di un uomo che da ragazzo aveva tutta la vita davanti, e poi nei successivi venticinque anni vede crollare tutto, letteralmente tutto, per cui si ritrova a non avere niente in mano, e niente da perdere. Quando scopre di avere un figlio, ritrovarlo per lui diventa un’occasione per redimersi. Questa è la scintilla da cui inizia tutto. Ed è da lì che ho iniziato a costruire il mio personaggio».

Che nel film ha una coolness particolare. Emana calma. Non è lì per creare problemi, ma per risolverli.
«Quella calma, quella disinvoltura con cui non solo io ma tutti ci muoviamo nel film, dipende soprattutto da Claudio e dal modo in cui dirige. È un grande fan del neorealismo italiano, per cui ogni scena è stata girata dall’inizio alla fine una decina di volte, riprendendomi da davanti e da sopra la mia spalla. Da attore, sapere che ripeterai la scena, ti dà sicurezza, perché sai che se anche sbagli non è l’unica ripresa. E ti permette anche di vivere più a lungo in quel mondo immaginario, così il film non sembra recitato».

Nel film tu e il tuo sguardo siete la stessa cosa. Sei il protagonista ma lasci spazio agli altri e a tutto quello che accade nel frattempo. Fai quello che di solito fanno i non protagonisti.
«Credo che in parte dipenda dal fatto che tutti gli altri nel film parlano e mi parlano in italiano. So l’italiano, ma non perfettamente (il film è in parte recitato in inglese, ndr). Durante le riprese, dovevo stare particolarmente attento a che cosa dicevano gli altri, dovevo cercare di non perdermi niente, e per farlo dovevo essere del tutto presente a me stesso e a quello che accadeva intorno. Ma dipende anche da Dean, dal personaggio che interpreto: non è lì per se stesso ma per suo figlio. Deve stare costantemente attento a quello che succede intorno per capire come può aiutarlo, o di cosa ha bisogno. Più che agire nel mondo, Dean reagisce al mondo».

E poi sono gli anni Settanta, non ci sono i mezzi che abbiamo oggi, quando Dean arriva a Napoli non ha idea di come funzionino le cose lì, di come funzioni la criminalità, non sa nemmeno com’è fatto suo figlio né se riuscirà a trovarlo. Non può che vivere in quel presente.
«Esatto, e Dean è anche un’anomalia rispetto agli stranieri che di solito vengono in Italia. Lui arriva e non ha nessuna intenzione di assimilare quella cultura o di conoscere la città. L’unica cosa che vuole è trovare suo figlio e vedere se può aiutarlo. Non può intervenire sul passato, ma può fare qualcosa adesso. Poi inizia comunque a legare con altre persone. E dato che alle spalle non si lascia niente, Napoli in sé diventa per lui la sua seconda occasione. Tutto questo lo fa stare in una sorta di costante presente. Ma questo stare nel presente ha a che fare anche con la recitazione. La cosa essenziale quando reciti è ascoltare. E ascoltare è un modo di stare nel presente. Puoi prepararti per un ruolo, puoi fare tutte le ricerche che vuoi su quel personaggio, soprattutto quando è diversissimo da te. Ma poi quando reciti vuoi solo stare nel momento in cui sei. Che è anche la cosa che amo di più del mestiere di attore. Quando sei nel presente tutto il resto, tutto il passato, è temporaneamente sospeso. Ed è in questo che io e Dean, ognuno per le proprie ragioni, diventiamo la stessa persona».

Questa pausa, decisa da te ma anche dal Covid, dal #Metoo e da tutto quello che è successo nel frattempo, ha cambiato qualcosa?
«Sicuramente è cambiato il mio aspetto: sembro più vecchio. Il che è un bene per il personaggio: sembro uno che ha vissuto, che ha rimpianti e tutto. La verità è che ero crollato già prima del #Metoo e di tutto il resto, in superficie sembrava che andasse tutto bene ma ero a pezzi già da tempo. E in questi ultimi anni ho dovuto cambiare una serie di cose, ho dovuto rallentare, trovare un equilibrio tra vita e lavoro, tra amicizie e relazioni professionali. Ho preso una pausa dal cinema per qualche anno, ma era la mia vita a essere in pausa da almeno vent’anni. Ho dovuto imparare a vivere l’amicizia come qualcosa in cui non c’è un tornaconto reciproco, in cui nessuno dei due cerca di ottenere qualcosa dall’altro. E questo mi ha migliorato come persona e come attore. Da ragazzo sentivo sempre dire che per diventare un bravo attore devi vivere bene, devi essere una brava persona. Adesso so che è così».

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